· Città del Vaticano ·

A Lesbo una preghiera ecumenica in ricordo dei migranti annegati nel Mediterraneo

Perché nessun altro muoia di speranza

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19 agosto 2021

Un padre che cerca di mantenere in vita la sua bambina, immagini di piccoli portati in spalla nell’attraversare i fiumi, scene drammatiche in riva al mare, moli gremiti di immigrati, famiglie che pregano dopo aver perso tutto: sono solo alcune delle strazianti foto innalzate dai profughi che hanno partecipato alla preghiera ecumenica svoltasi martedì 17 agosto a Mitilene, nell’isola di Lesbo, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio, insieme a Chiese e organizzazioni locali, nell’ambito della manifestazione «Morire di speranza». Un modo per ricordare, ogni anno, in diversi luoghi d’Europa, gli oltre 59.000 annegati nel Mediterraneo nel tentativo di sfuggire a un destino di violenza e disperazione, con il sogno di una terra promessa nel vecchio continente. L’evento fa anche parte dell’impegno della Sant’Egidio per i rifugiati a Lesbo che ha coinvolto tanti giovani di tutta Europa nel mese di agosto.

La cerimonia, programmata in collaborazione con l’arcidiocesi ortodossa di Lesbo e presieduta dal metropolita Iakovos, ha avuto luogo di fronte alla statua raffigurante la “madre dell’Asia Minore”, la Mikrasiatisa Mana, la quale ricorda le madri rifugiate che coraggiosamente hanno attraversato le acque per ricominciare una nuova vita dopo aver lasciato le loro case in Asia Minore, e le tante vittime la cui memoria è scritta nella storia ed è nel cuore della Grecia moderna. Un pensiero è andato inoltre ad alcuni degli scomparsi, dei quali sono stati letti i nomi. «Vogliamo mantenere viva la memoria di tutte le vittime del passato e del presente, nei viaggi della speranza», ha dichiarato il portavoce della Comunità di Sant’Egidio, Roberto Zuccolini: «La nostra preghiera oggi è per la nuova tragedia in Afghanistan, ma anche per i rifugiati in tutto il mondo. Preghiamo che questi viaggi si trasformino dalla morte alla speranza in un mondo di speranza». Un mondo a misura di tutti coloro accomunati da un dolore che, insieme alla dignità umana, non ha «nazione né religione», hanno sottolineato i presenti, invitando a «difendere la dignità per rimanere umani e mantenere vivo il cuore e il futuro dell’Europa».

di Rosario Capomasi