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Da trent’anni la Comunità in Dialogo di Trivigliano accanto a tossicodipendenti e disagiati

Salvati dall’Amore vincitori sulla morte

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23 agosto 2021

Aldo, Giancarlo, Mauro, Consuelo, Marina, Veronica, Nina, Miriam, Cristina, Vincenzo, Guido: sono solo alcuni dei nomi di chi ha fatto esperienza dell’Amore che salva dalla morte e cura qualsiasi ferita del cuore. Donne e uomini incontrati nella Comunità in Dialogo a Trivigliano (Frosinone), fondata da padre Matteo Tagliaferri che quest’anno festeggia «30 anni di amore ricevuto, 30 anni di amore donato». Oltre trenta centri in Italia e quattro all’estero, per combattere dipendenze, schiavitù e disagi esistenziali che le provocano, attraverso la cura integrale della persona.

«Iniziai perché un papà mi lasciò il figlio, Danilo, in macchina, vicino alla canonica di Casamaina (L’Aquila) dove facevo il parroco», ricorda padre Matteo, allora anche assistente nazionale della Gioventù mariana: «Non pensai di accogliere un tossicodipendente, ma una persona. Accolsi Danilo. In quel momento mi è stata data l’opportunità di ridonare il grande amore ricevuto da Dio Padre, scoperto quando ero un adolescente impaurito, chiuso e sgangherato. Da quel momento sono andato avanti sentendomi figlio amato e volendo amare». Motivo per il quale si definisce «il primo giovane della Comunità in Dialogo», nata ufficialmente il 18 giugno 1991, dopo il trasferimento dalla canonica di Casamaina alla sede di Trivigliano. Nella cappella leggo una scritta che è cifra della vita della comunità: «Amare una persona significa dirgli “Tu non morirai”. Amarlo in Cristo è dargli completa resurrezione».

Sono parole che accolgono tutti all’ingresso di ogni centro, anche della casa femminile «Mirella C./Armonia di vita» dove riabbraccio Consuelo, conosciuta tre anni fa. La sua storia è paradigmatica: nata nella periferia romana di Tor Bella Monaca da madre cocainomane e padre spacciatore ucciso per una resa di conti, cresce con un patrigno violento. È poco più che una bambina quando inizia a “pippare” cocaina con la madre e si prostituisce per comprare la droga. A 16 anni rimane incinta. Tiene la figlia, ma la affida agli assistenti sociali. A 20 anni è reclusa nel carcere di Rebibbia, dove scopre di avere l’hiv. Uscita di prigione, ricomincia a prostituirsi e a drogarsi fino a rischiare di morire di overdose. Viene trovata da due suore sotto un portone di un palazzo e messa in contatto con l’allora parroco di Santa Maria del Redentore, don Paolo Lojudice, che la convince a cambiare vita. Ad accoglierla in comunità c’è padre Matteo che le fa un’unica domanda: «Come stai?» Oggi sono tre anni che Consuelo è “pulita” e lavora, ma con drammatica ironia dice: «Sei arrivata che stavo male e sei tornata che sto peggio: ho un tumore. Devono asportarmi l’utero e fare una sacchetta intestinale. Ho paura? Un po’ sì, ma sicuramente la strada giusta non è quella “de andasse a ridrogà”, ma è continuare a credere che si può vivere bene e che si può morire da lucidi. Ecco, è questo il mio sogno: morire lucida. Non voglio sentire più quel senso di abisso, di male, l’assenza di emozioni che ti fa chiedere se sei viva».

Ha un tatuaggio sul braccio sinistro: l’Immacolata che schiaccia la testa al serpente: «Il bene che schiaccia il male. Per non dimenticare tutto il male fatto, e il bene ricevuto. L’ho fatto pensando alla Comunità che è il bene che non ho avuto prima, e al male che ho fatto. Ne ho fatto tanto di male, Domì». Mi commuove e sussurro: «Ma quanto bene avevi conosciuto?». Consuelo sdrammatizza: «Tutte le cose le fai così? Da sentisse male! Guarda, sembra che va molto meglio mò che prima. Sto dando un senso alla vita. La comunità lascia nel cuore la speranza e padre Matteo è lo sguardo di Dio». Sull’altro braccio ha tatuato l’immagine di Gesù Misericordioso: «L’unica strada è credere».

È la stessa intrapresa da Marina, 23 anni, di Latina, entrata durante il lockdown: «Ho fatto la quarantena. È stata tosta. Questa pandemia mi ha fatto prendere consapevolezza di dare il giusto senso alla vita e che la droga è una risposta sbagliata ad altro. Io ho vissuto malissimo il fatto che mio padre — anche lui fa uso di sostanze — ha avuto una storia con un’altra donna, iniziata quando io avevo 8 anni. Mi sono vissuta quello che si è vissuta mia madre». Marina incontra a scuola la cocaina. La condivide più tardi anche con il ragazzo che l’aiuta a scappare di casa e le fa conoscere la Comunità in Dialogo: «Ho accettato la sfida della comunità. Durante la prima chiamata a casa, ho sentito mio padre piangere. Padre Matteo dice che facendo io il percorso qua, lui parallelamente lo fa fuori. Questa cosa l’ho notata quando sono andata in verifica a casa, l’ho visto cambiato. Stiamo a “inizià a ricostruì quarcosa”. Qui ho scoperto che anche Dio è Padre e mi affido a lui per rinascere».

Evidente è la rinascita di Nina: 25 anni, nata in Macedonia, abbandonata da genitori rom all’età di 4 anni e adottata da una famiglia napoletana. È in comunità da cinque mesi, ma non per problemi di tossicodipendenza: «Sono passata dai campi rom, dove mi ritrovavo con il pus in mezzo ai denti, con i pidocchi e il pannolino sporco, abbandonata a me stessa, a una casa dove avevo una stanza tutta mia, piena di giochi, con persone che mi viziavano. Quindi già a 5 anni mi chiedevo “Chi sono?”. Non posso negare ai miei genitori adottivi il loro amore, ma forse non mi hanno capita. Tutto quel meglio mi creava disagio. Mi sono persa, sono andata così in confusione che a 14 anni ho iniziato a farmi del male». Mostra cicatrici su braccia e polsi. «Ma non era abbastanza e ho iniziato a fare del male anche alla mia famiglia, distruggendo casa e aggredendo i miei, fino a quando è entrato un magistrato nella mia vita».

Nina è progressivamente identificata con il suo problema ed è ritenuta tanto “pericolosa” da venire cacciata da tutte le comunità conosciute in questi ultimi tre anni. Stento a crederci. Cos’è che fa la differenza nella Comunità in Dialogo? Le si illuminano gli occhi: «È una famiglia. E gli operatori hanno vissuto le nostre sofferenze sulla loro pelle. Poi vedo l’esempio di padre Matteo, la sua umiltà mi stupisce, anche quando dice: “Grazie a voi che mi accogliete, perché io senza di voi non sarei nessuno”. Oggi credo nell’amore perché lo vedo».

Seduta accanto a noi c’è l’operatrice che Nina considera una sorella maggiore: Miriam, 29 anni, da quattro in comunità, dopo dodici di tossicodipendenza legata a disturbi alimentari. È cresciuta a Ciampino. «Ho iniziato a soffrire di anoressia a seguito di un’infanzia tosta per la responsabilità di fratelli problematici. Le prime “cannette” le ho fatte al liceo. Poi ho sentito una forte attrazione per la cocaina perché ero fissata che mi avrebbe aiutato a mantenere quel peso. La prima assunzione l’ho fatta a 17 anni con il mio compagno che ho cercato tra i miei “clienti”». L’ex entra in comunità prima di lei. «Io tergiversavo fino a che nell’aprile 2017 ho fatto un incidente frontale. Dopo una settimana di coma, mi sono svegliata paralizzata. Dentro il letto d’ospedale ho iniziato a “pregà”: non me le ridà le gambe se devo ritornare in quei palazzi; non me le ridà le braccia se devo ritornare a “fumamme” la bottiglia o l’eroina». Ma tornata a casa, dopo una lunga riabilitazione, Miriam ricade nella dipendenza: «Nell’ultimo periodo avevo proprio fatto schifo, ma qui mi sono sentita amata nelle mie povertà e ho fatto mia la frase “Come io vi ho amato”».

Anche Guido, 28 anni, parla di quello “schifo”: «Le sostanze ti portano a toccare dei fondi dai quali è difficile riemergere, ma oggi sento che è possibile farlo. La differenza rispetto alle altre comunità non è in quello che facciamo, ma nel bene che ti danno. Questo mi ha permesso di fare dei cambiamenti incredibili, come restare lucido da quasi due anni e riuscire a raccontare la mia storia. Mio padre e mia madre erano tossicodipendenti e si sono conosciuti al Ceis, Centro italiano di solidarietà». Guido diviene consapevole della loro tossicodipendenza solo in prima superiore, perché preso in giro da un compagno di classe. I suoi genitori si separano presto e a 16 anni Guido si traferisce dal padre: «Una sera ci siamo fatti una canna insieme. È iniziato tutto così. Poi purtroppo ci siamo trovati insieme anche nella cocaina e nell’eroina. Un incubo! A 21 anni sono rientrato al Ceis». Anche il padre sembra pronto a farlo, ma Guido riceve una telefonata dalla madre: «“Tuo padre ha un tumore al fegato, ha tre giorni di vita”, mi disse. E qualcuno vive ancora nell’illusione che non ci si muore! Da lì non ho ricordi di aver vissuto, fino all’arrivo al centro “Volontà di vita”. Qui si è stimolati a dare risposte diverse alla sofferenza e a sperare che si può tornare a vivere».

Perú, Colombia, Ucraina, Italia, in tutti i Paesi il cuore della Comunità in Dialogo è lo stesso: l’Amore incarnato che salva e cura le ferite, tutte.

di Domitia Caramazza