· Città del Vaticano ·

Le attività promosse dall’Unione sportiva Acli negli istituti di pena italiani

In corpore sano

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14 luglio 2021

Tra i tanti effetti benefici dello sport, viene spesso indicato il suo ruolo formativo. In carcere tale componente è ancora più forte perché chi svolge attività fisica, anche dentro le mura, salvaguarda la propria salute, migliora la qualità della vita (anche dei compagni) e, non ultimo, trova lavoro. Lo sanno bene gli atleti e i formatori dell’Unione sportiva Acli che da diversi anni, grazie al supporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), promuove il progetto denominato Lo sport generAttore di comunità. «Il nostro obiettivo — spiega Laura Bernardini, responsabile Us Acli sport e carcere — è quello di strutturare e modellizzare interventi efficaci e duraturi favorendo, attraverso lo sport, il miglioramento delle condizioni di vita dei soggetti in esecuzione di pena e il loro reinserimento sociale e lavorativo. Gli istituti coinvolti attualmente sono venti», continua, aggiungendo che «altri stanno aderendo a mano a mano che il progetto viene conosciuto perché i risultati sono sotto gli occhi di tutti. I corsi attivati sono quaranta per un totale di circa trecento destinatari, anche se questo è un numero destinato a crescere».

Il piano, che vede come capofila il centro nazionale sportivo Libertas, sviluppa programmi motori, sportivi e formativi rivolti a ragazzi che hanno spesso alle spalle storie disastrose, ma che vogliono rimettersi in gioco e sperimentare nuovi strumenti educativi. Tra i punti cardine dell’iniziativa, «formare i formatori» (detenuti e/o personale dei penitenziari) per garantire il prosieguo dell’attività sportiva anche dopo l’intervento progettuale. «Ci domandano spesso: E dopo? Cosa faremo quando avrete terminato? Per questo — spiega Bernardini — abbiamo fin da subito puntato sulla continuità. Un esempio su tutti: il 22 maggio scorso cinque detenuti ospiti dell’Isola solidale, organismo che ospita persone condannate agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica, hanno ricevuto l’attestato per aver partecipato al corso per arbitri di calcio. Durante il corso gli allievi detenuti hanno avuto la possibilità di seguire lezioni pratiche e teoriche, dirigendo gare di calcio a 5, calcio a 8 e calcio a 11. I novelli giudici di gara sono in possesso del tesserino tecnico e sono iscritti al nostro albo nazionale. Ovviamente per centrare tale traguardo hanno dovuto studiare e applicarsi molto. E, non ultimo, superare un esame finale tutt’altro che semplice».

Il fine rimane quello di aumentare l’autostima di questi giovani: hanno sbagliato, stanno pagando e devono prepararsi alle opportunità che avranno quando usciranno. Altrimenti rischiano di sbagliare ancora. Ma l’Us Acli, attraverso i suoi programmi, non punta solo a favorire il percorso rieducativo e il reinserimento sociale dei soggetti in esecuzione di pena, ma intende contribuire alla strutturazione di attività sportive nelle carceri e a promuovere lo sviluppo di un rapporto solidale e sinergico tra istituto penitenziario e territorio di riferimento. Come? «Attraverso l’attivazione e lo sviluppo delle reti tra carcere e territorio, eventi sportivi e attività collaterali che vedono la partecipazione congiunta di atleti detenuti ed esterni e il coinvolgimento dei familiari dei ristretti», rivela Laura Bernardini. Difficoltà come l’esiguità del tempo concesso e degli spazi messi a disposizione non hanno limitato gli sviluppi delle attività e, anche se la pandemia ha interrotto le attività perché l’accesso agli istituti era impedito, il tempo di isolamento è servito a studiare meglio attività prossime di intervento: «Il periodo di fermo ci ha aiutato a capire quali sono le necessità delle carceri. D’accordo con il Dap — informa la responsabile — abbiamo avviato uno studio che ci aiuterà a rimodulare i nostri progetti e a studiare interventi ancora più mirati. L’attività fisica ha una funzione determinante all’interno, così come all’esterno. Per questi ragazzi, in particolare, collaborazione, rispetto delle regole e stima reciproca possono costituire valori sociali su cui costruire un nuovo inizio. D’altronde la stessa Costituzione dice che il detenuto deve espiare la pena, ma il carcere deve essere un momento di crescita e non di regressione. Lo sport è un grimaldello che permette di rompere certe catene perché è un insieme di norme, forza e disciplina». Ovvero, l’efficacia di un paradosso: far esprimere liberamente il corpo in un luogo, il carcere appunto, in cui la limitazione delle libertà è forte.

di Davide Dionisi