· Città del Vaticano ·

Il magistero

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26 agosto 2021

Domenica 22

Dio
si riconosce nell’umanità
di Gesù
e nei fratelli

Il Vangelo della Liturgia odierna (Gv 6, 60-69) mostra la reazione della folla e dei discepoli al discorso di Gesù dopo il miracolo dei pani. Gesù ha invitato a interpretare quel segno e a credere in Lui, che è il vero pane disceso dal cielo, il pane della vita; e ha rivelato che il pane che Lui darà è la sua carne e il suo sangue.

Queste parole suonano dure e incomprensibili alle orecchie della gente [e] da quel momento molti discepoli tornano indietro, smettono di seguire il Maestro.

Gesù interpella i Dodici: «Volete andarvene anche voi?», e Pietro, a nome di tutto il gruppo, conferma la decisione di stare con Lui.

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo conosciuto e creduto che tu sei il Santo di Dio». È una bella confessione di fede.

Soffermiamoci sull’atteggiamento di chi si ritira.

Da cosa nasce questa incredulità? Qual è il motivo di questo rifiuto?

Le parole di Gesù suscitano un grande scandalo: sta dicendo che Dio ha scelto di manifestare sé stesso e di attuare la salvezza nella debolezza della carne umana.

È il mistero dell’incarnazione di Dio che suscita scandalo e rappresenta — spesso anche per noi — un ostacolo.

Gesù afferma che il vero pane della salvezza, che trasmette la vita eterna, è la sua stessa carne.

Per entrare in comunione con Dio, prima di osservare delle leggi o soddisfare dei precetti religiosi, occorre vivere una relazione reale e concreta con Lui.

Questo significa che non bisogna inseguire Dio in sogni e immagini di grandezza e di potenza, ma bisogna riconoscerlo nell’umanità di Gesù e, di conseguenza, in quella dei fratelli e delle sorelle che incontriamo sulla strada della vita.

Dio si è fatto carne. E quando diciamo questo, nel Credo, il giorno del Natale, il giorno dell’Annunciazione, ci inginocchiamo per adorare questo mistero dell’incarnazione.

Dio si è fatto carne e sangue: si è abbassato fino a diventare uomo come noi, si è umiliato fino a caricarsi delle nostre sofferenze e del nostro peccato, e ci chiede di cercarlo, perciò, non fuori dalla vita e dalla storia, ma nella relazione con Cristo e con i fratelli.

Cercarlo nella storia, nella vita quotidiana... è la strada per l’incontro con Dio.

Anche oggi la rivelazione di Dio nell’umanità di Gesù può suscitare scandalo e non è facile da accettare.

È quello che san Paolo chiama la “stoltezza” del Vangelo di fronte a chi cerca i miracoli o la sapienza mondana.

E questa “scandalosità” è ben rappresentata dal sacramento dell’Eucaristia.

Inginocchiarsi davanti
a un pezzo
di pane

Che senso può avere, agli occhi del mondo, inginocchiarsi davanti a un pezzo di pane? Perché nutrirsi assiduamente di questo pane?

Di fronte al gesto prodigioso di Gesù che con cinque pani e due pesci sfama migliaia di persone, tutti lo acclamano e vogliono portarlo in trionfo, farlo re.

Ma quando Lui spiega che quel gesto è segno del suo sacrificio, cioè del dono della sua vita, della sua carne e del suo sangue, e che chi vuole seguirlo deve assimilare Lui, la sua umanità donata per Dio e per gli altri, allora non piace; questo Gesù ci mette in crisi.

Anzi, preoccupiamoci se non ci mette in crisi, perché forse abbiamo annacquato il suo messaggio!

E chiediamo la grazia di lasciarci provocare e convertire dalle sue “parole di vita eterna”.

Maria Santissima, che ha portato nella carne il figlio Gesù e si è unita al suo sacrificio, ci aiuti a testimoniare sempre la nostra fede con la vita concreta.

Nel dopo-
Angelus
un saluto
ai giovani

Anche questa domenica sono contento di salutare diversi gruppi di giovani... Cari ragazzi e ragazze, molti avete fatto l’esperienza di un lungo cammino insieme: che questo vi aiuti a camminare nella vita sulla via del Vangelo.

(Angelus dalla finestra dello Studio privato
del Palazzo apostolico vaticano con i fedeli presenti in piazza San Pietro)

Mercoledì 25

Dietro
la maschera dell’ipocrisia
la paura
della verità

La Lettera ai Galati riporta un fatto piuttosto sorprendente... Paolo dice di avere rimproverato Cefa, cioè Pietro, davanti alla comunità di Antiochia, perché il suo comportamento non era buono.

Cos’era successo di così grave da obbligare Paolo a rivolgersi in termini duri addirittura a Pietro?

Forse Paolo ha esagerato, ha lasciato troppo spazio al suo carattere senza sapersi trattenere?

Non è così, ma ancora una volta è in gioco il rapporto tra la Legge e la libertà.

Paolo menziona volutamente questo episodio che era accaduto ad Antiochia anni prima [per] ricordare ai cristiani di che non devono assolutamente dare ascolto a quanti predicano la necessità di farsi circoncidere e quindi cadere “sotto la Legge” con tutte le sue prescrizioni.

Ricordiamo che questi predicatori fondamentalisti sono arrivati lì e hanno creato confusione, e hanno anche tolto la pace a quella comunità.

Oggetto della critica nei confronti di Pietro era il suo comportamento nella partecipazione alla mensa.

A un giudeo, la Legge proibiva di prendere i pasti con i non ebrei. Ma lo stesso Pietro, in un’altra circostanza, era andato a Cesarea nella casa del centurione Cornelio, pur sapendo di trasgredire la Legge. Allora affermò: «Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo».

Una volta rientrato a Gerusalemme, i cristiani circoncisi fedeli alla Legge mosaica rimproverarono Pietro per questo suo comportamento, ma lui si giustificò dicendo: «Mi ricordai di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”. Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?».

Ricordiamo che lo Spirito Santo è venuto in quel momento nella casa di Cornelio quando Pietro è andato lì.

Un fatto simile era accaduto anche ad Antiochia in presenza di Paolo. Prima Pietro stava a mensa senza alcuna difficoltà con i cristiani venuti dal paganesimo; quando però giunsero in città alcuni cristiani circoncisi da Gerusalemme — coloro che venivano dal giudaismo — allora non lo fece più, per non incorrere nelle loro critiche.

È questo lo sbaglio: era più attento alle critiche, a fare buona figura. E questo è grave agli occhi di Paolo, anche perché Pietro veniva imitato da altri discepoli, primo fra tutti Barnaba, che con Paolo aveva evangelizzato proprio i Galati.

Senza volerlo, Pietro, con quel modo di fare — un po’ così, un po’ colà... non chiaro, non trasparente — creava di fatto un’ingiusta divisione nella comunità: “Io sono puro... io vado per questa linea, io devo andare così, questo non si può...”.

Paolo, nel suo rimprovero — e qui è il nocciolo del problema — utilizza un termine che permette di entrare nel merito della sua reazione: ipocrisia.

Tutti noi capiamo cosa significa. L’osservanza della Legge da parte dei cristiani portava a questo comportamento ipocrita, che l’apostolo intende combattere con forza e convinzione.

Paolo era retto, aveva difetti — tanti, il suo carattere era terribile — ma era retto.

Cos’è l’ipocrisia? Quando noi diciamo: state attento che quello è un ipocrita: cosa vogliamo dire?

Si può dire che è paura per la verità. L’ipocrita ha paura per la verità.

Anime
truccate

Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi. È come truccarsi l’anima, come truccarsi negli atteggiamenti, come truccarsi nel modo di procedere: non è la verità.

“Ho paura di procedere come io sono e mi trucco con questi atteggiamenti”.

E la finzione impedisce il coraggio di dire apertamente la verità e così ci si sottrae facilmente all’obbligo di dirla sempre, dovunque e nonostante tutto.

La finzione ti porta alle mezze verità. E le mezze verità sono una finzione: perché la verità è verità o non è verità.

Ma le mezze verità sono questo modo di agire non vero.

La finzione impedisce quel coraggio, di dire apertamente la verità. E così ci si sottrae all’obbligo — e questo è un comandamento — di dire sempre la verità, dirla dovunque e dirla nonostante tutto.

E in un ambiente dove le relazioni interpersonali sono vissute all’insegna del formalismo, si diffonde facilmente il virus dell’ipocrisia.

Quel sorriso che non viene dal cuore, quel cercare di stare bene con tutti, ma con nessuno...

Nella Bibbia si trovano diversi esempi in cui si combatte l’ipocrisia.

Una bella testimonianza per combattere l’ipocrisia è quella del vecchio Eleazaro, al quale veniva chiesto di fingere di mangiare la carne sacrificata alle divinità pagane pur di salvare la sua vita: far finta che la mangiava, ma non la mangiava. O far finta che mangiava la carne suina ma gli amici gliene avevano preparata un’altra.

Ma quell’uomo timorato di Dio rispose: «Non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleazaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione per appena un po’ più di vita, si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia».

Onesto: non entra sulla strada dell’ipocrisia. Che bella pagina su cui riflettere per allontanarsi dall’ipocrisia!

Anche i Vangeli riportano diverse situazioni in cui Gesù rimprovera fortemente coloro che appaiono giusti all’esterno, ma dentro sono pieni di falsità e d’iniquità.

Se avete un po’ di tempo prendete il capitolo 23 del Vangelo di San Matteo e vedete quante volte Gesù dice: “ipocriti, ipocriti, ipocriti”, e svela cosa sia l’ipocrisia.

Senza
maschere
sul volto

L’ipocrita è una persona che finge, lusinga e trae in inganno perché vive con una maschera sul volto, e non ha il coraggio di confrontarsi con la verità.

Per questo, non è capace di amare veramente, si limita a vivere di egoismo e non ha la forza di mostrare con trasparenza il suo cuore.

Ci sono molte situazioni in cui si può verificare l’ipocrisia. Spesso si nasconde nel luogo di lavoro, dove si cerca di apparire amici con i colleghi mentre la competizione porta a colpirli alle spalle.

Nella politica non è inusuale trovare ipocriti che vivono uno sdoppiamento tra il pubblico e il privato.

È particolarmente detestabile l’ipocrisia nella Chiesa, e purtroppo esiste l’ipocrisia nella Chiesa, e ci sono tanti cristiani e tanti ministri ipocriti.

Non dovremmo mai dimenticare le parole del Signore: “Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno”.

Pensiamo oggi a ciò che Paolo condanna e che Gesù condanna: l’ipocrisia.

E non abbiamo paura di essere veritieri, di dire la verità, di sentire la verità, di conformarci alla la verità.

Così potremo amare. Un ipocrita non sa amare. Agire altrimenti dalla verità significa mettere a repentaglio l’unità nella Chiesa, quella per la quale il Signore stesso ha pregato.

Saluto
ai fedeli
francesi

In questo tempo di vacanza e di incontri, non lasciamoci condizionare dalla paura dei pregiudizi che indebolisce l’amore del Signore in noi e ci spinge ad escludere ed emarginare il prossimo.

Impariamo a coltivare tra noi relazioni vere e sincere, capaci di ridare vita e speranza a coloro che ci circondano.

Ai gruppi
di lingua
inglese

Auguro che questo periodo delle vacanze estive sia un momento di ristoro e di rinnovamento spirituale.

Ai polacchi

Domani in Polonia ricorre la solennità della Madre di Dio venerata nel santuario nazionale di Jasna Góra.

Cinque anni fa, ho potuto sostare con i giovani davanti al suo volto nero... La sua materna protezione sia per fonte di pace e di ogni bene.

Il ricordo
del sisma
del 2016
nell’Italia
centrale

+Saluto altresì i fedeli di Montegallo, che il 24 agosto di 5 anni fa sono stati colpiti dal terremoto. La vostra presenza mi offre l’occasione per volgere il mio pensiero alle vittime e alle comunità dell’Italia centrale, tra cui Accumoli e Amatrice, che hanno subito le dure conseguenze di quell’evento sismico.

Con il concreto aiuto delle Istituzioni, è necessario dare prova di “rinascita” senza lasciarsi abbattere dalla sfiducia.

Esorto tutti ad andare avanti con speranza. Coraggio!

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )