· Città del Vaticano ·

«PATRIS CORDE»

Amare è accogliere
per tutta la vita

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15 luglio 2021

L’amore avvolgente di due genitori adottivi e la scoperta
 della tenerezza nella paternità


Conosco Alessandro da oltre trent’anni e per una decina d’anni abbiamo lavorato nello stesso ufficio diventando subito amici. Negli ultimi vent’anni ci siamo visti raramente ma quel rapporto di amicizia è rimasto vivo, forte. Al punto che oggi mi posso permettere di fargli domande sulla sua storia di figlio adottivo, entrando nella zona più intima e “sacra” della sua vita. E lui risponde prontamente, con la libertà dell’amico.

Quale è stato, nella tua memoria, la storia del tuo rapporto con tutti questi genitori? Come si è sviluppato nel tempo fino ad oggi?

Ho saputo della mia adozione da piccolo quando il babbo Fernando e la mamma Marisa mi fecero sedere in salotto in mezzo a loro perché dovevano dirmi una cosa molto importante, io non ero nato da dentro la pancia di mamma Marisa ma da un’altra mamma, loro avevano fatto le procedure ed avevano avuto la fortuna di potermi prendere e tenere con loro facendomi diventare il figlio che avevano sempre desiderato. Mi spiegarono tutto questo con una naturalezza e con un amore così grande ed avvolgente che la cosa mi riempì di gioia e accrebbe da subito il mio amore per loro. Quasi contemporaneamente ebbi un senso di gratitudine per i genitori che mi avevano fatto nascere e mi avevano dato la possibilità di essere adottato da due persone meravigliose che mi stavano crescendo con così tanto amore ed attenzioni.

Crescendo ho avuto modo di vedere anche tutti gli incartamenti e le pratiche che i miei avevano fatto per l’adozione stessa, l’istituto dove mi avevano preso ed il percorso di avvicinamento all’adozione che avevano fatto. Ad oggi pensando a quello che mi ha riservato nostro Signore sono sempre più convinto che i due gesti fondamentali che hanno segnato la mia vita sono tutti lì, l’amore di chi — nonostante problematiche o difficoltà — mi ha dato la possibilità di vivere e l’amore di chi mi ha accolto da figlio nella propria vita.

Il rapporto con i miei genitori adottivi è stato speciale per tutta la durata della loro vita, ed il legame che abbiamo avuto è stato davvero profondo, intenso, speciale.

Dei miei genitori biologici non ho avuto mai conoscenza e devo confessare che non ho mai sentito il desiderio di indagare, non so come spiegare: è sempre prevalso questo senso di gratitudine che non è mai approdato nella necessità di capire o sapere altro.

Che cos’è la paternità secondo te?

Nella società contemporanea così mutevole e “veloce” la paternità rimane il punto principale, fondante per la “costruzione” della società stessa e per la realizzazione di ogni persona.

Cosa vuol dire essere padre?

Il padre in questo contesto è guida per il figlio, sia per gli insegnamenti “pratici” che “morali”, introducendolo man a mano ad una vita autonoma.

L’hai capito quando è nato Giovanni o già i tuoi genitori ti avevano trasmesso il senso di questa parola?

I miei genitori non mi hanno parlato esplicitamente più di tanto di questo, sembrerà strano ma questo desiderio e quale importanza aveva e come metterlo in pratica l’ho capito sempre di più con il passare degli anni rivedendo all’indietro come si erano comportati con me babbo e mamma.

Il Papa indica in san Giuseppe un modello di paternità e parla di essere padre “nella tenerezza”, “nell’ombra”. Un padre deve essere un lavoratore discreto, che opera nell’ombra e nel silenzio, che ne pensi? Al tempo stesso il padre deve essere dotato di un “coraggio creativo”, sei d’accordo?

Sì, mi ritrovo a pieno con le parole del Santo Padre, è una frase molto vera e molto toccante. Questo è quello che nel mio piccolo cerco di fare con il mio amato Giovanni.

In che senso?

La tenerezza è il modo per guardare un figlio stringendolo in un abbraccio, se vogliamo è un’ottima chiave di lettura per tutte le cose della vita, un lavoratore cioè un “costruttore” un “testimone” che deve trasmettere valori, comportamenti, tracciare un binario, senza soffocare o privare il figlio di avere la sua personalità, di fare le sue scelte avendo il coraggio nel caso in cui ce ne sia bisogno di correggerlo.

Oggi la paternità sembra in grande crisi, sei d’accordo? E quali sono le ragioni?

Secondo me oggi la crisi abbraccia un po’ tutte le cose che comportano pazienza, dedizione, fatica. E la paternità non è una cosa che si concretizza con un tweet, ha bisogno di costanza, impegno, ed a volte sembra che quello che è stato fatto non sia servito o che non sia stata la cosa giusta. Ma, pensando a me, posso dire che mi basta guardare Giovanni o che sorrida o che sia arrabbiato magari proprio per qualcosa che gli ho detto io per essere la persona più felice del mondo e sentirmi in armonia con me stesso.

di Andrea Monda