· Città del Vaticano ·

Il Papa nel bicentenario della nascita di sant’Andrea Kim Taegon

Per la riconciliazione nella Penisola coreana

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23 agosto 2021

«Quanti si stanno prodigando per la riconciliazione nella Penisola coreana continuino con rinnovato impegno a essere buoni artigiani della pace»: è quanto auspica Papa Francesco — «incoraggiando tutti a un dialogo rispettoso e costruttivo per futuro sempre più luminoso» — in un messaggio inviato alla comunità coreana di Roma che sabato pomeriggio, 21 agosto, si è riunita nella basilica di San Pietro per celebrare i duecento anni della nascita del primo sacerdote cattolico del Paese asiatico: sant’Andrea Kim Taegon, che subì il martirio nel 1846 ed è stato canonizzato da Giovanni Paolo ii nel 1984 a Seoul.

All’altare della Cattedra, il rito in lingua coreana concelebrato da una trentina di preti alla presenza di circa settanta tra religiose e laici, è stato presieduto dall’arcivescovo Lazzaro You Heung-sik, nominato da Papa Francesco lo scorso 11 giugno prefetto della Congregazione per il clero.

Rivolgendosi ai «fedeli dell’amata Corea del Sud», il Pontefice ricorda il santo prete come «un esemplare testimone di fede eroica e un instancabile apostolo dell’evangelizzazione in tempi difficili, segnati da persecuzioni e sofferenze per il popolo» coreano. Andrea Kim Taegon, prosegue il messaggio, «assieme ai suoi Compagni, ha mostrato con gioiosa speranza che il bene prevale sempre, perché l’amore di Dio vince sull’odio». Del resto, osserva Francesco attualizzando la propria riflessione, «anche oggi, di fronte alle tante manifestazioni del male che sfigurano il volto bello dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, bisogna riscoprire l’importanza della missione di ogni battezzato, il quale è chiamato a essere ovunque operatore di pace e di speranza, disposto, come il Buon Samaritano, a chinarsi sulle ferite di quanti sono desiderosi di amore, di aiuto, o semplicemente di uno sguardo fraterno». In proposito, il Papa coglie «l’occasione per ringraziare di cuore l’intera comunità ecclesiale coreana per la grande generosità nel sostenere la campagna di vaccinazione anti-covid 19 a favore dei Paesi più poveri. La vostra sensibilità e l’attenzione verso le membra più deboli del Corpo di Cristo — rimarca Francesco — incoraggia a mettersi al servizio degli altri e, nel contempo, rappresenta un forte invito per un maggior impegno nella causa degli ultimi».

Infine gli auspici di riconciliazione per la nazione coreana: «Come ho detto nell’enciclica Fratelli tutti», conclude citandone il numero 232 «non c’è un punto finale nella costruzione della pace sociale di un Paese, bensì si tratta di un compito che non dà tregua e che esige l’impegno di tutti».

Riferimenti alla pandemia e all’enciclica bergogliana anche nell’omelia dell’arcivescovo prefetto. La «fraternità evangelica — ha spiegato il presule coreano — è medicina per guarire un mondo malato di indifferenza e per superare la crisi portata dalla pandemia. Ma anche rimedio di fronte al dolore del panorama mondiale: dal terribile terremoto di Haiti, alla situazione dolorosa in Afghanistan, fino al Myanmar».

Commentando le letture proposte dalla liturgia (Ez 34, 11-26 e Gv 10, 11-16) il celebrante ha ricostruito la vicenda biografica di sant’Andrea Kim, nella cui «famiglia nacquero anche due santi, due beati e 6 martiri, nell’arco di quattro generazioni»; una «famiglia particolarmente benedetta dal Signore — ha osservato — e molto rara anche nella storia della Chiesa universale».

Egli, ha aggiunto l’arcivescovo, «attraverso la sua breve vita terrena di appena 25 anni e 26 giorni, ha mostrato la via che gli uomini sono chiamati a percorrere; infatti, nonostante l’ambiente sociale in cui dominava il sistema gerarchico delle caste del confucianesimo, il nostro santo sacerdote fu un uomo la cui vita rifletteva pienamente la sua fede».