· Città del Vaticano ·

Applicazione del Sinodo nel territorio

Il passaggio dal “dover fare” al “fare”

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22 luglio 2021

«Passare dal “dover fare” al “fare”»:  l’invito viene dal cardinale presidente  della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia (Ceama), che in un comunicato inviato ai Paesi amazzonici   — ne pubblichiamo il testo in una nostra traduzione — esorta a un cambio di passo nella realizzazione di quanto è emerso dall’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione, celebrato dal 6 al 27 ottobre 2019.

Dopo l’Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi della regione Panamazzonica, nell’ottobre 2019, la Chiesa nel suo insieme, e in modo particolare nella Panamazzonia, è chiamata da Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Querida Amazonia, a passare alla pratica.

Il Papa ci dice: «Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà» (n. 4).

Da allora si sono già tenute molte assemblee, riunioni e incontri, in mezzo alla pandemia del nuovo coronavirus, per riflettere e discernere su «quello che dobbiamo fare». È stato anche scritto molto al riguardo. Sono state pubblicate tante interviste sui mezzi di comunicazione e sono state dette tante cose. Sempre su «quello che dobbiamo fare». In questo siamo bravi. Ciò è molto importante, ma non basta. Siamo a metà del cammino. Occorre passare dal «dover fare» al «fare».

Invece di chiederci solo che cosa dobbiamo fare, come farlo, quando lo faremo, vediamo e promuoviamo quello che stiamo facendo, quello che abbiamo fatto ieri. In realtà già è stato fatto e si sta facendo molto in quanto all’«applicazione» del Sinodo nel territorio. Sarebbe di grande aiuto se potessimo mettere al corrente l’intera rete di «quello che si sta facendo» in quanto vogliamo continuare a lavorare in rete e in sinodalità.

Sinodalmente, ossia giungere alle comunità, presentando loro i risultati del Sinodo, ascoltandole e costruendo con esse «i nuovi percorsi», e poi comunicare a tutta la rete «quello che stiamo facendo». Tutto questo processo deve essere portato avanti alla luce della Parola di Dio e pregando molto. Dobbiamo farci guidare dallo Spirito Santo.

Il panorama territoriale dove «fare» lo troviamo già indicato nell’Instrumentum laboris del Sinodo: «La vita in Amazzonia è minacciata dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione amazzonica. In particolare, la violazione dei diritti dei popoli originari, come il diritto al territorio, all’autodeterminazione, alla delimitazione dei territori, alla consultazione e al consenso previo» (n. 14).

Sulla base di quanto risulta dalle molteplici consultazioni compiute in molte regioni amazzoniche, le comunità ritengono che la vita in Amazzonia sia minacciata soprattutto da: a) la criminalizzazione e l’assassinio di leader e difensori del territorio; b) l’appropriazione e la privatizzazione delle risorse naturali, come l’acqua; c) le concessioni legali di disboscamento e l’ingresso di imprese di disboscamento illegale; d) la caccia e la pesca depredatrice, specialmente nei fiumi; e) i megaprogetti: impianti idroelettrici, strade e ferrovie, progetti minerari e petroliferi; f) l’inquinamento prodotto da tutte le industrie estrattive che causano problemi e malattie, specialmente ai bambini e ai giovani; g) il narcotraffico; h) i problemi sociali associati a tali minacce, come l’alcolismo, la violenza contro le donne, la prostituzione, la tratta di esseri umani, la perdita di cultura e d’identità originaria (lingua, pratiche spirituali e costumi) e tutte le condizioni di povertà a cui sono condannati i popoli dell’Amazzonia (cfr. Instrumentum laboris, n. 15).

Conosciamo anche le ripetute richieste di Papa Francesco di aumentare il numero dei diaconi permanenti nella regione amazzonica, dove sono molto scarsi, come pure il numero dei ministri laici e laiche dei diversi ministeri istituiti, specialmente quelli indigeni, rispetto sia ai diaconi sia ai ministri laici. Questo richiede l’apertura di scuole di diaconato permanente, di catechisti e leader comunitari, siano essi uomini o donne, di agenti missionari con pratica sinodale, come pure il rinnovamento sinodale del nostro clero attuale, dei religiosi e delle religiose. Tali scuole, a loro volta, dovranno innovare e inculturarsi, sia nella metodologia sia a livello di studi.

Sono stati ricordati solo alcuni compiti. Molti altri ci sfidano. Impegniamoci con gioia in questa missione, con la gioia del Vangelo (cfr. Papa Francesco, Evangelii gaudium). Preghiamo lo Spirito Santo affinché mantenga acceso il fuoco sinodale nella Chiesa in Panamazzonia! Invito fraternamente la Repam ad adoperarsi con noi in questo processo sinodale.

Per concludere, come ho detto prima, ci sarebbe di grande aiuto se potessimo mettere al corrente l’intera rete ecclesiale di «quello che stiamo facendo». Per questo, vi chiediamo, se possibile, di condividere quello che voi, come giurisdizione ecclesiale, come istituzione o ente, state realizzando rispetto all’applicazione degli impegni che abbiamo sottoscritto nel documento finale dell’Assemblea sinodale dell’Amazzonia, secondo il sondaggio che vi abbiamo inviato. Tutto ciò ci aiuterà enormemente a dare visibilità, riconoscere, imparare, socializzare e ringraziare in spirito sinodale.

di Cláudio Hummes