· Città del Vaticano ·

Le belle parole
Nel libro a cura di Francesca Romana de’ Angelis

Alla ricerca
della luce perduta

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13 luglio 2021

«Il conflitto tra luce e buio è ancora drammatico. L’importante è scegliere da quale parte stare»: parola di Nicola Piovani, che risponde alle domande di Francesca Romana de’ Angelis, curatrice di Luce (Roma, Studium, 2020, pagine 197, euro 17,50), libro davvero particolare, perché la collana cui appartiene, «Le belle parole» si prefigge lo scopo di dimostrare che esistono non solo le parole dell’odio e del dolore, ma anche quelle della bellezza e del bene; sforzo deriso dai sedicenti realisti, in realtà pessimisti a senso unico, che giudicano questa convinzione come manifestazione di buonisti con gli occhi e le orecchie tappate, che non vedono le ombre del mondo, la violenza, l’insensatezza. “Guardati intorno”, potrebbero obiettare i nostri amici real-pessimisti, “e poi ne riparliamo”. Problematica assai antica, quella dell’accentuazione del prevalere del male sul bene , e che ha radici complesse. Un mitico studio sull’amore in occidente di Regis de Rougemont, altre opere filosofiche e narrative ci hanno parlato di una tendenza che è vecchia quanto il mondo e che non è stata quindi una creazione dei catari (l’esistenza terrena è regno del male), ma viene dalle scaturigini stesse del pensiero non solo d’occidente.

Luce risponde da subito alle accuse di buonismo di cui abbiamo detto, perché in ogni sua pagina si coglie la consapevolezza che se esiste il buio, c’è anche la luce, e, per tornare alle parole di Piovani, allora è questione di scelta. Il maestro alla fine del libro affronta la questione essenziale per iniziare qualsiasi discorso su luce e oscurità: il mito. Il mito, non solo e non tanto la fede, perché in quello ellenico, soprattutto nelle storie arcaiche, c’è una vicinanza con i caratteri antropici: amore, sessualità, nostalgia, odio. E però c’è anche un oltre, che si inabissa nel mistero della emersione dal caos. E qui, come notano alcuni degli autori raccolti in questo libro, a darci una cospicua mano è la Bibbia.

Quando si finisce la lettura del libro, si ha come la sensazione di essere tornati da una lunga ricerca di senso. Perché quella comparsa della luce diviene tutt’uno con l’emersione dell’ordine dal caos, con l’affermazione — anche culturale — del lògos che è chiarezza, ragione comunicata attraverso la parola, dono degli dei e insieme linea di demarcazione dall’apparente nonsenso delle loro azioni.

Il recupero del passato umano è stato narrato attraverso la retrospezione apparentemente fantascientifica della grande narrativa, anche se proprio per i grandi della letteratura non possiamo più parlare di generi: non è un caso che Simona Fasulo nel suo racconto La luce di Kabe riprenda il tema del recupero dell’umanità attraverso il ritorno alla luce del dolore, del piacere, dell’unione e della nascita già esemplato nello splendido affresco in cinque libri di Canopus in Argos di Doris Lessing. Anche se prima un altro esploratore, non solo di mari, Conrad, aveva raccontato l’inabissamento nel male proprio facendo riferimento all’assenza di luce in Cuore di tenebra.

La risorsa fondamentale di Luce è dunque la sua capacità di rispondere alle obiezioni dei nostri realisti-pessimisti: ad esempio la “solita” questione della vita come dolore di Leopardi. Marco Capriotti, da esperto di Sette-Novecento, e quindi delle coordinate che dall’illuminismo (ma, e in questo libro finalmente lo si dice, sarebbe meglio parlare di illuminismi) porteranno alla dissoluzione delle certezze cartesiane, ci fa capire una cosa essenziale: il problema che raramente la cosiddetta critica letteraria ha affrontato è che gli autori, come tutti gli esseri umani, sono soggetti a oscillazioni, a cambiamenti, non solo nel tempo, ma come aveva ben capito Pirandello, anche simultaneamente e nello stessa persona. Non si possono perciò imprigionare in categorie fisse, atei, realisti, pessimisti, decadenti gli autori più complessi. Le illusioni leopardiane potrebbero essere interpretate come mere chimere, con la coscienza infelice di chi ha maturato una concezione meccanicistica della vita, ma con la consapevolezza che la loro assenza significherebbe il ritorno alla belva originaria. Come nota giustamente Capriotti, la soluzione non è consolatoria, ma anzi, legata a un processo di riappropriazione di qualcosa che gli eccessi delle mode di pensiero ci stavano negando: il rapporto con la natura. Il suo recupero porterebbe anche a una “allegria”, sono parole del recanatese, dovuta alla riscoperta della bellezza della luce e della sua funzione basilare per il nostro equilibrio e per la nostra stessa vita. E non sfuggirà che questa allegria tornerà nell’ossimoro ungarettiano dell’Allegria di naufragi a sostegno di quanto la poesia riesca a guardare oltre gli schematismi pseudo-razionali. L’exergo posto da Leopardi a La ginestra, il giovanneo “e gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce” sta in ogni caso a dimostrare come il linguaggio arcaico — e archetipo — delle Scritture evidenzi un dualismo profondamente ancorato nella parola. Il simbolismo — e le metafore — dalla luce sono finestra non sempre retorica di un tentativo di spiegare la creazione. Che cosa è il caos originario? Che significa la comparsa della Luce che per la Genesi «è cosa buona»? il taoismo parla della nascita dell’universo da un vuoto senza limiti, con il Taiji che nasce dal Wuji o “ultima vacuità”, il che significa che per la povera mente umana — sant’Agostino aveva ragione — si pone il problema di pensare a un prima della nascita di ciò che esiste. Un abisso insondabile.

Ecco perché, e lo fa soprattutto Nicola Longo, luce diviene metafora anche di bene e di aiuto, come quando Dante deve usare umane parole (che lo stesso sommo poeta sapeva non gli sarebbero bastate a significare il viaggio verso l’indicibile e l’incomunicabile) e allora deve ricorrere alla contrapposizione di inferno come regno dell’oscuro e paradiso dimensione della luce. Con l’episodio mediano del giardino e del sorriso di Matelda negli ultimi canti del Purgatorio, a dimostrazione della bellezza non solo come pura forma della creazione.

Una luce che gradualmente appare all’orizzonte umano, ma che non potrebbe esistere senza l’oscurità della notte, abbagliata e inquinata da macchine che talvolta sono inutili. È questo il messaggio finale di questo libro: l’accettazione dell’umana condizione, senza superficiali ottimismi, ma con la consapevolezza paolina che è proprio nel cuore delle tenebre che si prepara l’avvento dell’alba.

di Marco Testi