· Città del Vaticano ·

Il racconto

Il Papa e il suo Team paralimpico

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25 agosto 2021

Il piccolo ma agguerrito Team ufficiale paralimpico del Papa schierato nell’aula Paolo vi , all’inizio delle Paralimpiadi di Tokyo, è un’immagine non solo simbolica ma profondamente reale dell’impegno per l’inclusione delle persone con disabilità, anche attraverso
lo sport.

Proprio l’istituzione della sezione paralimpica è stato il primo atto di Athletica Vaticana, l’associazione sportiva ufficiale della Santa Sede che la Segreteria di Stato ha affidato al Pontificio Consiglio della cultura.

E così stamani, all’udienza generale, i due atleti paralimpici — la tredicenne

Sara Vargetto e Gianluca Palazzi — hanno presentato al Pontefice attività e progetti, portati avanti in collaborazione con i Comitati paralimpici internazionale e italiano e numerose associazioni.

Il primo atto di Athletica Vaticana è stato proprio lanciare un progetto inclusivo per le persone con disabilità. Puntando «a contribuire a un cambiamento di mentalità nella percezione della disabilità, non come disgrazia ma come risorsa».

A conferma di questo servizio la presenza, stamani, di Tiziano Monti, atleta paralimpico che deve all’incontro con Alex Zanardi la sua “seconda vita”. Quando è rimasto gravemente ferito in un incidente stradale, con tanto di amputazione delle gambe, per Monti «si è spento tutto»; ma «attraverso lo sport — incitato proprio da Zanardi — ho potuto rilanciare la mia vita» racconta. Con la sua handbike punta alle Paralimpiadi di Parigi nel 2024. E intanto, nelle due ultime estati, è stato protagonista della staffetta paralimpica promossa, dal nord al sud dell’Italia, da Obiettivo 3, l’associazione di Zanardi, «come segno di speranza e di rinascita». Ad accompagnare in bicicletta Monti nelle tappe che lo hanno visto portare il testimone sono stati 3 rappresentanti di Athletica Vaticana: Massimiliano Coluccio, Emiliano Morbidelli e Simone Ciocchetti.

Marianna, 4 anni, una bambina ammalata nata poco dopo il sisma che cinque anni fa ha devastato l’Italia centrale, è il simbolo della comunità di Montegallo, un paesino arroccato sull’Appennino marchigiano, nella diocesi di Ascoli Piceno.

E da lì stamani sono venuti in 65 su 150 per dire “grazie” al Papa e per presentargli la bambina che è “il simbolo” della voglia di vivere, del coraggio di affrontare di petto anche le situazioni più complesse. E il terremoto di problemi difficili ne ha provocati un’enormità, dicono

«Abbiamo perso familiari e amici» racconta il parroco, don Riccardo Patalano, che ha accompagnato i pellegrini delle comunità di San Bernardino di Balzo di Montegallo, San Savino in Uscerno e Santa Maria in Lapide di Montegallo. «Tre parrocchie in una, con 24 piccoli centri abitati, tutti colpiti duramente dalle scosse» fa presente.

«Le parole del Papa, che ha pregato per noi fin dal primo momento del disastro, hanno asciugato e continuano ad asciugare tante lacrime...» prosegue il sacerdote. «Il Papa ci è stato vicino materialmente e spiritualmente, e tutti noi continuiamo a sentirlo come
un padre che non ci ha lasciati soli».

Francesco ha poi incoraggiato le religiose che stanno dando vita al capitolo generale della congregazione delle suore Oblate del Bambino Gesù. Un appuntamento, proprio all’inizio del 350° anniversario di fondazione, per rilanciare il carisma centrato sull’educazione e sulla catechesi per i più giovani in Italia, Brasile e Perú, fa presente la superiora generale, suor Maria Daniela Faraone. A Roma, a metà del Seicento, Anna Moroni, con l’aiuto di Cosimo Berlinsani, iniziò a dedicarsi all’opera di rieducazione delle donne vittime della prostituzione e aprì una scuola femminile per l’insegnamento del catechismo. Da lì arrivò poi a fondare la congregazione.

Particolarmente significativa, infine, la presenza di circa 100 ministranti francesi. In particolare, 70 sono arrivati in pellegrinaggio dalle diocesi di Limoges, Tulle e Angoulême. Ad accompagnarli monsignor Pierre-Antonine Bozo, vescovo di Limoges, con tre sacerdoti. Accanto a loro i 33 ministranti venuti dalla parrocchia di Meyziue, dell’arcidiocesi di Lione.

di Giampaolo Mattei