· Città del Vaticano ·

«La fisica degli abbracci» di Anna Vivarelli

Dora, la luminosa

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13 luglio 2021

È piatta, la vita di Lucio. Scivola in sogni senza sogni, si perde nella noia del buio che non sa come riempire, il tempo scorre ma le cose si ripropongono sempre terribilmente uguali. Finché Lucio «ha un giramento di testa»; finché, dopo essersi sentito sottosopra, si ritrova «stranamente leggero», pronto all’incontro della sua vita.

Perché Lucio, protagonista del libro omonimo di Marianna Coppo (Trieste, Emme Edizioni 2021, pagine 48, euro 13,50) è una lampadina che vive confinata nello sgabuzzino in fondo al corridoio. Poi, improvvisamente, qualcuno la svita e la porta in vacanza con sé, dove conoscerà «la lampadina più grande del mondo»: il sole. E così, finalmente, la luce diventa davvero tale.

Ho trovato eco del percorso di Lucio in un libro da poco uscito per i tipi dell’editore Uovonero. Certo, La fisica degli abbracci (Crema 2021, pagine 160, euro 14) è sempre rivolto a un pubblico giovane, ma non bambino; certo, Anna Vivarelli firma un romanzo sfaccettato che dà voce a tutto quello che si cela dietro un bambino prodigio, che a un anno e mezzo legge nelle sue due lingue madri, a 7 si diploma, a 9 entra a Cambridge, a 11 si laurea e a 12 tiene un corso al Trinity College. Bambini di cui ogni tanto i giornali danno notizia (l’ultima solo qualche giorno fa), senza mettere però a fuoco tutta la sofferenza quotidiana che questa immensa genialità può provocare. Quindi le differenze tra i due libri sono tante, ma la parabola di Lucio si riverbera in quella di Will.

Il giorno per giorno di Guglielmo Malvasi, detto appunto Will, infatti, oltre che da un quoziente intellettivo di 180, è risucchiato dalla solitudine; distanti, infantili ed egoisti i genitori, nessun amico, nessun affetto.

C’è però una scintilla — seppur minuscola — che lavora dentro di lui: e così a 14 anni, 7 mesi e 7 giorni, Will decide che è arrivato il momento di reinventarsi la sua vita. E lo fa scomparendo e facendosi credere morto.

Per il ragazzino, la luce che trasforma ogni cosa — attraverso piccoli passi che Vivarelli racconta con grazia e senza un briciolo di forzatura —, ha le sembianze di una donna rumena di 50 anni, incrociata per caso a Torino. È accaldata, grassa, ha i piedi doloranti, fa la badante sottopagata a una donna impossibile e, soprattutto, non si tira indietro.

Non è facile per Will capire come funziona il mondo reale. E non solo perché non ci ha mai vissuto, ma perché è diverso, fa fatica a esprimere le sue emozioni, a rapportarsi con gli altri, naviga nelle prime acque dell’autismo. Non è facile, ma il quattordicenne capisce che è la sua unica possibilità di salvezza. E così si lancia, spostando l’asse dei suoi punti di riferimento.

Tra le due figure, però, quella più sorprendente è lei, Dora. Anche la sua vita non è stata facile, né lo è quando conosce il ragazzino. Anche lei, di fatto, è fuggita spacciandosi per morta. Ma lei non ha gli strumenti di Will per capire quel che sta succedendo, eppure si butta. È come se Dora, che ama i cibi saporiti e adora cucinare, intuisse che per lei il fatto di lavorare per una persona che mangia solo cose scondite è qualcosa di più di un paradosso.

Incontrando Will in difficoltà, gli offre ospitalità senza pensarci e quando dall’indomani inizia a farlo, prima ha paura, poi è divorata dalla curiosità. Vorrebbe sapere cosa lo ha portato ad accasciarsi sulla panchina alla fermata dell’autobus, la storia della sua famiglia. Ma Dora capisce che deve rispettare i tempi del ragazzino, morde il freno ma sa attendere.

Non c’è uno scontato lieto fine, nella storia di Vivarelli. Ognuno ha le sue ferite, i suoi sogni delusi e sbrindellati, ognuno scivola, per lo più in solitudine. «“Sono contento che tu sia felice” disse alla fine Will. Dora pensò che quella non era mica una frase detta così per dire. Era un traguardo, un vero traguardo. Il ragazzo non mentiva mai».

Ci sono doni troppo abbaglianti per essere portati da soli; c’è l’empatia che protegge, rimprovera e ristora. C’è il gusto di riprendere a cucinare per qualcuno. Anche questa è luce.

di Silvia Gusmano