· Città del Vaticano ·

Sud Africa alla prova

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19 luglio 2021

Per comprendere quanto sta avvenendo in Sud Africa, con riferimento agli atti di violenza che hanno sconvolto alcune province del Paese in questi giorni, è importante operare un sano discernimento, alla luce dello spirito che animò i padri fondatori di questa moderna nazione africana. Il rischio, sempre in agguato, è quello di sottovalutare la complessità di uno scenario socio-politico-economico in continua evoluzione, rispetto al quale è quantomeno doveroso affermare, nel giudizio, grande sagacia e moderazione. Anzitutto stiamo parlando — è bene rammentarlo — della terra che diede i natali a Nelson Mandela, noto anche con l’appellativo di Madiba, l’uomo che sconfisse democraticamente, attraverso la celebrazione di libere elezioni nel 1994, il regime segregazionista di Pretoria, evitando che il Paese precipitasse in una sanguinosa guerra civile.

Per cogliere i tratti fisiognomici di questo personaggio che, non solo divenne il primo presidente afro dopo l’onta dell’apartheid, ma ottenne il prestigioso riconoscimento del Nobel per la Pace, è sufficiente leggere la parte finale del discorso da lui pronunciato il 20 aprile 1964 dal banco degli imputati al processo di Rivonia: «Ho lottato contro la dominazione bianca, e ho lottato contro la dominazione nera. Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera, in cui tutte le persone vivono insieme in armonia e con pari opportunità. È un ideale che spero di vivere e realizzare. Tuttavia, se necessario, è un ideale per cui sono disposto a morire». Per questi ideali egli pagò trascorrendo lunghi anni in carcere, nella certezza che il bene avrebbe prima o poi preso il sopravvento. Nella sua celebre autobiografia scrisse degli aguzzini incaricati di vigilarlo nel penitenziario in cui era detenuto: «Se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore arriva in modo più naturale nel cuore umano che il suo opposto».

Questa premessa rappresenta una sorta di condicio sine qua non per leggere con obiettività quanto sta avvenendo da giovedì sera in Sud Africa, dove l’incarcerazione dell’ex presidente Jacob Zuma ha scatenato un’ondata di violenze senza precedenti, scandite da uccisioni e saccheggi. Sarà mai possibile che questo Paese abbia gettato alle ortiche i saperi di coloro che lottarono per la libertà, aborrendo il ricorso alla vendetta attraverso l’inedita e ambiziosa giurisprudenza della Commissione per la verità e la riconciliazione? Certamente no, anche se, evidentemente vi sono delle entità, più o meno occulte, che hanno, per così dire, gettato benzina sul fuoco. La dice lunga il fatto stesso che il governo di Pretoria, per difendere l’ordine pubblico, abbia deciso di dispiegare l’esercito nelle strade delle due province più incandescenti e densamente popolate: quella del Gauteng, dove si trova Johannesburg, capitale economica del Paese, e del KwaZulu-Natal, la provincia di cui Zuma è originario e roccaforte dei suoi sostenitori. Da rilevare che l’ex capo di Stato — alla guida del Paese fino al 2018 — è stato condannato dalla Corte Suprema del Sud Africa  a quindici mesi di carcere per oltraggio, dopo aver ignorato diversi ordini di comparizione per deporre in un’inchiesta per corruzione durante i suoi nove anni di presidenza. Ma ci sono molti altri dossier giudiziari in cui Zuma risulta coinvolto e che potrebbero acuire il fardello processuale. In particolare l’accusa di aver creato un sistema corruttivo, come riferito sul sito ufficiale di un’apposita commissione d’inchiesta (https://www.statecapture.org.za), contribuendo palesemente alla corruzione e frode nel settore pubblico, compresi gli organi dello Stato, favorendo investitori stranieri come, ad esempio, i fratelli Gupta, due imprenditori di origine indiana, consentendo loro di accumulare enormi ricchezze. Ma al di là di quello che sarà l’iter processuale che investe Zuma, è evidente che il rilancio della legalità risponde alle attese del suo successore, il presidente Cyril Ramaphosa, dal 2017 alla guida del partito di maggioranza, l’African National Congress (Anc).

Per i sostenitori di Zuma, oggi 79enne, quanto sta avvenendo è un’operazione di discredito nei confronti del loro leader, una sorta di caccia alle streghe, orchestrata dalla nuova classe dirigente. A questo proposito è illuminante l’analisi di una giornalista sudafricana di spicco, Ferial Haffajee, Associate Editor del «Daily Maverick», secondo cui quanto avvenuto in questi giorni sia il risultato di una strategia coordinata del caos, ideata da una dozzina di stretti collaboratori dell’ex presidente. Riferendosi a una serie di fonti di alto livello dell’Anc e dei servizi di intelligence al potere, Haffajee ha visto nell’incendio dei camion da trasporto nel KwaZulu-Natal occorso nei primi giorni dell’insurrezione, come anche nel blocco delle direttrici chiave che vanno dal porto di Durban al cuore economico del Sud Africa, la provincia di Gauteng, il tentativo di indebolire il legittimo governo di Ramaphosa. Come rilevano non pochi osservatori, Zuma ha dei trascorsi non molto rassicuranti. Egli fu infatti il responsabile dello spionaggio dell’Anc dentro e fuori il Sud Africa durante gli anni del governo segregazionista, prima di tornare trionfalmente in patria nel 1990. Non solo. A quasi quattro anni da quando ha lasciato la massima carica dello Stato, si ritiene che abbia mantenuto fedeli alleati nei cosiddetti servizi deviati. La questione di fondo è che la moralità di Zuma, prim’ancora che egli assumesse la presidenza, è sempre stata messa in discussione nonostante egli riscuotesse grande popolarità nei ceti meno abbienti del Paese.

Sebbene circoscritti, almeno per ora, alle due provincie più popolose del Sud Africa, i disordini che hanno fatto seguito all’arresto di Zuma riflettono i contorni di un Paese alle prese con problemi economici e sociali, determinati dall’esclusione dei ceti meno abbienti e dalle difficoltà dell’Anc di misurarsi con la pesante eredità lasciata da Mandela. Ecco che allora se da una parte il Sud Africa registra, stando alla Banca mondiale, il tasso di diseguaglianza economica più alto al mondo, dall’altra vi è l’esigenza di un’azione politica che possa contrastare la disoccupazione il cui tasso è salito al livello record del 32,6 per cento. D’altronde il coronavirus, con gli oltre 2 milioni di contagi e quasi 64mila morti, ha creato in Sud Africa uno sconquasso economico-finanziario non indifferente, determinando nel 2020 una contrazione del Pil attorno al -7 per cento. Si tratta di un grave effetto collaterale della pandemia che, con declinazioni diverse, ha trovato un infelice riscontro in tutto il continente africano.

Una cosa è certa: il Sud Africa è un Paese con straordinarie potenzialità, popolato da etnie con tradizioni ancestrali, straordinariamente ricco di commodity e membro affermato del cartello dei Paesi emergenti denominato Brics. Ma soprattutto vanta una storia di liberazione da difendere che ha trovato nella società civile e in particolare nelle chiese cristiane delle straordinarie voci profetiche. Basti pensare alla figura dell’arcivescovo anglicano Desmond Mpilo Tutu, premio Nobel per la Pace, la cui fama ebbe grande riverbero durante gli anni Ottanta come oppositore dell’apartheid.

Occorre certamente scongiurare nuovi episodi di violenza, in modo particolare nelle township alla periferia di Johannesburg come Soweto. Alle forze politiche in campo la responsabilità di difendere lo stato di diritto, evitando contrapposizioni su base etnica, facendo tesoro del proprio passato all’insegna dell’agognato riscatto. È questo l’auspicio espresso dal Santo Padre nell’Angelus domenicale: «Che non sia dimenticato il desiderio che ha guidato il popolo del Sud Africa per rinascere nella concordia tra tutti i suoi figli!».

di Giulio Albanese