· Città del Vaticano ·

Hic sunt leones

Lo scandalo
delle baraccopoli africane

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27 agosto 2021

Il tema dell’urbanesimo in Africa è scottante. Se il continente, come indicano le proiezioni, raddoppierà la sua popolazione da qui al 2050, passando dagli attuali 1,3 miliardi di persone a circa 2,5 (circa un quarto della popolazione mondiale), la componente urbana africana nel 2030 supererà il miliardo di persone (attualmente si tratta di poco meno di 500 milioni), oltrepassando la quota rurale. Da rilevare, che questo fenomeno in alcuni paesi è già in forte accelerazione; ad esempio, in Gabon, oggi l’87 per cento della popolazione è «metropolitano». Come ha pertinentemente rilevato Federico Monica sulla rivista «Africa» (https://www.africarivista.it/177181-2/177181/), da almeno un decennio, nelle città africane si verificano i tassi di crescita urbana più elevati del pianeta. Ad esempio, la metropoli nigeriana di Lagos, con i suoi circa 16 milioni di residenti e un tasso di crescita demografica stimata attorno al 2 per cento, aumenta di circa 320mila abitanti l’anno. «Ciò significa — spiega Monica — che, al netto delle migrazioni interne, ogni giorno a Lagos è necessario trovare spazio, servizi e risorse per quasi 1.000 nuovi residenti. Altre città, seppure con numeri più limitati non se la passano molto meglio. Dakar aumenta di oltre centomila unità all’anno e cifre analoghe riguardano Abidjan o Accra».

Questo urbanesimo sta incrementando notevolmente i «quartieri informali» per cui, secondo autorevoli fonti istituzionali e accademiche, vi sarebbero complessivamente 350 milioni di persone che sopravvivono in condizioni estremamente precarie negli slum o baraccopoli che dir si voglia. Com’è noto, dal 1978 esiste un’agenzia delle Nazioni Unite con il compito di favorire un’urbanizzazione socialmente e ambientalmente sostenibile, garantendo a tutti il diritto di vivere in una casa dignitosa: UN-Habitat (Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani) con sede proprio in una città africana, Nairobi, capitale del Kenya. Nel 2002 tale agenzia — che è nata con l’intento di aiutare i responsabili politici e le comunità locali a fare i conti con il problema dell’urbanizzazione convulsa e disordinata, trovando soluzioni praticabili e durature — ha dato questa definizione di slum: «Un insediamento i cui residenti non hanno accesso ai servizi di base e vivono in case inadeguate. Spesso uno slum non è riconosciuto dalle autorità come parte integrante delle città».

Nell’immaginario occidentale, quando si parla delle baraccopoli africane, vengono istintivamente alla mente quelle più popolose come Kibera a Nairobi (350 mila abitanti), o Makoko alla periferia di Lagos (110 mila abitanti). Questa è una visione riduttiva perché a livello continentale, vi è anche una vera e propria galassia di migliaia e migliaia di insediamenti di piccola e media dimensione.

La fenomenologia di questo urbanesimo, che alcuni studiosi hanno definito «parcellizzato» e spesso «fuori controllo», è molto complessa e le origini affondano le radici nel passato. Infatti, dal 1950, la percentuale di persone che lavorano nel settore agricolo in Africa è diminuita del 20-30 per cento. Le città africane, nonostante la crescita economica stagnante o negativa e prive dei necessari investimenti per le infrastrutture primarie, strutture scolastiche e sanitarie, hanno sofferto gli effetti di una migrazione dalle zone rurali. Anziché lo stereotipo classico della campagna ad alta densità di manodopera e della metropoli ad alta intensità di capitale, l’Africa oggi contiene molti esempi di campagne ad alta densità di capitale (agricolo e minerario) e di città deindustrializzate ad alta densità di forza lavoro. Comprese le dinamiche di crescita delle città e degli slum che caratterizzarono la seconda metà del Novecento, viene spontaneo domandarsi come mai le stesse città e gli stessi slum avessero avuto una crescita così lenta nella prima metà dello stesso secolo. Le motivazioni sono rintracciabili, in alcuni casi, nelle politiche di «salvaguardia» dei centri urbani da parte delle istituzioni coloniali che negavano l’accesso alle città e addirittura il diritto di cittadinanza urbana a vasti settori della popolazione delle zone rurali. Ecco che allora il colonialismo europeo nella sua forma più estrema, particolarmente nell’Africa Orientale e Meridionale, arrivò a negare alle popolazioni autoctone il diritto di proprietà di terreno urbano e di residenza permanente. I Britannici temevano che il vivere in città avrebbe «detribalizzato» le popolazioni locali e alimentato movimenti anticolonialisti. La migrazione urbana era controllata tramite le Pass Laws, leggi che regolamentavano gli spostamenti delle persone, mentre ordinanze sul vagabondaggio penalizzavano la manodopera informale. Fino al 1954 per esempio, i keniani erano considerati solo residenti temporanei a Nairobi e non erano autorizzati a detenere beni immobili in locazione. La verità è che comunque con le indipendenze, a partire dagli anni ‘60, le città hanno rappresentato un vero e proprio miraggio nell’immaginario di coloro che vivevano nelle campagne, anche se poi vi sono state delle eccezioni. Soprattutto negli anni ‘80 e ‘90 vi sono stati dei casi nella macro regione subsahariana per cui la popolazione rurale, insediata in alcuni territori da molte generazioni, è stata deportata con la forza dai regimi di turno nelle città e costretta a risiedere in zone urbane periferiche che poi si sono trasformate in veri e propri slum. Il motivo era determinato dall’esigenza da parte di aziende straniere di sfruttare economicamente i terreni (scopi agricoli o estrazioni minerarie). In questi contesti, come è facile comprendere, la scelta abitativa è, ancora oggi, il risultato di grandi compromessi. I poveri, una volta inseriti nel sistema urbano devono fare i conti con diversi fattori al fine di ottimizzare il proprio stile di vita: il sostentamento, i costi abitativi, la qualità del riparo, il tragitto per il lavoro e spesso l’incolumità personale.

Secondo uno studio condotto dalla Urban Water Resilience in Africa Initiative del World Resources Institute (Wri), la popolazione urbana segnata da questa esclusione sociale è già oggi in difficoltà e si troverà presto ad affrontare devastanti shock idrici a seguito della carenza di infrastrutture (acquedotti, invasi per la raccolta delle acque…) e per gli effetti dei cambiamenti climatici, a meno che i governi locali non intervengano prontamente. Cosa molto improbabile, considerando la scarsa disponibilità finanziaria degli esecutivi. Con i sistemi di approvvigionamento idrico sempre più sotto pressione e una crescita demografica senza precedenti, gli estensori del documento hanno affermato che è necessario e urgente mettere a punto una vera e propria strategia finalizzata alla cosiddetta «resilienza idrica» per proteggere le comunità urbane più povere.

E cosa dire dell’emergenza pandemica che sta interessando l’Africa? Com’è noto le rigide restrizioni alla mobilità introdotte in tutto il mondo per frenare la diffusione del covid-19 hanno avuto conseguenze di vasta portata nelle baraccopoli africane. Gli slum sono segnati pesantemente da carenze di ogni genere, inadeguatezze strutturali e istituzionali. Questi spazi consentono ai virus di diffondersi rapidamente aumentando il rischio di trasmissione comunitaria di malattie. Da rilevare che durante il lockdown l’accesso al cibo è stato spesso interrotto nelle baraccopoli. La maggior parte dei residenti sopravvive solitamente grazie a un’occupazione altamente precaria nel settore informale, spesso intraprendendo più lavori che producono salari giornalieri minimi. Purtroppo, durante le restrizioni imposte in diversi Paesi africani dalle autorità per contrastare la diffusione del virus, molta gente non era oggettivamente nelle condizioni di sbarcare il lunario.

Nonostante questa forte ed evidente esclusione sociale, anche se visti da fuori questi slum appaiano invivibili e disumani, in realtà gli abitanti, stando alla testimonianza dei nostri missionari/e, in quasi tutti i contesti urbani di periferia, a livello continentale, sono riusciti a tessere fitte reti di relazioni interne, alimentando il microcosmo della vita familiare e sociale, la microeconomia di sussistenza e quant’altro. Sta di fatto che, come dice Papa Francesco: «Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi». La posta in gioco è alta.

di Giulio Albanese