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La buona Notizia Il Vangelo della xxii Domenica del tempo ordinario (Marco 7, 1-8.14-15.21-23)

Il più importante di tutti i comandamenti

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24 agosto 2021

Spesso come cristiani viviamo il nostro essere uomini religiosi attraverso l’osservanza stretta di precetti, confondiamo l’espressione autentica della nostra fede con riti e cerimonie che, per il modo in cui li viviamo altro non nascondono se non il nostro bisogno di mostrarci irreprensibili agli occhi di Dio e del nostro fratello. Andiamo a messa la domenica quasi come se dovessimo imporlo a noi stessi, convinti, anche solo inconsciamente, che ci siano dei motivi per cui “ci conviene” farlo, forse anche solamente per assicurarci la vicinanza di Dio e la patente di bravi cristiani. Per sua natura, l’essere umano, essendo abitato da contraddizioni e polarità, anche nel vivere la propria cristianità tende a considerare in modo antitetico la piena osservanza della sua professione religiosa con una esperienza di amore gratuito verso Gesù. Il fariseo del vangelo di Marco svela, attraverso l’accusa a Gesù, la sua psicologia malata che, da un punto di vista clinico, definirei “ossessiva”. Attanagliato da una profonda angoscia di fronte alla sua esistenza, il paziente ossessivo tenta di rassicurarsi vincolando se stesso e il proprio rapporto con la vita e con l’altro ad una serie di riti e pratiche molto rigide, creando un assetto difensivo, rigidamente improntato alla ritualizzazione e ad una sorta di inflessibile pianificazione. Così il fariseo, nella sua prassi intransigente, rivela la sua concezione di un Dio che ha con l’uomo una relazione formale più che essenziale. Il fariseo non può sottrarsi alla sua meticolosa e ossessiva struttura di pensiero e ai suoi intransigenti comportamenti, e sceglie una esaltazione della legge e della morale, inchiodandosi a categorie dicotomiche che distinguono il “giusto” dallo “sbagliato”, il “buono” dal “cattivo”, il “puro” dall’“impuro”. Sembra che il fariseo sia imbrigliato narcisisticamente dal suo delirio morale e dalla presenza di una inflessibile Legge interna, frapponendo costantemente un muro tra sé e l’Altro. La pratica religiosa e i comandamenti, invece di essere vissuti come un viatico all’incontro con Gesù e con il fratello, assurgono ad un ruolo assolutizzante e totalizzante. Quante volte nella nostra vita scegliamo la logica del fariseo? Facciamo esperienza di questa altalena tra il perseguire la nostra compiutezza umana (potendo vivere aprendosi anche all’altro) e il difendersi dai nostri tratti deplorevoli (vivere chiudendosi su se stessi). La profonda angoscia dell’umano di non riuscire a tenere insieme le proprie polarità (essere buoni cristiani ma a volte no!) di non riuscire a mantenere costantemente una immagine integra del proprio essere, lo può far ripiegare su comportamenti meticolosi e centrati su una giustizia formale al fine di ricondurre l’esistenza ad un ordine regolare e rassicurante conservando allo stesso tempo una opinione immacolata su noi stessi. Cerchiamo e scegliamo un codice di comportamento e di pensiero per sottometterci e per alleviare la nostra ansia conoscendo già ciò che dovremo fare. L’obbedienza totale ad una norma fuori di noi ci assicura un senso di protezione e invulnerabilità. Rispondere in modo rigido ad un nostro ideale di perfezione ci offre però un vantaggio: preservare un proprio senso di integrità morale corrispondente ad un modello rassicurante, identificandoci con la nostra parte “buona e adattata”. È sufficiente comportarsi come si deve, pregare come si deve, non saltare mai una messa la domenica per fare esperienza di una morale tranquillizzante. La ripetizione pedissequa di precetti, l’assoggettarsi a dei rituali a volte estremi riduce la paura della morte, se accompagnata dalla convinzione che obbedendo sia garantito il paradiso. Ma Gesù ci ferma bruscamente, vuole interrompere questa illusione infantile e nevrotica; ci spinge a domandarci se anche noi siamo un po’ farisei, se anche noi siamo un po’ ipocriti. A volte scegliamo di recitare un ruolo sulla scena della vita che in realtà ci lega, ci vincola spingendoci ad aderire a norme e prescrizioni stressanti ma rassicuranti raggiungendo una apparente e ingannevole quiete con la nostra coscienza. Scegliamo di farci schiavi perché ci spaventa la nostra libertà creaturale? Siamo in grado di accogliere la libertà che Gesù ci propone nell’incontro con Lui? Gesù va oltre tutte le nostre narrazioni ingannevoli, va oltre i rituali, va oltre le nostre coazioni e perversioni, Gesù amplia e rilancia la proposta del Padre; Gesù desidera liberarci dai legacci che ci creiamo per fronteggiare la nostra finitudine e la nostra tendenza ad una autoreferenzialità che opprime. Gesù ci vuole liberi, autenticamente liberi e felici come figli, e come un padre buono ci rimprovera severamente per indicarci il cuore, il centro, l’essenziale. La vera ipocrisia è vivere una esistenza alla sola luce della paura, vivere una vita avvilita, mortificata, una vita non compiuta. Gesù è estremamente serio e non ammette repliche, grida forte “ipocriti”! Vogliamo veramente continuare a seppellire la nostra vita? A scegliere di vivere una vita di sacrifici rivolti ad un’idea distorta e nociva di amore? Gesù ci chiama alla verità di noi stessi, ad una vita gioiosamente piena e liberante sentendoci profondamente figli, amati per quello che siamo e non per quello che dobbiamo meritarci. Lo stesso Papa Francesco ci ha ricordato che «il Signore ci aiuta a camminare sulla strada dei Comandamenti, sapendo che l’incontro con Gesù è più importante di tutti i comandamenti».

di Rossella Barzotti