· Città del Vaticano ·

Nel cuore delle Ande peruviane. La denuncia di una organizzazione internazionale

Il dramma dei bambini della miniera di Cerro de Pasco

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23 agosto 2021

Il 18 febbraio scorso Cristiano è morto di atrofia cerebrale: prima di lui, a Cerro de Pasco, a 4.400 metri sul livello del mare, nel cuore delle Ande peruviane, altri 14 bambini da inizio anno hanno perso la vita a causa dell’inquinamento. Cristiano aveva sei anni e nel suo organismo sono state rilevate concentrazioni di 12 metalli pesanti diversi superiori al limite, tra cui piombo, arsenico, cadmio e mercurio: veleni che, giorno dopo giorno, minano la salute delle comunità di Cerro a tal punto che, in base agli standard dell’Oms, il 100 per cento dei 70.000 abitanti di quell’area andrebbe, per le loro condizioni, ricoverato d’urgenza. La ragione è sotto gli occhi: una gigantesca miniera a cielo aperto attiva da quasi un secolo. Una voragine di due chilometri di lunghezza, un chilometro e mezzo di larghezza e quasi mille metri di profondità che, negli anni, ha inghiottito gran parte della città, comprese le prime strutture del xvi secolo, e con essa una indecifrabile quantità di vite umane. Soprattutto bambini. Nel 2018 c’erano dodici casi di atrofia celebrale infantile in tutta la regione di Pasco: tutti nella città di Cerro, nonostante qui risieda solo il 25% della popolazione dell’area.

«Negli anni abbiamo analizzato sangue e capelli di più di 400 bambini della zona: tutti loro, nessuno escluso, avrebbero dovuto essere urgentemente ricoverati» denuncia il biologo Flaviano Bianchini, fondatore e direttore di Source International, l’unica organizzazione internazionale rimasta sul luogo a difendere la popolazione minacciata dalle multinazionali estrattive. L’evidenza delle analisi è schiacciante: «Nel 2018, in collaborazione con team medici di alcune università spagnole, abbiamo constatato che ogni bambino di Cerro de Pasco presentava una o più malattie conseguenti all’inquinamento. Abbiamo effettuato un campione di controllo a Carhuamayo, una località a 50 chilometri di distanza da Cerro, simile per condizioni ambientali ma non di inquinamento: solo due bambine manifestavano sintomi in qualche modo vincolati all’inquinamento — racconta Bianchini — e, poco dopo, abbiamo scoperto che erano nate a Cerro, per poi trasferirsi a Carhuamayo».

Senza le prove scientifiche è impossibile inchiodare alle loro responsabilità le società che operano nella regione e far valere i diritti delle comunità locali: per questo Source è costituita da scienziati e avvocati. «Le concentrazioni di piombo nei capelli dei piccoli di Cerro sono quattro volte maggiori di quelle dei bambini di Carhuamayo e il piombo interferisce gravemente con il processo di crescita cognitiva, pregiudicando le facoltà mentali» rimarca Bianchini. Considerando che nei primi cinque anni di vita avviene lo sviluppo, l’inquinamento da metalli pesanti spesso ha effetti irreversibili sui minori. I casi di atrofia cerebrale sono solo la punta di un iceberg, che nasconde migliaia di bambini con difficoltà di apprendimento e problemi comportamentali tali, che il suicidio è la prima causa di morte tra gli adolescenti della città. Nonostante negli ultimi anni la produzione della miniera sia diminuita, i livelli di inquinamento di aria, acqua e suolo non cambiano: «La residualità dei metalli pesanti fa sì che permangano nell’ambiente per un tempo sostanzialmente infinito: anche se la miniera chiudesse ora, senza un drastico intervento di bonifica, per diversi secoli i tassi di inquinamento resterebbero uguali» spiega lo scienziato.

Nel tempo si sono alternate diverse proprietà nel controllo della miniera e questo facilita il gioco dello scaricabarile: Volcan, la svizzera Glencore o la Cerro de Pasco Resources, poco cambia. Intanto, la madre di Cristiano ha costituito un comitato cittadino di centinaia di famiglie che, a fianco di Source International e altre organizzazioni, intende sottoporre la questione ai più alti tribunali internazionali: «Parliamo di centinaia di morti, di migliaia di bambini a cui viene negato il diritto alla salute: non si tratta di qualche sversamento o di valori inquinanti sopra la soglia limite per qualche giorno, ma di azioni deliberate e continuativamente perpetrate a danno di un’intera comunità». Un crimine che ha un nome: violazione dei diritti umani. E come tale merita di essere valutato. Non a caso, il binomio impresa-diritti umani è diventato oggetto di un vero e proprio filone di ricerca scientifica internazionale.

«Studiamo quali sono le condizioni che favoriscono le violazioni da parte delle imprese, definite sulla base della dichiarazione universale dei diritti umani, e, quindi, intese sia sui lavoratori, che sulle comunità più ampiamente considerate, incluse quelle contro la vita e la salute di popolazioni esposte alle emissioni tossiche delle aziende» spiega la professoressa Elisa Giuliani, direttrice del Remarc (Responsible Management Research Center) dell’Università di Pisa, uno dei centri più all’avanguardia sul tema impresa, diritti umani e sviluppo sostenibile. Dopo anni di esperienze e studi, si osserva che violare i diritti umani non è prassi diffusa solo tra le società dalle cattive performance finanziarie, dei settori più a rischio, o di Paesi istituzionalmente fragili e irrispettosi delle convenzioni internazionali, ma un fenomeno trasversalmente diffuso: «I dati mostrano che nessuna azienda di per sé è immune: violano i diritti umani anche realtà operanti nel cuore dell’Europa, uno dei contesti istituzionali più stabili sul panorama internazionale, e ad abusare sono spesso aziende dal profilo finanziario solido». Casi come quello di Cerro di Pasco ricadono in una casistica, purtroppo, ricorrente, dove lo Stato sacrifica la salute di una intera comunità, per proteggere gli interessi di un gruppo e, indirettamente, le finanze del Paese, che trae beneficio, nel caso specifico, dall’attività estrattiva. «Dare priorità a crescita economica e profitti di una élite, a scapito della tutela di salute e dignità di un’intera comunità è una scelta comune a molti paesi, non solo del Perú». Cosa fare, dunque, per arginare tale piaga? «Un primo passo è quello di ripensare in forma radicale le politiche di sviluppo e le politiche industriali: per anni si è data scontata l’idea che a farsi carico dei danni causati dall’attività di impresa, in economia “esternalità negative”, dovessero essere i governi, che, attraverso le tasse pagate dalle imprese, avrebbero dovuto risolvere o mitigare i danni, bonificando, ad esempio, un territorio dall’inquinamento, o sostenendo i costi in sanità pubblica derivanti dall’incremento di tassi di malattie collegabili all’attività stessa delle impresa». A pagare dazio, invece, sono ancora le comunità, perché quelle stesse imprese eludono le tasse, e le casse dei governi sono sempre più vuote. Tuttavia, le autorità governative, in quanto responsabili delle politiche industriali, dispongono di uno strumento potente: «Anche se poco o malamente usati, incentivi o sussidi alle imprese andrebbero condizionati alle performance socio-ambientali. Partendo dell’esperienza dei National Contact Point dell’Ocse, si dovrebbero creare istituzioni a livello locale, che ascoltino e accolgano le istanze delle potenziali vittime di abuso (i cosiddetti grievance mechanisms delle linee guida delle Nazioni Unite su Impresa e Diritti Umani) e che monitorino costantemente l’operato dei gruppi industriali, sotto il profilo giuridico, e anche grazie alle evidenze raccolte da organizzazioni come Source International, così da misurare gli impatti sociali e ambientali delle aziende». Il meccanismo premierebbe le imprese più virtuose, che possono beneficiare degli aiuti pubblici in maniera proporzionale alla condotta sul campo, escludendo dai finanziamenti di Stato le società dalle scarse valutazioni. Seppur non risolutivo, costituirebbe, appunto, il primo passo per un cambiamento culturale di quel mondo dell’impresa per il quale pesano più gli incentivi economici delle considerazioni etiche ed umane.

di Silvia Camisasca