· Città del Vaticano ·

A Kinshasa nasce la Fondazione Papa Francesco per l’Africa

Suor Rita e le “ultime”

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27 luglio 2021

A guardarle, alcune sono poco più che bambine. Undici o dodici anni, al massimo. Le più grandi sui 17. Molte di loro — due su sei, dicono le statistiche — sono già madri, o comunque sposate perché date precocemente in matrimonio dalle loro famiglie per guadagnare qualche soldo della dote. Lo sguardo sembra triste sotto quelle treccine e code che tengono in ordine i capelli crespi, ma si accende davanti alle nuove attività e ai nuovi progetti proposti loro dalla Fondazione «Papa Francesco per l’Africa», organismo recentemente istituito e benedetto dal Pontefice, che ha l’obiettivo di promuovere il magistero del Papa attraverso iniziative di solidarietà e promozione integrale delle persone vulnerabili, in particolare l’empowerment di donne, bambini e giovani.

Nessuna differenza di età, etnia, religione: nella Fondazione vengono accolti tutti. Le adolescenti stanno insieme a donne più adulte attorno a un tavolo di plastica, in un campo sterrato sotto gli alberi e tra i cespugli, con indosso vestiti colorati più larghi della loro taglia. Cercano di capire come far funzionare una macchina da cucire, ritagliano i modelli sul cartone, oppure leggono, scrivono, impastano pasticcini, si armano di pezze e detersivi per le pulizie o si applicano negli strumenti dell’estetica: smalti, lima unghie, forbicette. Le più piccole, invece, sono intente a provare un ballo: coordinate e disciplinate, vanno a ritmo di musica e copiano i passi l’una dell’altra da eseguire più tardi alla messa con il sacerdote.

Non sono passatempi per queste ragazze e bambine, ma veri e propri obiettivi posti sulla strada di persone che rischiano di vivere una vita segnata da piaghe sociali, come povertà, analfabetismo, disoccupazione. Al fianco di queste donne c’è suor Rita Mboshu-kongo. «Una tigre», la definisce chi la conosce. Congolese appartenente alla Congregazione delle Religiose Figlie di Maria, con una laurea e un dottorato in teologia a Roma, oggi insegna alla Pontificia Università Urbaniana. Ha collaborato con il mensile de «L’Osservatore Romano» «Donne, chiesa, mondo» e ha curato il volume della Libreria Editrice Vaticana Papa Francesco e il Messale romano per le Diocesi dello Zaire, che spiega il valore dell’inculturazione della liturgia. La sua voce è risuonata più volte sui media italiani, e non solo, per denunciare l’orrore della violenza femminile in tutte le sue sfumature, inclusi gli abusi all’interno della Chiesa contro le religiose, in particolare quelle africane.

Alle parole, suor Rita fa seguire i fatti. Come quando studiava per laurearsi e intanto faceva la cuoca nel prestigioso Almo Collegio Capranica. Ora è in piena azione nella sua Africa, in uno dei luoghi più disastrati qual è Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, dove ha istituito la Fondazione intitolata a Papa Francesco: «Questa Fondazione — racconta la suora, raggiunta a Kinshasa dai media vaticani — è stata pensata per aiutare tutte le ragazze e le donne che soffrono. Quindi le donne uscite dal carcere o che hanno dei bambini ma non hanno un padre, che non hanno avuto la possibilità di studiare o di imparare un mestiere, che hanno subito violenze. Quelle donne abbandonate che Papa Francesco chiama gli “ultimi”, gli “scarti”».

Proprio Papa Francesco ha benedetto il progetto: «Per me è fonte di grande gioia. Mi è molto caro», ha scritto in una lettera indirizzata ai membri della Fondazione. Per il Papa si tratta infatti di una iniziativa «in linea» con quanto affermato nell’enciclica Fratelli tutti: «Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società» (Fratelli tutti, n. 187).

Il Pontefice ha incoraggiato «fortemente» suor Rita ed i suoi collaboratori «ad intraprendere quest’opera di carità e di solidarietà con i più bisognosi» e ha assicurato di pregare il Signore perché metta sul loro cammino persone che «aiutino a raggiungere gli obiettivi della Fondazione che trova nel nostro magistero una linea di condotta da seguire per vivere in spirito di solidarietà, in armonia con Dio, con il popolo e con il mondo».

Il primo progetto è stato inaugurato da poco ed è rivolto in particolare alle ragazze madri della periferia di Kinshasa, senza distinzione di etnia o religione, attraverso percorsi di educazione e formazione professionale. Periferia, quella di Kinshasa, che non è un luogo povero o malmesso come quello del nostro comune immaginario, ma una porzione di terra dimenticata da tutti, tranne che da Dio. Si parla del quartiere di Ngomba Kikusa, ai margini della capitale, nella comune di Ngaliema. Circa 30mila gli abitanti, oltre l’85 per cento dei quali sotto la soglia di povertà assoluta: le famiglie vivono, anzi, sopravvivono con meno di un dollaro al giorno. A Ngomba Kikusa è difficile pure portare aiuti, visto che un’unica strada sterrata collega il quartiere agli altri centri abitati. E le condizioni sono disastrose, tanto da ostacolare anche le forniture di acqua e elettricità. La crescita demografica è alta, come alto è il numero di ragazze madri che non sanno neppure mettere una firma su un documento, né svolgere un impiego.

È un paradosso questa povertà endemica, considerando che il quadro generale è quello di un Paese ricchissimo di risorse naturali. Il Papa stesso lo ha definito «uno dei polmoni dell'umanità», insieme all’Amazzonia. Invece oggi, nonostante qualche progetto internazionale e iniziative della Chiesa locale, rimane un territorio preda di razzie indiscriminate delle grandi potenze mondiali, con la complicità dei Paesi vicini e degli stessi connazionali che lasciano la popolazione in una situazione di miseria indescrivibile, con genitori che non riescono a garantire ai figli un minimo di istruzione, cibo e medicinali.

Sulle ferite di questa gente, il lavoro di suor Rita è quindi una carezza. Con i suoi capelli corti, il viso sempre disteso e la voce modulata, la religiosa gira nei campi e coordina le varie attività, offre indicazioni, registra filmati per informare e sensibilizzare il mondo. Il suo obiettivo è sostenere e accompagnare nel tempo i giovani congolesi, promuoverne la consapevolezza e l’autonomia, anche attraverso l’insegnamento di un mestiere. Per le ragazze madri, in particolare, si cerca di garantire loro l’inserimento nella società e la formazione scolastica attraverso borse di studio.

«Le ragazze sono contente di questa esperienza», racconta la suora. «Le storie che ci hanno raccontato sono difficili ma, al contempo, meravigliose. Ci dicono spesso: “Non avevamo mai visto una fondazione cattolica che si occupa anche di ragazze di altre religioni”. Perché noi infatti accogliamo ragazze protestanti, musulmane o di altre religioni sparse per Kinshasa».

«Questa è la terza settimana che è iniziata questa esperienza e finora si è dimostrata bellissima», dice ancora la religiosa. «Abbiamo comprato, ad esempio, delle macchine da cucire per imparare a cucire o fabbricare abiti, ma stiamo lavorando fuori perché al momento non abbiamo la possibilità di fabbricare un hangar che permetta di lavorare al coperto, in modo adeguato. Abbiamo anche comprato della farina per aiutare le giovani ad imparare a cucinare pane o dolci. Stiamo facendo in modo di farle diventare donne mature e responsabili, soprattutto autonome, in modo da evitare che incorrano in tutto ciò che può distruggere la persona e l’immagine della persona creata a immagine e somiglianza di Dio».

La formazione prevede una prima fase educativa, sulla base del magistero di Francesco, e una più pratico-operativa, con l’insegnamento dei lavori e dei principi di economia domestica. Il corso in programma si intitola «Focolare della Carità: Fraternità Laudato si’», durerà tre mesi e coinvolgerà 35 ragazze. «Prima di ogni sessione o conferenza, leggiamo un brano, una lettera o un testo di Papa Francesco, in particolare quelli dedicati al tema delle donne, come esse devono vivere nella società, la loro dignità, il modello da seguire che è la Madonna», spiega suor Rita, «in questo modo cerchiamo di favorire la divulgazione del messaggio e del magistero del Santo Padre».

Oltre a donne e ragazzi, si pensa anche a coppie e famiglie, cercando di assicurare loro una formazione permanente integrale e condurle ad una presa di coscienza, che anche loro, nonostante la povertà dei mezzi, hanno una missione nella Chiesa e nella società.

Suor Rita Mboshu-kongo si dice grata per l’attenzione che riceve per il suo progetto. E guarda al futuro: «Speriamo di ricevere sostegno e di poter raccontare al più presto altre storie. Storie belle...».

di Salvatore Cernuzio