· Città del Vaticano ·

I racconti della domenica: Mosè e il Faraone

Sulle rive del mare
dei Giunchi

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24 luglio 2021

Koraḥ e Dathan sapevano bene che il Faraone si sarebbe ostinato a non credere nella vittoria del Dio degli Ebrei. La morte del suo primogenito l’aveva costretto a lasciar partire gli Ebrei, ma si sarebbe presto pentito di quel momento di debolezza e avrebbe inviato spie alle loro calcagna. Sarebbero davvero tornati dopo tre giorni, come avevano giurato? Il Faraone era troppo vecchio e debole per guidare le truppe in battaglia. Ma bisognava vendicare l’onore dell’Egitto. Un sostituto del Faraone prese in mano la faccenda e l’esercito avanzava verso Baal-Zefon dove gli Egiziani sapevano che gli Ebrei attendevano un’occasione per passare.

Verso sera, gli Ebrei scorsero nubi di polvere che si alzavano come fumo nel deserto e compresero presto che si trattava dei carri del Faraone lanciati al loro inseguimento. Tutto l’accampamento entrò in effervescenza. Tutti si spingevano nervosamente. Mosè, al centro dell’accampamento, restava calmo e fiducioso. Sapeva che gli Egiziani di sarebbero lanciati al loro inseguimento, ma che Dio, che era un guerriero valoroso, avrebbe loro mostrato il suo primato. Ma come sarebbe arrivato l’aiuto? Nell’accampamento, mani si alzavano contro di lui: «Sapevamo che sarebbe andata a finire così», urlava Dathan. «Forse perché non c’erano abbastanza sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto?». Koraḥ aggiunse: «Ti abbiamo detto: Serviamo gli Egiziani. Era meglio obbedire loro piuttosto che perire in pieno deserto. Dio ha perdonato dieci volte al Faraone e dieci volte egli lo ha rinnegato. Forse lo perdonerà l’undicesima volta?». Mosè si assunse le sue responsabilità, respinse Dathan e Koraḥ e gridò con voce forte: «Vedrete la salvezza del nostro Dio. Egli combatterà per noi. Mantenete la calma e attendete». Tornò la calma. Allora, Mosè si allontanò e si mise in ginocchio davanti alle onde che si gonfiavano e invocò Dio. La risposta arrivò rapidamente: «Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. Io renderò ostinato il cuore degli Egiziani ed essi inseguiranno gli Israeliti».

Il galoppo dei cavalli si avvicinava. Le nubi di polvere diventavano più dense. Una crescente oscurità non permetteva più agli Egiziani di vedere gli Ebrei. Il capo dell’esercito egiziano diede ordine di scendere a terra per la notte. Tuttavia, le stelle splendevano di una luce tale che il cielo ne era tutto illuminato.

Mosè alzò il bastone sul mare. Un vento orientale cominciò a soffiare fortemente. Il luogo del passaggio era situato al livello dei laghi Amari, e comunicava col mar Rosso. Si era all’equinozio di primavera, al tempo dei grandi flussi e riflussi del mare. Il vento potente abbassò il livello dell’acqua in occasione di una bassa marea, e una sorta di via di terra, di pietra o sabbia emerse, circondata dall’acqua da ogni lato.

Le acque si separarono e formarono due muraglie a destra e a sinistra. Si sarebbe detto che l’acqua fosse divenuta viscosa. Tra le due muraglie, il suolo era piatto. Le acque rimasero così per tutta la notte. Gli Israeliti contemplarono quello spettacolo gigantesco con terrore e compresero che qualcosa di miracoloso stava accadendo. Lo stesso Mosè contemplava e attendeva. Poi disse al popolo di avanzare nella palude profonda tra le due muraglie e si pose al bordo come una colonna di marmo per indicare in che modo gli Israeliti dovevano entrare. Erano degni del miracolo? Se non entravano è perché erano rimasti asserviti.

Sulle rive del mare dei Giunchi si formarono quattro partiti. Uno diceva: «Scendiamo nel mare». L’altro diceva: «Ritorniamo in Egitto». Uno diceva: «Schieriamo contro di loro le formazioni di combattimento». L’altro diceva: «Lanciamo grida contro di loro per seminare confusione tra le loro schiere». Al partito che diceva: «Scendiamo nel mare», Mosè disse: «Non abbiate paura. Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi». Al partito che diceva: «Ritorniamo in Egitto», Mosè disse: «Non ritornate e non rivedrete mai più gli Egiziani». Al partito che diceva: «Schieriamo contro di loro le formazioni di combattimento», Mosè disse: «Non combattete, perché la vittoria verrà da Dio». Al partito che diceva: «Lanciamo grida contro di loro», Mosè disse: «Tacete. Rendete gloria a Dio ed esaltatelo».

Ed ecco che il miracolo avvenne. Un uomo della tribù di Beniamino balzò dalla folla portando sua moglie e il suo bambino. Un secondo seguì, poi dieci, infine centinaia. Una nube si pose tra Israele e gli Egiziani: essa illuminava gli uni e sprofondava nelle tenebre gli altri. Mosè teneva in mano il bastone glorioso sul quale era inciso il nome di Dio e quello dei Patriarchi e delle matriarche. Il loro merito era presente e aveva reso possibile l’intervento di Dio. Giosuè attraversava pieno di stupore e trattenendo il respiro. Gli Egiziani che si risvegliarono videro lo spettacolo. Era Ra ad aver preparato per loro un passaggio in mezzo al mare, dicevano. Non esitarono un istante prima di entrare nelle acque. I volti dei cavalieri ardevano come torce. Mosè sentì di nuovo la voce di Dio: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri». Mosè stese la mano sul mare. I carri degli Egiziani si impantanavano e affondavano. Erano presi in trappola fra le due muraglie che stavano per inghiottirli. Mosè cadde in ginocchio e gridò: «Il Signore è un guerriero valoroso. I carri del Faraone sono stati inghiottiti nel mare». Dio si volse verso gli angeli che partecipavano al canto: «I miei figli egiziani che ho creato sono stati inghiottiti nel mare e voi cantate. Abbiate pazienza. Abramo liberato dalla fornace non ha cantato. Isacco liberato dal coltello non ha cantato. Giacobbe liberato dall’esilio non ha cantato». Gli angeli smisero allora di cantare.

di Frederic Manns