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La storia

La quiete dopo la tempesta

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14 luglio 2021

Trovare ristoro nel corpo e nell’anima dopo l’esperienza del ripudio e dell’annichilimento tentare il “miracolo” della reintegrazione nelle famiglie d’origine: un centro in Burkina Faso aiuta chi è infamato di stregoneria 


La bara con il cadavere gira per tutto il villaggio. Vaga di strada in strada, di casa in casa, fino a quando non si ferma bruscamente. Chi la tiene sollevata sfiora una persona con il lembo della cassa di legno e sussurra che è stata la stessa bara a trascinarlo fin lì per smascherare il responsabile di quella morte. A suo dire, forze misteriose e occulte svelano, con un giudizio senza appello, che la donna o l’uomo indicato dalla bara ha in sé il potere malefico della stregoneria. A questo punto la tragedia è compiuta. L’accusato perde di colpo ogni diritto. Viene allontanato dal villaggio, deve lasciare la propria casa, abbandonare i propri figli e la propria famiglia. Anzi, la sua famiglia spesso lo rifiuta perché considera l’avvenimento un’immane disgrazia da cancellare con l’abbandono. E se non fugge lontano potrebbe addirittura essere ucciso. Fortunatamente, sulla rotta della disperazione, i reietti vagabondi, additati come streghe o stregoni, qualche volta incrociano i cancelli del centro Delwende di Sakoula. Sakoula è una località del dipartimento di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, Paese dell’Africa occidentale composto in prevalenza da una popolazione di fede islamica e cristiana ma anche da una consistente minoranza animista.

Il nome delwende, in lingua locale, letteralmente significa “riposato su Dio” e racchiude il desiderio profondo di chi viene accolto: trovare ristoro nel corpo e nell’anima dopo aver fatto l’esperienza del ripudio e dell’annichilimento. L’anno di nascita del centro Delwende è il 1966. L’obiettivo fu chiaro fin da subito: prendersi cura di quanti sono stati accusati di stregoneria e costretti a peregrinare lontano dalla propria terra in un infernale girone dantesco. La struttura ricade sotto la supervisione tecnica del governo ma la direzione è affidata alle Suore Missionarie di Nostra Signora d’Africa in collaborazione con la Conferenza episcopale locale. Attualmente i residenti sono centonovantadue con un’età media di 75 anni. In maggioranza sono donne e questo è un altro colpo al cuore. Racconta la direttrice, suor Vickness Nangogo Muleya, che «sono le anziane sterili o le vedove avanti con gli anni a essere considerate delle streghe». Perché il metodo della bara è solo uno dei mille modi per incriminare qualcuno. Se il tuo grembo non ha generato o tuo marito è morto per cause inspiegabili allora non hai alcuna via d’uscita: presto o tardi ci sarà chi ti punterà il dito contro.

È complesso riuscire a capire le reali dimensioni del fenomeno: non esistono statistiche precise, sembra che nessuno le abbia mai fatte. Ma dalle parole di suor Muleya si evince che possa essere abbastanza esteso: «Ne è colpita un’intera regione nella quale prevale l’etnia Mossi. Solo loro credono alla stregoneria, non le altre etnie». Un dato di non poco conto se si riflette sul fatto che i Mossi rappresentano almeno il 40 per cento della popolazione del Burkina Faso attestandosi intorno ai sei milioni. «In molte culture africane — spiega la religiosa — la morte è un mistero che mette a dura prova la comprensione delle persone. Ogni volta che la morte colpisce una famiglia o un villaggio, la gente cerca una causa, un responsabile. Allora, quando possono nominare, toccare, vedere, il responsabile, per loro è più facile capire e accettare». I danni collaterali provocati dalla pratica dell’accusa di stregoneria sono devastanti tanto quanto quelli principali: alcuni degli accusati si tolgono la vita impiccandosi, altri subiscono danni permanenti alla sfera psicologica e affettiva.

Da decenni Chiesa e governo si sono stretti in un’alleanza consolidata per riuscire a cambiare la situazione. Al centro Delwende collaborano psichiatre e infermiere del ministero della Salute, seminaristi di San Camillo e dei Missionari d’Africa, i membri della Comunità di Sant’Egidio e tanti altri volontari per dare ascolto, assistenza sanitaria, alfabetizzazione e tentare un “miracolo”: la reintegrazione nelle famiglie d’origine. Parte del percorso di recupero consiste nel restituire la dignità a chi viene assistito tramite lo svolgimento di lavori come il giardinaggio, l’allevamento, la filatura del cotone o la pulizia del cortile. La dimensione della negazione della giustizia, però, rimane ancora un problema irrisolto. L’autore dell’accusa di stregoneria non incorre in alcuna sanzione penale semplicemente perché in Burkina Faso non esiste uno strumento legislativo mirato a punire un delitto così atroce. «Diverse organizzazioni e associazioni stanno lottando contro l’esclusione sociale dovuta all’accusa di stregoneria attraverso la sensibilizzazione, ma non basta», ammette suor Muleya, secondo la quale «questo è un fenomeno che non vedrà presto la fine. Infatti, incoraggiamo tutti coloro che possono a sostenere la nostra lotta per cancellare una terribile pratica che esclude soprattutto le donne povere dalla loro società».

di Federico Piana