· Città del Vaticano ·

Il magistero

La settimana di Papa Francesco

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
05 agosto 2021

Venerdì 30 luglio

Biblista
e predicatore

Nell’apprendere la notizia della pia morte del caro Cardinale Albert Vanhoye... penso con gratitudine alla sua intensa opera profusa quale zelante religioso figlio spirituale di Sant’Ignazio, esperto docente, autorevole biblista, apprezzato Rettore del Pontificio Istituto Biblico, solerte e saggio collaboratore di alcuni Dicasteri della Curia Romana.

Penso altresì al suo amore per il ministero della predicazione che ha esercitato con generosità, animato dal desiderio appassionato di comunicare il Vangelo.

(Telegramma per la morte
del cardinale Albert Vanhoye
)

Domenica 1° agosto

Alla ricerca
di Dio

La scena iniziale del Vangelo, nella Liturgia odierna (cfr. Gv 6, 24-35), ci presenta alcune barche in movimento verso Cafarnao: la folla sta andando a cercare Gesù.

Potremmo pensare che sia una cosa molto buona, eppure il Vangelo ci insegna che non basta cercare Dio, bisogna anche chiedersi il motivo per cui lo si cerca.

La gente, infatti, aveva assistito al prodigio della moltiplicazione dei pani, ma non aveva colto il significato di quel gesto: si era fermata al miracolo esteriore e, si era fermata al pane materiale.

Ecco allora una prima domanda che possiamo farci tutti noi: perché cerchiamo il Signore?

Abbiamo bisogno di discernere questo, perché tra le tante tentazioni, che noi abbiamo nella vita, tra le tante tentazioni ce n’è una che potremmo chiamare tentazione idolatrica.

È quella che ci spinge a cercare Dio a nostro uso e consumo, per risolvere i problemi, per avere grazie a Lui quello che da soli non riusciamo a ottenere, per interesse.

Ma in questo modo la fede rimane superficiale e anche — mi permetto la parola — la fede rimane miracolistica: cerchiamo Dio per sfamarci e poi ci dimentichiamo di Lui quando siamo sazi.

Al centro di questa fede immatura non c’è Dio, ci sono i nostri bisogni. Penso ai nostri interessi, tante cose...

È giusto presentare al cuore di Dio le nostre necessità, ma il Signore, che agisce ben oltre le nostre attese, desidera vivere con noi anzitutto una relazione d’amore.

E l’amore vero è disinteressato, è gratuito: non si ama per ricevere un favore in cambio! Questo è interesse; e tante volte nella vita noi siamo interessati.

Ci può aiutare una seconda domanda, quella che la folla rivolge a Gesù: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?» (v. 28).

E Gesù indica la strada: risponde che l’opera di Dio è accogliere Colui che il Padre ha mandato, cioè accogliere Lui stesso, Gesù.

Non è aggiungere pratiche religiose o osservare speciali precetti; è accogliere Gesù, è accoglierlo nella vita, è vivere una storia d’amore con Gesù.

C’è una relazione con Lui che va oltre le logiche dell’interesse e del calcolo.

Le persone
al centro
della società

Questo vale nei riguardi di Dio, ma vale anche nelle nostre relazioni umane e sociali: quando cerchiamo soprattutto il soddisfacimento dei nostri bisogni, rischiamo di usare le persone e di strumentalizzare le situazioni per i nostri scopi.

Usare le persone per il proprio profitto: è brutto questo. E una società che mette al centro gli interessi invece delle persone è una società che non genera vita.

L’invito del Vangelo è questo: piuttosto che essere preoccupati soltanto del pane materiale che ci sfama, accogliamo Gesù come il pane della vita e, a partire dalla nostra amicizia con Lui, impariamo ad amarci tra di noi. Con gratuità e senza calcoli.

(Angelus in piazza San Pietro)

Lunedì 2

Il “giovane ricco” di cui ci parlano i Vangeli sinottici (cfr. Mt 19, 16-22; Mc 10, 17-22; Lc 18, 18-23)... si mise in cammino, anzi, corse incontro al Signore, pieno di slancio e di desiderio di trovare il Maestro per avere in eredità la vita eterna, cioè la felicità.

La domanda del giovane

La parola-guida del Festival di quest’anno è proprio la domanda che quel giovane rivolse a Gesù: «Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?».

È una parola che ci pone davanti al Signore; e Lui fissa il suo sguardo su di noi, ci ama e ci invita: «Vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21).

Il Vangelo non ci dice il nome di quel giovane, e questo suggerisce che possa rappresentare ciascuno di noi.

Egli, oltre a possedere molti beni, appare ben educato e istruito, e anche animato da una sana inquietudine che lo spinge a cercare la vera felicità, la vita in pienezza.

Perciò si mette in cammino per incontrare una guida autorevole, credibile e affidabile.

Tale autorità la trova nella persona di Gesù Cristo ed è per questo che gli domanda: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?» (Mc 10, 17).

Per aiutarlo ad accedere alla sorgente della bontà e della vera felicità, Gesù gli indica la prima tappa da percorrere, cioè quella di imparare a fare il bene verso il prossimo: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19, 17).

Gesù lo riporta alla vita terrena e gli indica la via per ereditare la vita eterna, vale a dire l’amore concreto per il prossimo.

Ma il giovane risponde che questo lo ha sempre fatto e si è accorto che non basta seguire i precetti per essere felici.

Allora Gesù fissa su di lui uno sguardo pieno d’amore. Egli infatti riconosce il desiderio di pienezza che il giovane porta nel cuore e la sua salutare inquietudine che lo pone in ricerca; per questo prova per lui tenerezza e affetto.

Gesù, tuttavia, capisce anche qual è il punto debole del suo interlocutore: è troppo attaccato ai molti beni materiali che possiede.

Perciò il Signore gli propone una seconda tappa da compiere, quella di passare dalla logica del “merito” a quella del dono: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo» (Mt 19, 21).

Gesù cambia la prospettiva: lo invita a non pensare ad assicurarsi l’aldilà, ma a dare tutto nella vita terrena, imitando così il Signore.

Quello che Gesù propone non è tanto un uomo spoglio di tutto, quanto un uomo libero e ricco di relazioni.

No a un cuore affollato
di beni

Se il cuore è affollato di beni, il Signore e il prossimo diventano soltanto cose tra le altre. Il nostro troppo avere e troppo volere ci soffocano il cuore e ci rendono infelici e incapaci di amare.

Infine, Gesù propone una terza tappa, quella dell’imitazione: «Vieni! Seguimi!».

Amici, anche ad ognuno di voi Gesù dice: «Vieni! Seguimi!». Abbiate il coraggio di vivere la vostra giovinezza affidandovi al Signore e mettendovi in cammino con Lui.

L’amore libera dagli idoli

Lasciatevi conquistare dal suo sguardo di amore che ci libera dalla seduzione degli idoli, dalle false ricchezze che promettono vita ma procurano morte.

Non abbiate paura di accogliere la Parola di Cristo e di accettare la sua chiamata.

(Messaggio al Festival dei giovani [Mladifest]
a Medjugorje)

Mercoledì 4

Chiamato
a evangelizzare

Paolo interpreta tutta la sua esistenza come una chiamata a evangelizzare, a far conoscere il messaggio di Cristo, a far conoscere il Vangelo.

La sua consapevolezza è di essere stato “messo a parte” per portare il Vangelo a tutti, e non può fare altro che dedicarsi con tutte le sue forze a questa missione.

Si comprende quindi la tristezza, la delusione e perfino l’amara ironia dell’Apostolo nei confronti dei Galati, che ai suoi occhi stanno prendendo una strada sbagliata, che li porterà a un punto di non ritorno: hanno sbagliato strada.

Il perno intorno a cui tutto ruota è il Vangelo.

Per lui il Vangelo è ciò che lui predica, questo che si chiama il kerygma, cioè l’annuncio. E quale annuncio? Della morte e risurrezione di Gesù come fonte di salvezza.

Un Vangelo che si esprime con quattro verbi: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve a Cefa» (1 Cor 15, 3-5).

Questo è l’annuncio di Paolo, l’annuncio che ci dà vita a tutti. Questo Vangelo è il compimento delle promesse ed è la salvezza offerta a tutti gli uomini. Chi lo accoglie viene riconciliato con Dio, è accolto come un vero figlio e ottiene in eredità la vita eterna.

Davanti a un dono così grande che è stato fatto ai Galati, l’Apostolo non riesce a spiegarsi come mai essi stiano pensando di accogliere un altro “vangelo”, forse più sofisticato, più intellettuale... un altro “vangelo”.

È da notare comunque che questi cristiani non hanno ancora abbandonato il Vangelo annunciato da Paolo. L’Apostolo sa che sono ancora in tempo a non compiere un passo falso, ma li ammonisce con forza, con tanta forza.

La sua prima argomentazione punta direttamente sul fatto che la predicazione compiuta dai nuovi missionari — questi che predicano la novità — non può essere il Vangelo. Anzi, è un annuncio che stravolge il vero Vangelo perché impedisce di raggiungere la libertà — una parola chiave — acquisita venendo alla fede.

L’Apostolo, però, non può rischiare che si creino compromessi su un terreno così decisivo. Il Vangelo è uno solo ed è quello che lui ha annunciato; un altro non può esistere.

Attenzione! Paolo non dice che il vero Vangelo è il suo perché è stato lui ad annunciarlo, no! Questo non lo dice. Questo sarebbe presuntuoso, sarebbe vanagloria.

Afferma, piuttosto, che il “suo” Vangelo, lo stesso che gli altri Apostoli andavano annunciando altrove, è l’unico autentico, perché è quello di Gesù Cristo.

Con il Vangelo non si può
negoziare

Si comprende allora perché Paolo utilizzi termini molto duri. Per due volte usa l’espressione “anatema”, che indica l’esigenza di tenere lontano dalla comunità ciò che minaccia le sue fondamenta. E questo nuovo “vangelo” minaccia le fondamenta della comunità.

Insomma, su questo punto l’Apostolo non lascia spazio alla trattativa: non si può negoziare. Con la verità del Vangelo non si può negoziare. O tu ricevi il Vangelo come è, come è stato annunciato, o ricevi un’altra cosa.

Ma non si può negoziare, con il Vangelo. Non si può scendere a compromessi: la fede in Gesù non è merce da contrattare: è salvezza, è incontro, è redenzione. Non si vende a buon mercato.

Lo stesso Apostolo è ben cosciente che la sua missione è di natura divina — è stata rivelata da Cristo stesso, a lui! — e quindi è mosso da totale entusiasmo per la novità del Vangelo, che è una novità radicale, non è una novità passeggera: non ci sono vangeli “alla moda”, il Vangelo è sempre nuovo, è la novità.

La sua ansia pastorale lo porta a essere severo, perché vede il grande rischio incombente sui giovani cristiani. Insomma, in questo labirinto di buone intenzioni è necessario districarsi, per cogliere la verità suprema che si presenta come la più coerente con la Persona e la predicazione di Gesù e la sua rivelazione dell’amore del Padre.

Questo è importante: saper discernere. Tante volte abbiamo visto nella storia, e anche lo vediamo oggi, qualche movimento che predica il Vangelo con una modalità propria, alle volte con carismi veri, propri; ma poi esagera e riduce tutto il Vangelo al “movimento”.

E questo non è il Vangelo di Cristo: questo è il Vangelo del fondatore, della fondatrice e questo sì, potrà aiutare all’inizio, ma alla fine non fa frutti perché non ha radici profonde.

(Udienza generale nell’Aula Paolo vi )