· Città del Vaticano ·

La sofferenza degli haitiani grida al mondo

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20 agosto 2021

Il cantautore Jackson Browne pubblica l’album Downhill from Everywhere, dopo sette anni di assenza dalle scene. L’artista, tra i più importanti della scuola musicale americana, canta della gentilezza e del bisogno di relazioni autentiche, canta Haiti colpita da uragani, epidemie e terremoti. Love is Love è una canzone che racconta di un prete e medico, il passionista padre Richard Frechette con cui condivido la stessa vocazione religiosa. Chiamato dagli amici padre Rick, da trentaquattro anni è a servizio dei poveri haitiani. Tra le tante opere costruite, un ospedale pediatrico che offre assistenza sanitaria gratuita a migliaia di bambini.

Contatto p. Richard il giorno prima del terremoto che ha messo in ginocchio la popolazione. Un infelice sincronismo, ma l’intervista letta alla luce dei tragici fatti che l’hanno preceduta accorcia le distanze tra noi e gli haitiani in difficoltà. Ascoltando p. Rick arrossisco di vergogna e inizio a dubitare della mia fede. È scritto nella Lettera di Giacomo e lo disse Papa Francesco in un’omelia: una fede che non dà frutto nelle opere non è fede.

Provo a ricontattare p. Rick ma invano, lavora senza sosta per accogliere i feriti presso le sue strutture ospedaliere e ricostruire le case distrutte di 250 famiglie. Arriva un suo comunicato alla nostra Congregazione religiosa e pubblicato sul sito web della fondazione Francesco Rava che sostiene le sue opere di carità. In sintesi, così scrive: «Cari amici, quello che è successo ad Haiti lo avete visto in t v. Per fortuna, avevamo già un’équipe medica dell’ospedale St. Luke che organizza campi sanitari estivi a Port Salut e a Camp Perrin. È stato facile trasformarli in ospedali da campo per aiutare il General Hospital di Les Cayes e le persone lievemente ferite, cosa fatta lo stesso giorno del terremoto. Abbiamo inviato loro le provviste in camion, un viaggio di quattro ore. L’unico problema è il tratto di marcia di Martissant, pericoloso a causa dei banditi. Sabato hanno bloccato e rubato un’ambulanza che stava trasportando una vittima del terremoto a Port-au-Prince per le cure necessarie. Sono brutte notizie. Per radio hanno garantito un passaggio sicuro per i soccorsi in questi giorni, ma le loro promesse hanno poco valore. Nell’ospedale abbiamo riservato 50 posti letto per i feriti portati a Port-au-Prince in ambulanza o in aereo, nel caso in cui i posti letto negli ospedali non fossero sufficienti. Abbiamo garantito esami clinici gratuiti a chi proviene dal sud verso altri ospedali della città, un grande vantaggio per tutti. Siamo stati allertati che un medico in Duchity ha bisogno di aiuto per curare i feriti. A quanto pare è l’unico medico in tutta la regione. Invieremo subito un aiuto, nonostante la difficoltà di muoverci per strada a causa delle frane e dei crolli. Bisogna evitare le tendopoli, la gente ha bisogno di un tetto. Inizieremo a ricostruire case a Petit Trou de Nippes. Ci concentreremo sulle zone rurali, le città riceveranno molti più aiuti rispetto alle periferie. La nuova ondata di covid, l’assassinio del presidente, l’escalation della criminalità e dei rapimenti, la fatica economica per l’alto costo della vita, il terremoto, gli uragani in arrivo: stiamo aspettando il giorno della nostra ritrovata libertà».

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Padre Rick era un giovane prete cattolico quando raggiunse Haiti la prima volta. Gli fu detto subito che in quella terra non avevano bisogno di un prete, ma di un medico. Così tornò negli Stati Uniti, studiò medicina e rientrò ad Haiti come sacerdote e dottore, curando e benedicendo. Jackson Browne lo definisce «un vero esempio di imitazione di Cristo che vive in una stanza minuscola in ospedale, senza averi, provvedendo ai bisogni dei poveri».

Gli chiedo la cosa più ovvia, la verità su Haiti.

Vivi in una terra in cui i terremoti e l’instabilità politica hanno effetti devastanti sulla popolazione. Raccontaci della tua Haiti, quella che non vediamo in t v, né descritta sui giornali.

Qui c’è una moltitudine di gente povera che vive un eroismo anonimo, un popolo che non ha nessuna via d’uscita dall’umiliazione che subisce in ogni istante, ogni singolo giorno. Io invece, da straniero, da uomo bianco, da religioso e da chierico, ho l’opportunità di molte “esistenze” e dunque di scappatoie. Pensando a loro ho scelto di non usarle, o almeno ci provo. È davvero diverso vivere con queste opportunità dal non avere alcuna possibilità d’uscita. Gli haitiani sono eroi autentici, in questa trappola mortale rimangono amanti della vita e di Dio e feroci difensori dei loro figli. Come nel caso di molti altri popoli che hanno vissuto una lunga sofferenza, non c’è crisi di fede in Haiti. Le persone sanno bene chi è Dio, chi è Gesù, conoscono il potere dello Spirito Santo. Sanno bene quanto hanno bisogno di Dio. Le persone attendono la fine della violenza, della tristezza e della miseria, in Haiti questa speranza è generata dalla devozione verso Dio. È trovare la via d’uscita con e attraverso Dio.

L’attualità della tragedia haitiana è sotto gli occhi di tutti. Cosa può insegnarci la storia di un popolo così martoriato?

Senza biasimare qualcuno né volendo incitare sentimenti cattivi o guerre culturali, la sofferenza degli haitiani è una dichiarazione per il mondo che la povertà non è giusta, non è meritata. È invece la conseguenza finale dell’esclusione. Perché Dio è Unità, l’esclusione è peccaminosa. La soluzione per tutti è di includersi a vicenda, iniziando ad accogliersi nel cuore. L’esclusione ha spesso causato danni enormi all’intera popolazione haitiana, lo scrisse san Paolo ai Romani: il salario del peccato è la morte. La solidarietà deve aiutare concretamente. Eppure, aiutare vuol dire esporsi a pericoli, l’esclusione riguarda anche i soccorritori. Gli aiutanti possono stabilire in che modo determinare l’aiuto, come applicarlo, rischiando di escludere qualcuno. Ci sforziamo evangelicamente a ripristinare l’inclusione e riparare i danni causati dall’esclusione. Sant’Ambrogio scriveva (lo cita a memoria, ndr) che non è dalle nostre stesse proprietà che doniamo ai poveri, ma gli restituiamo ciò che è loro di diritto. Per ciò che è stato dato a tutti per l’uso di tutti, lo abbiamo preso per il nostro uso esclusivo. La terra non appartiene ai ricchi, ma a tutti. Quindi, lungi dal dare generosamente, stiamo solo pagando parte del nostro debito.

In diverse interviste Jackson Browne parla di te con venerazione. Come vi siete conosciuti e cosa ti ha impressionato di lui?

Quando nel 1975 ho iniziato gli studi di teologia a New York per diventare un sacerdote passionista, fui introdotto alla musica di Jackson Browne da padre Paul Chenot, durante un’omelia a una messa per la comunità. I padri Paul Chenot e Arnold Horner erano cappellani presso ospedali per le malattie mentali. Il servizio nella pastorale sanitaria li rese attrattivi e credibili agli occhi di noi studenti. Quella mattina, circa 46 anni fa, Padre Paul citò una canzone di Jackson Browne intitolata Before the Deluge (“Prima del diluvio”). Il testo è intrecciato a molti insegnamenti biblici, ai salmi, alla parabola del seminatore. C’è l’attenzione a compiere atti fondativi con sacrificio e non costruirli sulla sabbia. Contiene un profondo messaggio di vita e di spiritualità per i giovani. Incontrai Jackson Browne dopo il terremoto del 2010 ad Haiti, quando il regista e produttore cinematografico Paul Haggis lo convinse a far parte di una rete di artisti chiamata Artists for Peace and Justice, cui venne commissionata la diffusione della musica e delle arti in Haiti. Ci aiutarono ad alzare il livello d’istruzione per gli alunni della scuola secondaria e a preparare adeguatamente gli studenti all’università, garantendo ai più poveri il diritto all’istruzione. Dopo undici anni dalla sua fondazione, la scuola continua ad avere un notevole successo. La sofferenza ha legato Jackson Browne a molti misteri ed espressioni della vita, alla famiglia umana. Tutto questo, insieme alle proprie esperienze vissute, li esprime in musica alimentando la speranza nei disperati, donando forza e nuove energie a quanti vivono nei posti più proibitivi e difficili. Jackson è un brav’uomo, una persona autentica. Lui si interessa, lui agisce, la sua voce e i suoi insegnamenti sono veramente necessari.

Come sacerdote e medico cosa è più difficile, curare le ferite dell’anima o quelle del corpo?

Molto spesso ho visto sofferenti, dotati di una forza vitale assoluta, affrontare con grazia e coraggio un corpo deteriorato dalla malattia. Gesù, nella sua terribile passione, fu il migliore testimone di questa verità. In questi casi, la distruzione del corpo diventa una liberazione. Ho anche visto “desalmados” sani (in italiano “gente senza cuore”) che finiscono per distruggere la loro vita e i loro corpi, le loro famiglie e le loro comunità. La malattia dell’anima è più terribile. Il profeta Geremia ci ricorda che il cuore è più ingannevole di qualsiasi altra cosa ed è disperatamente malato; chi può capirlo? (cfr. Geremia 17, 9). Qualche giorno fa, di mattina una giovane donna è stata portata da me, entrambi gli occhi gravemente bruciati da un acido versato di proposito da qualcuno. Ho versato acqua sterilizzata per rimuovere la sostanza tossica dagli occhi prima che potesse fare ancora più danno, bendata con una garza sterile ed asciutta prima di mandarla, a mie spese, dal miglior oculista a Port-au-Prince. Il trauma provocato alla sua psiche può generare uno stato d’animo odioso e vendicativo. Tutto ciò fa vedere le cose in modo diverso, più di un bendaggio pulito o di una terapia. Dove porterà la malattia dell’anima di quella donna, cosa provocherà? Rabbrividiamo pensando a Giuda. È ricordato nei racconti della Passione, ed è così terribile da rievocare. In Giuda c’è dispiacere e rimpianto per aver tradito. Purtroppo, giudicò sé stesso condannandosi, s’impiccò e morì. Quali virtù sono necessarie per coloro che sono stati crocifissi? Per questi ultimi è più difficile resistere all’odio e alla morte. Dio sia il nostro aiuto! Solo Dio può aiutarci nel difficile lavoro che ci ha affidato, come servi della Passione.

di Massimo Granieri