· Città del Vaticano ·

La storia

Padre Totet e il ponte della felicità

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21 luglio 2021

In tanti, giovani e anziani, accorrono a quella chiesetta in mezzo alle risaie, fondata oltre cento anni fa nella remota provincia di Banteay Meanchey dai religiosi delle Missioni estere di Parigi (Mep). La chiesa di Ta Om, intitolata a Santa Maria, ha resistito alle ingiurie degli anni e oggi accoglie una comunità fiorente di battezzati che giungono da sette villaggi circostanti. L’edificio è sopravvissuto al regime dei khmer rossi e fu poi utilizzato come fienile e deposito di riso, per poi essere abbandonato. La popolazione dei fedeli di quella zona, che abbraccia insediamenti anche nella vicina provincia di Siem Reap, non ha mai perso la fede e la speranza di vederla risorgere. E da quando la prefettura apostolica di Battambang l’ha affidata al gesuita filippino padre Jose Hildy Banaynal, sei anni fa, la musica liturgica e pastorale è letteralmente cambiata. Soprattutto perché “padre Totet”, come è amichevolmente chiamato il parroco, ha notato la necessità di collegare le comunità divise dal fiume Sreng.

«È stato il mio sogno fin dal 2015 — spiega — perché molti fedeli residenti sull’altra sponda venivano in chiesa in barca, con difficoltà. Era difficile fare comunità». Da qui l’idea, semplice ma efficace: un ponte, simbolo di unità e fratellanza, canale di scambio, conoscenza, collegamento utile a 360 gradi per le circa 7.000 persone che vivono in sette villaggi nel territorio parrocchiale. Il desiderio diventa ben presto progetto che i leader dei villaggi accolgono con entusiasmo. Un ponte avrebbe consentito non solo di ampliare i servizi pastorali, educativi e sociali promossi dalla Chiesa cattolica, ma anche facilitato l’assistenza ai malati, la cura degli anziani, gli scambi culturali e commerciali e il turismo, come l’accesso dei fedeli buddisti agli antichi templi di Wat Bat Trong, Wat Tonlop e Wat Sambor durante i giorni festivi.

Tanto grande il desiderio, tanto ampia la mobilitazione per costruire quello che è stato ben presto ribattezzato come «Il ponte della felicità»: un progetto di 83 metri di acciaio, pronti a unire per sempre due rive che si guardano da lontano, due mondi separati. È stato Rithy, un ingegnere locale che ha iniziato a conoscere la fede cattolica, a suggerire quel nome perché, dice, «questa costruzione porta gioia a armonia alle persone di entrambe le rive del fiume».

«Il ponte è nato grazie alla vasta e capillare collaborazione della gente», racconta padre Banaynal. «Quando si è saputo che stavamo progettando un ponte, sono nate spontanee raccolte di fondi per poter acquistare il terreno necessario a gettare le fondamenta da ambo le rive, mentre si è dati da fare per ottenere i permessi necessari. È nato all’insegna dell’amicizia». Attraverso la missione dei gesuiti in Australia, un donatore ha deciso di finanziare gran parte della costruzione. Altri aiuti sono giunti da Singapore. «Il Signore è stato buono con noi. Ci ha benedetto e ha reso possibile l’impresa. L’opera della missione non è nostra ma appartiene a Dio; come dice il salmo, “il Signore completerà l’opera sua”, e così è stato», riferisce il sacerdote.

Il ponte è stato costruito nonostante la pandemia: iniziato a marzo del 2020, è stato inaugurato il successivo 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, data che ha coinciso con la pubblicazione dell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco. «Anche questo per noi è stato un potente segno divino: un ponte è simbolo di collaborazione, di aiuto reciproco, di collaborazione tra persone di religioni diverse. È una strada di dialogo, amicizia e fraternità, come dice Papa Francesco in Fratelli tutti».

Un uomo anziano della sponda di Siem Reap, racconta il parroco, ha raggiunto la chiesa chiedendo a suo nipote di accompagnarlo in moto per attraversare il ponte. «Era davvero commosso. Una donna anziana e povera, impossibilitata a venire in chiesa, mi ha detto di conoscere la chiesa e di ricordare le suore che la abitavano quand’era bambina. La domenica sentiva suonare le campane e, nella sua capanna sull’altra sponda, iniziava a pregare e a seguire la messa con il cuore. Ora, raggiante, viene e la vive con noi».

Oggi il ponte permette anche di raggiungere un maggior numero di bambini poveri che sono coinvolti nel progetto educativo avviato dai gesuiti nella provincia di Banteay Meanchey. I religiosi della Compagnia di Gesù hanno scelto la città di Sisophon perché ha scarse opportunità educative. La scuola fondata si chiama Xavier jesuit school e, con l’approvazione e la gratitudine delle autorità civili, assicura istruzione primaria e secondaria, oltre che una formazione per gli insegnanti. È la cifra dell’impegno dei gesuiti nel piccolo Paese del sudest asiatico: dopo le prime missioni umanitarie per i profughi, avviate già nel 1979, la loro opera si è estesa, ampliandosi notevolmente a partire dal 2000, quando una delle tre circoscrizioni ecclesiastiche della Cambogia, la prefettura di Battambang, è stata affidata al missionario gesuita Enrique Figaredo Alvargonzalez, nominato prefetto apostolico.

di Paolo Affatato