· Città del Vaticano ·

Parla Gonnella presidente di Antigone

La tortura resta una realtà

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14 luglio 2021

Il sovraffollamento, in alcuni casi del 180%, che porta a vivere in spazi angusti, la scarsa se non inesistente possibilità di lavoro e formazione per i detenuti, i molti casi di abbandono terapeutico e dunque di malattia sia fisica che psichica e infine la violenza che purtroppo persiste nelle carceri italiane. Sono questi i “guai” di un sistema penitenziario che, secondo Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri, andrebbe «radicalmente modificato sia nel regolamento, per ridurre l’impatto disciplinare, sia nella concezione della pena che dovrebbe essere per tutti quella costituzionale e cioè favorire il recupero e il reinserimento sociale dei detenuti». Gli ultimi fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere — spiega Gonnella — «emersi grazie ad una denuncia di Antigone alla Procura, sulla base delle moltissime testimonianze ricevute dai familiari dei detenuti, dimostrano come in alcuni istituti di pena in Italia la tortura resta una realtà». Gonnella è convinto che «nessun Paese democratico è immune da questo fenomeno e negare che il problema esista è fare il gioco di chi pratica la tortura». «Per fortuna in Italia dal 2007 — aggiunge — solo pochi anni dopo l’introduzione con motu proprio nel codice penale Vaticano, la tortura è reato e non sono pochi i procedimenti giudiziari in corso per fatti avvenuti ad esempio negli istituti di Ferrara e San Gimignano oltre alle condanne già inflitte per vicende accadute nel carcere di Asti». «Dopo un periodo in cui si è parlato di carcere in senso riformatore — evidenzia Gonnella — negli ultimi anni si è tornati ad una fase giustizialista, si è ricominciato a sentir dire che i detenuti devono “marcire in galera”, che bisogna “buttare la chiave della cella”». Contro tutto ciò, secondo il presidente di Antigone «serve un intervento di straordinaria attività culturale, con messaggi non equivoci di condanna da parte dei rappresentanti delle Istituzioni dell’uso illegittimo delle forza, ma è indispensabile anche la formazione del personale penitenziario che non deve avere solo una preparazione militare. Inoltre, chi si muove nella legalità, chi crede nella funzione della pena come rieducazione del condannato, e sono in molti, deve poter avere prospettive di carriera e un riconoscimento sociale». Dunque serve una «formazione multidisciplinare che insegni, ad esempio a risolvere i casi difficili, quelli che quotidianamente sorgono in carcere a causa della tossicodipendenza o della malattia mentale, quelli che riguardano i tanti immigrati detenuti, ormai il 33% della popolazione carceraria, con problemi linguistici e che hanno spesso un vissuto di abusi e violenze. Per loro, in particolare, andrebbe pensato un sostegno etnopsichiatrico».

La popolazione detenuta negli ultimi 30 anni è infatti molto cambiata, spiega Gonnella sulla base dell’osservatorio privilegiato fornito dalle oltre 150 visite annuali che l’associazione Antigone promuove, dal 1998, nelle carceri in tutto il Paese. «Il nostro rapporto annuale sulla vita in carcere, che mira a rendere meno opaca la vita nelle celle, racconta di una popolazione di 54 mila persone che vivono in istituti penitenziari con 6-7 mila posti letto in meno del necessario. Con un aumento dei problemi psichiatrici e la tendenza ad una incarcerazione della povertà. Sono sempre meno i detenuti per reati gravi ma aumentano gli ergastolani perché dal circuito carcere non si esce facilmente e perché il sistema penale è diventato più severo e commina pene più dure». Tutti dentro, dunque, «con un sovraffollamento endemico, impensabile in tempo di Covid, e che non permette alcuna attività lavorativa e nessuna sorveglianza dinamica, cioè lo stare fuori dalla cella almeno 8 ore al giorno». Per questo Antigone — conclude Gonnella — «ha proposto un nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario, l’ultimo risale al 2000 e non prevedeva nessun utilizzo della tecnologia. Tecnologia che può favorire le relazioni affettive, gli incontri a distanza o anche l’insegnamento. Il nuovo regolamento vuole ridurre l’impatto disciplinare e aprire alla possibilità dell’uso di internet in carcere per offrire attività formative e di lavoro per i detenuti. Abbiamo consegnato le nostre proposte al Governo perché il regolamento non è una legge e può essere approvato dal Consiglio dei ministri per poi passare alla firma del capo dello Stato».

di Anna Lisa Antonucci