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Storie dalle periferie La “pista” di Borgo Mezzanone di cui tutti sanno ma nessuno parla

Nel ghetto dei migranti dove manca tutto ma non la dignità

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28 agosto 2021

Mi chiamo Raimondo, ho 30 anni, sono pugliese, appassionato alla questione migratoria perché credo nell’appartenenza all’umana famiglia, perché non credo che siamo tutti uguali davanti alla legge, ma tutti figli dell’unico Padre. In questa estate 2021 ho deciso di farmi un regalo: andare a conoscere ciò di cui tutti sanno qui, ma di cui nessuno parla, perché andare lì è pericoloso, perché quelli vivono come animali, perché tanto sono lontani abbastanza da non essere un problema impellente, ma così vicini da meritare tutta la nostra insofferenza. Questo luogo ha molti nomi, “la pista di Borgo Mezzanone”, “il ghetto”, “la baraccopoli”; si tratta di una pista dell’aeroporto, usato durante la guerra in Kosovo, a Borgo Mezzanone, frazione del Comune di Manfredonia (Foggia), dove vivono gli immigrati irregolari.

Per poter raggiungere questo posto ho chiesto ad una mia amica Cinzia di trovarmi dei contatti, qualcuno che potesse introdurci in questo mondo. Alle 15.30 parto dal mio paese e raggiungo Cinzia, alla quale spiego l’origine di questo mio interesse: in un caldo pomeriggio d’agosto di alcuni anni prima, insieme alla dottoressa Mariagrazia Iannella avevo chiuso gli occhi ad un immigrato, morto di stenti sul retro della stazione, accompagnato solo da una colonia di formiche che gli entravano dal naso; di lì la promessa di provare a conoscere e sostenere la causa di questi “dimenticati”. Alle 16.10 incontriamo due amici che ci aspettano in piazzetta: Abdoul, gambiano, sveglio, sorridente, cordiale, e Diassy, senegalese, più timido, ma felicissimo di accompagnarci. Inizialmente Cinzia prova ad assicurarsi che questa avventura sia sicura, temendo di correre qualche rischio, ma i due, quasi stupiti dalle nostre paure infondate, insistono dicendoci di andare tranquilli, perché loro vengono da lì.

Percorrendo la strada che collega i nostri paesi a Foggia, la cosiddetta “serpe”, i due mi raccontano la loro storia: la difficoltà che si incontra nell’espletare le pratiche burocratiche per ottenere il permesso di soggiorno, le incomprensioni con gli interpreti, i mediatori con i datori di lavoro, con quanti uomini di buona volontà promettono e non mantengono. Giungiamo così ad un punto in cui svoltiamo a destra in una strada di campagna (“tratturo”), sterrata, piena di buche e che apparentemente porta al nulla. Dopo qualche centinaio di metri si intravede un traffico di macchine, furgoncini, che con difficoltà percorrono quella lunga strada fino ad arrivare ad uno spiazzo fatto di rifiuti bruciati e pneumatici di camion: quelle macchine sono definite dai nostri amici “taxi”, che trasportano gli abitanti della “pista” fino alle fermate degli autobus, anche perché l’alternativa è quella della bicicletta, ma solo per qualche impavido avventuriero. Proseguiamo e imbocchiamo una strada lunga e stretta costeggiata da baracche, fatte con qualsiasi cosa, piccole casette quadrate con recinti, alcuni con galline, apparentemente una marea di rifiuti messi insieme, gremiti di uomini e donne di colore.

All’imbocco di questa strada, suddivisa da tanti dossi costruiti dai locali per evitare la corsa delle macchine, la paura è così tanta che se con il viso ostento un sorriso tirato e una cordialità stucchevole, con il piede cerco di tenere la frizione, perché la gamba molleggia ripetutamente per la paura. Dopo i primi metri, temo il peggio, guardo questa gente che sembra voglia sapere chi siamo, cosa vogliamo, come mai siamo arrivati fino a lì.

Davvero surreale come situazione: nel mio Paese, nella mia terra, ad un tratto mi sento straniero, ospite non gradito, sprovvisto di protezione, senza via di fuga. Dietro, invece, i ragazzi se la ridono, felici di essere tornati dai loro amici. Mi rassicurano dicendo di andare avanti senza paura, perché nessuno qui picchia o deruba un altro senza motivo: vorrei crederci ma non è facile. Proseguiamo ancora per molto, fino alla fine della lingua di terra su cui si estende l’accampamento; guardo queste costruzioni, alcune in mattoni, altre fatte con ante di armadi, porte, teli di plastica, pezzi di lamiera, inizio a distinguere le abitazioni dai negozi, dai ristoranti (segnati dalla scritta “restaurant”) provvisti di serbatoi di grossi automezzi che fanno da barbecue. Ormai non posso fare altro che proseguire finché non ci fermiamo. Ci accolgono alcuni amici di Abdoul e Diassy: nessuno ci chiede perché siamo lì, cosa vogliamo, o chi siamo. Visitiamo la tavola calda di Fatima, fatta di mattoni e lamiere. All’ingresso tante bombole ammassate, accanto un fornello con un pentolone e del cibo dentro, sulla sinistra una stanzetta con affaccio sulla strada che funge da minimarket, con pochissima roba ma adeguatamente esposta, con ordine. Sul retro c’è un’altra stanza cieca, con un tavolo al quale è seduto un ragazzo che aspetta di essere servito. Fatima ci accoglie con due occhi luminosissimi, sorridente, nonostante il caldo infernale, il cattivo odore e le mosche, ci parla di lei, della sua storia, del fatto che non ha i documenti, perciò le tocca stare lì e darsi da fare per vivere.

Successivamente andiamo a visitare un negozietto che vende cibo e beni di prima necessità ed un barbiere. Quest’ultimo ha sulla facciata della casa alcune foto dei tagli più in voga, mentre lo salutiamo prepara un cliente, chino con la testa in una tinozza piena d’acqua per lo shampoo. Passeggiamo in quel luogo surreale, tutti ci salutano, sforzandosi di parlare italiano, regalandoci sorrisi e cordialità: siamo i benvenuti.

Alle 17.45, essendo tardi per me, chiedo di rientrare, perciò salutiamo tutti e andiamo alla macchina, rigorosamente aperta, senza la minima paura di subire alcun danno, ripartiamo e imbocchiamo la strada per attraversare di nuovo quel mare di baracche. Ripercorriamo la stessa strada per metà, ad un certo punto giriamo per un’altra direzione per evitare tanti dossi, quando vedo una macchina di valore (non come le nostre) con degli italiani dentro. Mentre percorriamo lo stesso tratto in sensi opposti, obbligati a rallentare a causa dei dossi, il conducente si accosta con la sua alla mia macchina chiedendo informazioni per Foggia, con un’aria che non so definire se minacciosa per incutere timore o perché lui stesso ha paura, così gli dico di seguirmi. È necessario che io lo attenda più avanti, dandogli il tempo di andare in fondo alla strada e fare inversione di marcia, senza intralciare l’intenso traffico. Nonostante Abdoul e Diassy dicano “candidamente” di aspettarlo, preferisco non farlo, non sono più gli abitanti di quel posto a farmi paura ma un mio connazionale, conterraneo, la cui presenza lì ha davvero poche alternative razionali. Paradossalmente tornando a casa scappavamo non dagli amici del borgo, ma da miei connazionali.

Alla fine di questa esperienza, dopo aver ringraziato i ragazzi, ottenuto il merito di aver compiuto una “follia del genere”, ciò che rimane è il grande senso di dignità con cui questi nostri amici sopravvivono ad una situazione fuori dall’umano, senza servizi di prima necessità, senza un tetto stabile, senza protezione dalle intemperie. Non posso dire “senza dignità” perché stando lì ho visto che ci sono uomini e donne che anche quando la dignità non ti viene riconosciuta, o peggio, ti viene strappata, sanno ricostruirla, come un vaso rotto, ma incollato pezzo per pezzo con dedizione certosina. I nostri amici lì hanno reinventato un villaggio, con orti, animali, ristoranti, discoteche, tavole calde, negozi, luoghi di svago, partendo dal nulla, forse da mobili dismessi recuperati dai nostri cassonetti della spazzatura. Rimane anche la consapevolezza del fatto che la paura va vinta con la conoscenza: sono entrato vedendo chiunque lì come un possibile aggressore, dopo aver stretto qualche mano e condiviso pezzi di vita mi sono sentito a casa di amici, e sono uscito paradossalmente con la paura della gente da cui provengo. Rimane infine l’amaro in bocca per una società che scuote il capo dicendo che sono troppi, che cambiare è un’illusione, che non potranno mai integrarsi, né migliorare la loro vita, che lì vivono su per giù come si vive nei loro paesi. L’amaro di una politica che per troppo tempo ha avuto altre priorità, creando una gerarchia tra le emergenze. Infine, la speranza che qualcosa possa cambiare, che finalmente la notizia di un intervento a loro sostegno da parte del ministero dell’Interno possa concretizzarsi e diffondersi come modello, e la domanda logorante dentro al cuore su cosa ciascuno di noi possa fare per contribuire alla loro realizzazione, non secondo i nostri canoni o modelli, ma secondo i loro desideri. A questa domanda non so rispondere, ma nella consapevolezza di procedere a tentoni, ho imboccato la strada del racconto, perché la conoscenza possa essere la prima breccia in un muro di pregiudizi.

di Raimondo Leone