· Città del Vaticano ·

Una riflessione del cardinale segretario di Stato sull’ecologia integrale

Nel creato tutto è in relazione

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02 agosto 2021

La «centralità della persona umana» è il «punto cardine» intorno al quale si sviluppa l’ecologia integrale e da cui deriva la necessità di «promuovere la cultura della cura». Una tematica che si ritrova spesso nell’enciclica Fratelli tutti e che esorta a cambiare rotta riguardo alla cultura dello scarto e alla «pandemia dell’indifferenza». È questo uno dei punti chiave su cui si è incentrata la riflessione che il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, ha offerto di recente nella lectio magistralis tenuta al primo festival dell’ecologia integrale, svoltosi a Montefiascone e promosso dall’associazione Rocca dei Papi sul tema «Nel creato tutto è in relazione: ritrovare i legami».

La pandemia da covid-19, come ha ricordato il porporato, ha scatenato grandi “crisi” a livello non solo sanitario ma anche ambientale, alimentare, economico e sociale. Crisi, ha fatto notare, tra loro «fortemente interconnesse e foriere di una “tempesta perfetta”», capace di spezzare i “legami” che «avviluppano la società all’interno del dono prezioso del creato». D’altronde, la pandemia ha messo di fronte alla «fragilità di creature finite», riportando alla fondamentale importanza dei concetti di «legame» e di «relazione».

Alla luce del valore della fraternità, ha sottolineato il cardinale, l’ecologia integrale assume un «connotato ancora più concreto di fronte alle interconnessioni che avvolgono il nostro pianeta e rendono più forte la coscienza dell’unità e della condivisione di un comune destino che richiede il prendersi cura gli uni degli altri, consolidando, appunto il legame operato dall’Amore». Si tratta, ha precisato, di un atteggiamento che, purtroppo, «viene spesso smentito dai fatti, che vedono un mondo caratterizzato da quella “globalizzazione dell’indifferenza”, al quale in molti si sono in un certo senso “assuefatti”». Basti pensare, tra l’altro, «alle gravi e diffuse lesioni dei diritti umani fondamentali, al tragico fenomeno del traffico degli esseri umani, alle guerre fatte di scontri armati ma anche esercitate in campo economico e sociale, spesso a discapito dei più deboli, al crescente degrado ambientale».

Sono molteplici, ha proseguito il porporato, le situazioni «di sperequazione, di povertà e di ingiustizia, che segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche il prevalere di forme di individualismo e di consumismo che indubbiamente indeboliscono i “legami” sociali e alimentano una mentalità egoistica dello scarto». Ciò porta a «non considerare le conseguenze delle proprie azioni che possono avere importanti ripercussioni non solo verso la presente generazione ma anche nei confronti delle generazioni future». Si può dire, in sostanza, che la cultura dello scarto è fortemente legata alla «pandemia dell’indifferenza».

Del resto, la felicità dipende «dalle relazioni umane, dalla nostra relazione, dai nostri “legami” con il creato, con il prossimo, sia esso lontano o vicino nello spazio, con noi stessi e con il Creatore». Questi legami, ha chiarito Parolin, «possono essere fortificati solo attraverso l’Amore e quindi attraverso un atteggiamento responsabile di “cura”, che si manifesta anche nei confronti della nostra casa comune». Il riferimento richiama naturalmente un altro concetto-guida del magistero di Papa Francesco: quello di «fraternità».

Alla luce del valore della fraternità, infatti, l’ecologia integrale assume «un connotato ancora più concreto di fronte alle interconnessioni che avvolgono il nostro pianeta» e rendono più forte «la coscienza dell’unità e della condivisione di un comune destino che richiede il prendersi cura gli uni degli altri». L’indebolimento dei legami sociali, in effetti, mette in evidenza che «occorre tornare alla vera radice della fraternità». E qui entra in gioco «il legame operato dall’Amore», che viene quindi «consolidato dall’attuazione dell’“ecologia integrale” e viene fondato sul valore della fraternità».

In questa prospettiva, ha fatto notare il cardinale, è necessario quindi «andare ai fondamenti antropologici che guidano la nostra società, troppo spesso caratterizzati da logiche errate». Nella Laudato si’ si fa spesso riferimento a «un antropocentrismo dispotico e deviato; un antropocentrismo autoreferenziale e sordo al senso di interconnessione e fortemente ancorato a quella cultura dello scarto e dello spreco, ritenuta ormai insostenibile non solo dal punto di vista ambientale ed etico, ma anche da quello economico, mettendo in moto numerose dinamiche perverse». Analizzando la cultura dello scarto dal lato economico, «possiamo arrivare alla conclusione che essa è profondamente antieconomica». Se l’economia è la scienza che, «tra le altre cose, si propone di studiare le modalità migliori per utilizzare risorse contenute per la produzione di beni e servizi rispondenti ai bisogni e desideri delle persone, va da sé che la produzione dello “scarto”, del rifiuto, indica un utilizzo inefficiente delle risorse utilizzate».

La critica alla cultura dello scarto, dunque, fa parte di un’attenta «lettura dei segni dei tempi» compiuta con accurato discernimento. Per fare ciò, ha evidenziato il porporato, è necessario «prendere consapevolezza dei nostri limiti: solo se li conosciamo in profondità possiamo evitare di diventarne schiavi». Un’accresciuta consapevolezza di tali limiti sarà poi «uno dei pilastri necessari per attuare una “ecologia integrale” fondata sul valore della fraternità». Tale percorso di discernimento, ha detto il segretario di Stato, «riporta al mandato originario di “coltivare e custodire il creato”, come ben indicato nel libro della Genesi». Le due azioni, «coltivare e custodire, sono anche due atteggiamenti tra loro fortemente interrelati», che contribuiscono «a formare quel “legame”, basato su un altro atteggiamento fondamentale, la “cura”»,

Queste stesse due azioni e il relativo discernimento richiedono, a giudizio del cardinale, «un altro aspetto indispensabile: un attento dialogo interdisciplinare capace anche di restituire al sistema economico la sua originaria missione di valorizzazione dell’essere umano». È quanto mai essenziale «ritornare al significato primordiale di economia, nata a servizio del bene comune e non per essere “predatoria”». Un’economia, ha sottolineato, che «non verta più sulla cultura antieconomica dello scarto, ma sulla circolarità, sulla solidarietà, sulla rinnovabilità e sulla resilienza». Sono ormai molteplici le voci che «si ergono per portare a compimento questi nuovi modelli economici». Il segretario di Stato ha fatto riferimento, in proposito, ai processi «volti a rispondere all’impatto della pandemia, attraverso i cosiddetti “recovery plan”, oppure al grave e preoccupante fenomeno del cambiamento climatico, mediante le strategie di attuazione nazionali e internazionali dell’Accordo di Parigi».

Quello attuale è un periodo storico di «transizione», ha osservato il cardinale: una transizione non solo «energetica», «ecologica» o «economica», ma «una transizione volta a consolidare i legami interni alla nostra società proprio sulla base della consapevolezza che “nel Creato tutto è in relazione”». Un processo di transizione, ha aggiunto, che porti anche «a un nuovo concetto di “sicurezza” volto a consolidare una “pace giusta e duratura”». Assicurare «pace, sicurezza e stabilità è, infatti, un obiettivo multidimensionale ed interdipendente che comprende aspetti non solo legati alla sfera politico-militare», ma anche relativi «ai diritti umani, allo stato di diritto, alle condizioni economico-sociali e alla protezione dell’ambiente».

Sfide globali come la pandemia o il cambiamento climatico, secondo il porporato, «rendono insufficienti investimenti in armamenti per assicurare la sicurezza all’interno dei propri confini». Dunque si può pensare anche qui «a una transizione: dalla sicurezza “militare” alla sicurezza “integrale”». Queste sfide globali richiedono, infatti, «un importante passaggio: dalla competizione e concorrenza alla cooperazione, fondata sulla priorità della tutela della dignità personale e della promozione della vita umana, attraverso il dialogo, il multilateralismo, la fiducia reciproca e le misure di rafforzamento di questa stessa fiducia». Il dialogo, in particolare, non va limitato «a un semplice scambio di idee» ma dev’essere «focalizzato sul desiderio di “lavorare insieme” e di “camminare insieme”», ben oltre, quindi, al «solo andare oltre il “negazionismo”, attraverso una maggiore comprensione reciproca dei fatti, ma soprattutto oltre l’indifferenza».

Agire insieme significa, allora, «costruire rispetto reciproco, dialogo, fiducia e confidenza». Questa è la chiave per «rafforzare la pace e la sicurezza, specialmente nel nostro mondo sempre più globalizzato». Ciò richiede «un vero e proprio cambiamento di attitudine e di mentalità che porti a una sorta di “cambio di rotta”, altro concetto centrale nella Laudato si’». La stessa enciclica chiede che «questo cambio di rotta sia ispirato a una vera e propria conversione ecologica». Del resto, un cambio di rotta richiede «di avere ben chiaro qual è l’orientamento, la direzione, e quale la bussola». La direzione, ha concluso il segretario di Stato, «è quella che porta al rafforzamento del legame operato dall’Amore, fondato sul valore della fraternità». E la bussola è rappresentata dagli «strumenti che portano all’attuazione dell’“ecologia integrale”, prendendo coscienza dei “limiti” da rispettare», attraverso un dialogo volto a «“camminare insieme”, dal quale nessuno è escluso, né è escluso l’ascolto del “grido della Terra” che si sta facendo sempre più impellente oggi».

di Nicola Gori