· Città del Vaticano ·

«Il Vangelo degli angeli» di Eraldo Affinati

La gioia di perdere tempo per gli altri

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26 agosto 2021

Gli interrogativi che la vita ci pone restano senza risposta anche dopo la lettura di Il Vangelo degli angeli, recente fatica narrativa di Eraldo Affinati (Milano, HarperCollins Italia, 2021, pagine 320, euro 19.50) e questo era nell’inventario, soprattutto perché l’autore non si pone come sostenitore della verità assoluta, ma nelle vesti di uomo comune che si interroga sul perché della vita. Ecco, questo è uno dei punti essenziali del Vangelo di Affinati: le domande partono dall’uomo di tutti i giorni e talvolta, come vedremo, anche dagli angeli. Gli angeli del titolo hanno tra le loro schiere alcuni reduci da sofferenze apparentemente senza senso, e vegliano in armi non per intervenire scenograficamente sulla scena del mondo, ma per assicurarsi che proprio il dubbio, la scelta dirimente, l’amore o l’odio, in poche parole il libero arbitrio rimangano nella necessità dell’accadere. Ma questa origine fatta di macello, insensatezza, infanzia violata e distrutta, li rende umani e avvicinabili pur nella loro trasformazione. Non l’impassibile vessillifero che posa per la cartolina, ma chi negli abissi del prima trova antiche strade per partecipare al momento in cui l’umano assume in sé il dolore del mondo. Un ripercorrere la vita di Cristo mediato dal mondo angelico, dai racconti, soprattutto quelli degli Atti, di alcuni Apocrifi, di Luca e Giovanni, anche se talvolta lo stacco tra riflessione autoriale e scena evangelica è eccessivo, del tipo “ecco ora vi spiego queste parole e questo evento”, e però attraverso una capacità di arrivare molto in profondità, nelle latebre nascoste dall’insufficienza verbale della richiesta di senso.

L’elemento portante del Vangelo degli angeli è infatti, oltre all’incarico affidato a Gabriele di annunciare la nuova era, il rimosso ancestrale, quello che scaturisce dalla lenta, graduale, impercettibile separazione tra il prima della belva e il poi storicizzabile. Affinati porta alla superficie del dicibile quel passaggio che implica la persistenza di ciò che noi chiamiamo male. Un male rappresentato attraverso due zone temporali, quella della Galilea del primo secolo e quella del Novecento freudiano e post-deterministico: queste due zone temporali vengono infatti messe in relazione con gli eventi evangelici. La parola del Cristo non è solo la speranza della Salvezza, ma anche nuova era dopo quella del Sapiens, in quanto Gesù è tra coloro che distruggono la dipendenza causa-effetto celata nello schema nutrimento-lotta per assicurarlo-violenza necessaria, nella guerra, nell’occupazione militare e nei massacri: ciò che la psicoanalisi da Freud in poi e il darwinismo radicale credevano di aver messo in luce. La laica cura della psiche e il cristianesimo hanno individuato alcune delle cause del male di vivere, la lotta per sopravvivere, costi quel che costi, ma qui finisce la loro comunanza, perché il Vangelo predica ed attua la soluzione anti-deterministica per eccellenza: la rottura della continuità tra violenza e vendetta.

Il libro di Affinati mette bene in luce non solo questo principio fondante, ma anche le modalità di pratica quotidiana per renderlo non solo una bella teoria, ma una realtà radicalmente nuova e percorribile: la rinunzia alla parola per la parola e la consapevolezza dei suoi limiti; lo svelamento del senso di inutilità e di angoscia dopo l’apparente raggiungimento di ciò per cui abbiamo combattuto senza tregua, e talvolta senza rispetto per gli altri e di noi; la conseguente coscienza dell’ingannevolezza del benessere materiale; l’eccessiva fissazione su sogni e progetti a lunga gittata che ci impediscono di scoprire la bellezza del presente; l’inseguimento di chi ci può aiutare e di chi è più in alto nella scala sociale. Sono queste le sirene che il Cristo di Affinati ci invita ad abbandonare attraverso l’attenzione gratuita all’altro, anche se reietto, abbandonato, apparentemente inutile, la riscoperta della parola detta per il piacere di dirla e per bene che potrebbe fare a chi la ascolta, l’accettazione della nostra umile condizione perché è forse quella che potremmo rimpiangere dopo il superamento degli ostacoli. Il perdere tempo per l’altro, in poche parole, o, almeno quella che ci sembra a tutta prima una perdita di tempo.

La consapevolezza del nuovo uomo creato dalla parola del Cristo è l’elemento più affascinante di questo libro, come se il Cristo non avesse rappresentato una svolta unicamente religiosa, ma più radicalmente antropologica, in grado di riscrivere le epoche umane, incarnando il salto dal Sapiens-sapiens verso una nuova specie, sfuggendo all’azione inconscia del «predone invisibile, bellissimo e malvagio, impegnato a cavalcare dentro i nuclei di calcio e alluminio che sono all’origine delle formazioni stellari».

Questa capacità di sprofondare nelle origini alla ricerca di matrici permanenti e nello stesso tempo capaci di essere dominate dall’homo novus grazie alla nuova Parola che è echeggiata in oscuri villaggi della Palestina romana prima ancora che a Gerusalemme, è la cifra più preziosa di un libro che va oltre il laicissimo Cristo di Coetzee (e la sua radicalmente umana generazione narrata in Elizabeth Costello) e quello di Carrère, verso un senso che unisca l’umano e il divino nella fondazione di una nuova era.

di Marco Testi