· Città del Vaticano ·

Gli effetti collaterali del distanziamento sociale

L’onda lunga della solitudine

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19 luglio 2021

«Pandemic fatigue»: è l’espressione con cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica quell’insieme di stati psico-fisici in cui si alternano demotivazione, fatica, disorientamento, depressione e carenze delle funzioni cognitive, che sta insinuandosi in modo preoccupante nell’animo di sempre più persone in tutto il mondo. Tra gli effetti a lunga durata legati al covid-19, l’Oms lancia l’allarme su questa nuova epidemia, i cui risvolti e il cui impatto su salute e benessere individuali e collettivi sono ancora oscuri: mancano, del resto, precedenti di riferimento e, purtroppo, rimedi o strumenti preventivi si stanno sperimentando solo ora.

Alcune tipologie di individui paiono risentire più pesantemente del lungo isolamento dovuto al confinamento: ricerche del World Economic Forum 2021 segnalano un preoccupante aumento di casi di ansia, attacchi di panico, vuoti di memoria e deficit delle funzioni esecutive tra donne, giovani, disoccupati e soggetti con fragilità mentali o con disabilità psico-fisiche.

Ma tante sono le fasce di popolazione, per diverse ragioni, la cui quotidianità è stata sconvolta dalla pandemia: gli operatori sanitari registrano insonnia, disturbi da stress post-traumatico, sensazione di perdita di controllo e senso di impotenza, dovuti all’eccessivo carico di lavoro e di responsabilità nella gestione dei pazienti.

D’altra parte, gli studi sui malati che hanno contratto l’infezione, evidenziano quanto siano stati per loro destabilizzanti l’ospedalizzazione improvvisa e il totale distacco dai familiari, a loro volta sofferenti a causa dell’impossibilità di accompagnare i propri cari nella malattia o durante gli ultimi momenti di vita. Aspetti questi che hanno reso ancora più difficile l’elaborazione del lutto e l’accettazione della morte. E così, il dolore represso sfocia in rabbia, risentimento, sensi di colpa. Mesi di isolamento dai propri affetti hanno alimentato il senso di solitudine e di inutilità tra gli anziani, compromettendone, in molti casi, le facoltà sensomotorie. Infine, i bambini e gli adolescenti: sono loro a pagare il prezzo più alto, in termine di effetti indiretti di natura psicologica e psicosociale della pandemia.

Un’indagine promossa dall’Irccs Gaslini di Genova ha evidenziato problematiche comportamentali, disfunzioni e sintomi di regressione (incremento dell’irritabilità, disturbi del sonno e d’ansia, sensazione di mancanza d’aria) nel 65 per cento dei minori, con un livello di gravità proporzionale a quello di malessere dei genitori. In fortissimo aumento, inoltre, i disturbi dell’alimentazione, come ampiamente in crescita è il tempo trascorso online e con la tecnologia digitale.

La realtà virtuale per moltissimi bambini e adolescenti è divenuta lo spazio rifugio per reggere il clima di preoccupazione, ansia e incertezza, quando non di lutto, respirato in famiglia. «Tornare a una vita normale sarà difficile, non solo per i ragazzi, ma anche per chi il virus covid-19 lo ha vissuto prendendosi cura dei malati o affrontando la perdita di familiari. Per questo richiamiamo l’attenzione del terzo settore affinché presenti progetti innovativi rivolti ad affrontare un disagio che avrà strascichi per diversi anni — ha affermato Giovanna Paladino, senior director Fondo di Beneficenza Intesa Sanpaolo, che, in capo alla presidenza della Banca, ha organizzato il seminario online #checovidfatigue — il covid ha travolto il mondo degli adolescenti e dei bambini che all’inizio sembravano essere stati risparmiati dalla pandemia. Purtroppo, non è così e le conseguenze psicologiche del confinamento non sono affatto secondarie».

Il Fondo di Beneficenza di Intesa San Paolo, presentando le linee guida per il biennio 2021-2022, ha sottolineato tra le priorità il supporto ai soggetti più colpiti dalla pandemia e alle situazioni di maggior vulnerabilità segnalate dall’Oms: per il 2021 le risorse destinate dal Fondo ad opere di carattere sociale sono pari a 16 milioni di euro, erogate attraverso i progetti realizzati da enti no profit impegnati a dare una risposta alle problematiche innescate dalla crisi sanitaria.

«Ci siamo ritrovati sulla necessità di accendere i riflettori sulla salute psico-fisica dei soggetti più fragili, a cominciare da bambini e adolescenti — spiega Roberto Vignola, vicedirettore generale Fondazione Cesvi, organizzazione bergamasca che vanta un’esperienza di trentacinque anni in interventi umanitari di emergenza e post emergenza — grazie al nostro “laboratorio” su fenomeni ancora poco tracciati, stiamo osservando un vero trauma collettivo da covid-19 e a farne le spese sono migliaia di bambini con fragilità preesistenti, costretti all’isolamento dai propri affetti e dalla normalità a cui erano abituati» ha concluso la Vignola, a margine dell’incontro.

A conferma di queste parole, Gemma Calamandrei, responsabile del Centro di riferimento per le scienze comportamentali e la salute mentale dell’Iss e coordinatrice del gruppo di lavoro per l’emergenza covid-19, ricorda che le ricadute psicologiche sono stati al centro degli interventi dell’Iss fin dalla prima ondata: «Il nostro obiettivo primario è stato garantire la continuità dell'assistenza e la presa in carico, fornendo indicazioni ai servizi di salute mentale, e monitorando il loro funzionamento. Purtroppo, però, oltre ai gruppi vulnerabili, l’esperienza della pandemia sta incidendo sul benessere generale della popolazione, soprattutto per il venir meno, per lungo periodo, delle relazioni sociali di supporto, per l’incertezza nel domani, per il mancato trattamento delle malattie croniche».

A peggiorare il senso di precarietà si sono aggiunte, non di rado, disoccupazione e mancanza di mezzi di sostentamento. I dati di studi epidemiologici indicano chiaramente la strada. «Dobbiamo aumentare le misure di sostegno psicosociale per intercettare il più precocemente possibile il disagio, prima che degeneri in disturbo — concordano Paladino e Calamandrei — La salute mentale riguarda l'intera comunità, e solo un approccio di comunità attraverso il potenziamento dei servizi sociali e sanitari negli specifici territori (quelli ben organizzati ma soprattutto quelli che sono in sofferenza per motivi sociodemografici) consentirà di arginare l’onda lunga del covid».

di Silvia Camisasca