· Città del Vaticano ·

Secondo il Garante Palma

Serve una riforma
del sistema

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14 luglio 2021

Il carcere ripropone, in peggio, quello che accade nella realtà esterna e la pandemia, come ogni crisi, ha acuito i problemi, ha fatto emergere i nostri lati negativi, dunque l’aggressività e la violenza. A spiegare così a «L’Osservatore Romano» i fatti emersi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere , ma che «purtroppo non sono un fatto isolato» è il Garante nazionale delle persone private delle libertà, Mauro Palma. «Violenze punitive per le manifestazioni inscenate dai detenuti nei primissimi momenti di chiusura del carcere per il covid sono avvenute anche in altri istituti di pena — dice Palma — ma spesso non sono state documentate per la mancanza di sistemi di video sorveglianza». «Delle percosse a S. Maria Capua Vetere, invece, le immagini ci sono — continua Palma — e ciò che offende di più di questa vicenda sono i detenuti fatti inginocchiare in segno di sottomissione. La dimostrazione che chi deve tutelare la popolazione ristretta invece la ritiene indegna e la vuole sottomettere». «È bene ricordare – prosegue il Garante — che i diritti della persona in quanto tale sono incomprimibili in qualsiasi situazione di liberi o ristretti. Sono diritti che innanzitutto ruotano attorno a due assi: la dignità e l’integrità fisica e psichica».

In carcere, invece, da sempre, spiega Palma «esistono tre tipi di violenza: quella reattiva che scaturisce da una reazione degli operatori penitenziari agli atti di violenza dei detenuti. Una violenza sempre sbagliata perché l’operatore penitenziario si mette in simmetria con il detenuto». «Poi c’è la violenza punitiva, di chi pensa sia giusto dare una lezione al detenuto — dice ancora Palma — e in genere viene usata contro chi sta in cella per reati infamanti, è la cosiddetta “meritevolezza del castigo”. È bene ricordare, invece, che si va in carcere perché si è puniti, non si va in carcere per essere puniti». «Infine c’è la violenza del branco — prosegue — quella appunto di Santa Maria Capua Vetere. Una violenza esercitata da chi è cosciente di avere un’identità debole e con la violenza del branco pensa di crearsi una falsa indentità». Secondo il Garante «è dunque indispensabile dare identità e dignità alla polizia penitenziaria e allo stesso tempo lanciare messaggi forti perché ci sia un’inversione di tendenza». Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria va poi profondamente riformato — dice — «a partire dal settore dedicato alla formazione del personale che non può essere solo una formazione iniziale ma deve proseguire per tutto il percorso lavorativo. Basarsi sulla risoluzione delle crisi a partire dagli errori commessi».

Analizzando poi la condizione dei detenuti, Palma evidenzia: «È necessario rimettere l’individuo al centro delle nostre priorità, a partire dalla consapevolezza dell’inutilità del tempo trascorso in carcere, così com’è ora, aspetto che mi preoccupa quasi di più del sovraffollamento». Oggi «sono 1.232 le persone che stanno scontando in cella non un residuo di pena ma una pena inferiore ad un anno. Altre 7.123 persone sono rinchiuse per aver avuto una pena inflitta inferiore ai tre anni». Secondo il Garante «ciò è l’immagine plastica della fragilità sociale che connota gran parte della popolazione detenuta, un mondo di persone che non accede alle misure alternative anche perché non informato o perché privo di fissa dimora».

Manca, inoltre una rete sociale di supporto che permetta di usufruire delle pene alternative. E se in tal senso è necessario un maggiore impegno del Dap, dice Palma, serve che gli enti locali si assumano delle responsabilità. «Se fuori dal carcere non c’è una rete sul territorio di soggetti sia pubblici che privati che prende in carico il detenuto non andiamo da nessuna parte» sottolinea Palma. È dimostrato, infatti, aggiunge, «che pene di tipo diverso, di carattere reintegrativo, interdittivo o propositivo, di utilità sociale, possono avere maggiore incisività rispetto al rischio di reiterazione del reato». A chi, invece, è destinato a rimanere a lungo in carcere è indispensabile garantire un percorso educativo. «Se, al momento, sono 126 i detenuti che frequentano l’università – ricorda il Garante — ce ne sono 6 mila che non hanno neppure la licenza media e oltre mille analfabeti». Dunque il carcere deve diventare un’opportunità per migliorare, «bisogna puntare sulla cultura e l’educazione — dice — fare in modo che dal carcere il detenuto esca con un piccolo bagaglio di istruzione in più di quando è entrato. Ricostruire il proprio sé culturale significa recuperare responsabilità e rivedere il proprio percorso di vita oltre ad avere una possibilità in più una volta fuori di lavorare».

Infine, ma non ultimo, c’è l’aspetto della salute in cella. «È sbagliato — spiega Palma — che la medicina in carcere sia a richiesta, così come l’aiuto psichiatrico. È vero che in carcere i disturbi psichiatrici si acuiscono, ma stiamo attenti a non creare una visione manicomiale del carcere. La presa in carico del disagio psicologico è un dovere — conclude — a fronte anche dell’alto tasso di suicidi che continua ad aumentare, in termini percentuali, in media uno a settimana».

di Anna Lisa Antonucci