· Città del Vaticano ·

L’ultimo libro di Ivan Talarico

Risentimenti tascabili

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
15 luglio 2021

Certe storie si possono raccontare solo con la sfrontatezza dell’allegria. Più sono dolorose e urticanti, più servono attrezzi narrativi speciali. Come quando a Murano gli artigiani del vetro soffiano le loro bolle di silice incandescente fino a plasmare vasi, ampolle, sculture dalle forme strane e delicate, ben protetti da schermature che li tengono al riparo dal calore. Senza guanti e visiere protettive è troppo rischioso avvicinarsi alle altissime temperature, in fonderia. Allo stesso modo, servono “pinze” narrative speciali per parlare di sentimenti e risentimenti (il sottotitolo dell’ultimo libro di Ivan Talarico, Dizionario degli amori impossibili. Sentimenti e risentimenti tascabili, Neo Editore, 2021, pagine 122, euro 12) altrimenti si rischia di annegare in una palude di melassa che non ha più nemmeno il sapore dello zucchero. Ma non è questo il caso. La dedica «A chi prova un sentimento, ma poi non lo mangia» dopo la copertina, mette subito in chiaro che il lettore non sarà mai (ma proprio mai) a rischio diabete.

Semmai rischierà di ridere da solo, in metropolitana, attirando gli sguardi perplessi degli altri passeggeri (come è successo a chi scrive) o di perdersi nelle microstorie che si susseguono da una pagina all’altra senza riuscire a staccarsi fin0 all’indice, ma sarà dolce (e mai stucchevole) naufragare in questo mare.

Storie di ordinaria follia, di insostenibile leggerezza lontane dal cinismo di George Bernard Shaw (e del suo celebre adagio «essere innamorati significa sopravvalutare sproporzionatamente la differenza tra una donna e l’altra») ma, al contrario, attingono agli infiniti dettagli che ogni vita fornisce per poi appoggiarsi su una solida tecnica di giocoleria verbale. I giochi di prestigio in pillole di Talarico danno voce e struttura narrativa a ossessioni, malintesi, litigi innescati da motivi inesistenti e per questo difficilissimi da debellare, pretese completamente sproporzionate ai parametri della realtà, riti sociali assurdi ma consolidati dall’abitudine, capaci di distruggere il legame più solido.

Lo slittamento dalla normalità alla follia è costante: non esistono nomi normali, da elenco del telefono, in questo libro. Qualche brano preso a caso: «Edoario e Pizia iniziano a progettare una vita insieme. Non si conoscono, non si piacciono, non si amano, ma vogliono condividere la loro vita». Un semplice nonsense impossibile nella realtà, verrebbe da dire. Non così inverosimile, però, se pensiamo a quante coppie-per-caso conosciamo nella cerchia dei nostri parenti e amici, coppie senza amore, che stanno insieme per noia, per abitudine, perché l’orologio biologico ha iniziato a ticchettare, perché non si ha il coraggio di interrompere un fidanzamento troppo lungo o una convivenza troppo breve.

La storia di Edoario e Pizia (non a caso intitolata Abitudine) assomiglia a quella di Attima e Secondo, che si sposano perché l’irruenza di lui non le permette di spiegarsi, o di Cuola e Donio, che vivono confinati in un’eterna colazione. Lelia e Sausto sognano di partire insieme per una nuova vita e scelgono l’Australia, ma capiscono di aver solo «spostato la loro banalità di circa sedicimila chilometri». Simile disavventura per Cilippo e Starda, che «si conoscono per puro caso in un gruppo di innamorati anonimi».

Meritano la citazione persino i ringraziamenti finali: «Grazie alle mattine presto, che mi hanno regalato l’incoscienza, ad Antonio Pronostico per l’affettuosa metafisica, a Noemi, che ha depotenziato l’impossibile».

di Silvia Guidi