· Città del Vaticano ·

PER LA CURA DELLA CASA COMUNE
In vista del G20 Ambiente a Napoli

La concretezza
delle migliori utopie

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
12 luglio 2021

In una Venezia blindata, dove le proteste degli ambientalisti hanno sottolineato l'assenza di risultati nelle politiche globali sul clima, il G20 ha affrontato la crisi climatica nella prospettiva economica in attesa delle giornate di Napoli dove si incontreranno i Ministri dell'Ambiente delle 20 economie più forti del pianeta. Ne parliamo con Alberto Gambescia, amministratore unico di Studiare Sviluppo, Agenzia del ministero dell'Economia e delle Finanze, chiamata ad offrire supporto tecnico al ministero della Transizione Ecologica.

La presidenza del G20 e la co-presidenza della Cop26 conferiscono quest'anno all'Italia un ruolo centrale nella lotta al riscaldamento globale. Che lavoro è stato fatto per prepararsi a questo momento?

Il 22 e 23 luglio a Napoli saranno i ministri dell'Ambiente a parlare di sostenibilità ospitati dal nostro ministro competente Roberto Cingolani. Le giornate campane saranno ispirate ai tre grandi obiettivi del G20 italiano: persone, pianeta e prosperità. Il programma esplorerà tre aree di importanza assoluta per la transizione ecologica: ambiente, clima ed energia. Questi incontri e quelli Onu in autunno (Cop26) fanno riferimento alla Strategia per lo sviluppo sostenibile adottata dall'Italia nel 2017 nel contesto Onu, la quale punta, in linea con l'Europa, all'ambizioso obiettivo di impatto zero entro il 2050. Le priorità promosse dalla presidenza italiana si possono poi sintetizzare in un più concreto avvio della transizione ecologica e delle economie verdi, con la piena valorizzazione delle energie rinnovabili e con la creazione di città intelligenti basate su efficienza energetica e mobilità sostenibile.

Gli Stati Uniti tornano ad assumere un ruolo chiave nella lotta al cambiamento climatico. Che effetto produce sul G20 questa ritrovata centralità americana?

Non c'è dubbio che Joe Biden abbia compiuto un importante salto di qualità nella politica ambientale, anche rispetto al suo predecessore e collega democratico Barack Obama. Alcune delle sue proposte sembrano davvero innovative e destinate ad incidere nella politica internazionale. L'innovazione che più mi ha colpito è il “saldo positivo” che Biden intende ottenere sull'occupazione. Immaginare un processo di trasformazione che raddoppi i posti di lavoro mentre azzera l'impatto climatico può forse sorprendere; ma credo sia l'unico vero modo per intercettare e far esplodere l'enorme potenziale della transizione ecologica. E che dire poi del suo concetto di giustizia ambientale? Secondo il neo-presidente le principali vittime dell'inquinamento — i cittadini e le comunità più fragili del pianeta — hanno diritto ad avere parte privilegiata nei benefici prodotti da questi nuovi investimenti. Una rivoluzione copernicana insomma! Pensare di ristabilire un equilibrio non solo ambientale ma anche sociale attraverso la transizione energetica è un concetto dirompente rispetto ai tradizionali modelli economici intenzionati a premiare solo gli investitori. A ben guardare però forse solo così si potranno aprire scenari di sviluppo sostenibile altrimenti destinati a restare utopistici. A volte la più solida concretezza si nasconde nelle migliori utopie.

Tutela dell'ambiente e sviluppo economico sono stati spesso considerati obiettivi antitetici. Ora però questa percezione sembra cambiata. Abbiamo finalmente capito che la tutela del pianeta è una condizione necessaria allo sviluppo?

Credo si debbano distinguere gli aspetti culturali da quelli dell'economia reale. Se guardiamo a quanta sensibilità e consapevolezza c'è oggi sul tema e a quanto le nuove generazioni siano attente ai rischi climatici non possiamo negare l'imponente cambiamento dell'opinione pubblica. Il problema nasce però quando la transizione viene concepita senza immaginare un “saldo economico” positivo per tutti. Per questo le visioni apparentemente utopistiche di Biden sono in realtà una speranza molto concreta. Pensare di imporre il cambiamento producendo disoccupazione o lasciando sempre più indietro chi ha già subito i danni più gravi dell'inquinamento, è decisamente molto più utopistico. La sfida del G20 diventa allora quella di portare i settori trainanti — come finanza o mercati energivori — a percepire la transizione verde come un grande vantaggio per tutti, in grado di moltiplicare il valore attraverso un maggiore e più diffuso benessere.

Il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) ha dato centralità ai temi ambientali. Nei prossimi mesi saranno definiti gli strumenti attuativi che chiameranno la Pubblica amministrazione ad una importante gestione di fondi e progetti. La macchina dello Stato è pronta?

La prima cosa da dire è che il Pnrr rappresenta un documento straordinario. Credo che mai si sia visto tanto coraggio nel proporre un simile salto in avanti. Ovviamente tanto più in alto si punta tanto più in alto si deve arrivare. E questo è ancora più vero per la transizione ecologica che nel Piano ha ottenuto la quota più significativa con stanziamenti pari a 68,6 miliardi. Tutti sanno quanto un simile impiego di risorse europee imponga un forte miglioramento della nostra capacità di gestione. Ma non è affatto scontato che il fascino della sfida e la disponibilità di risorse facciano scattare automaticamente un miglioramento delle competenze. Occorre una riflessione molto attenta, soprattutto sui rapporti di forza costituzionali tra il centro e le periferie della Pubblica amministrazione. Un problema antico che la pandemia ha rimarcato con forza. Dobbiamo trovare il coraggio di partire proprio da lì, se vogliamo ricomporre quelle antiche “linee di frattura” che tanta inefficienza producono nel rapporto tra Stato e cittadini.

di Pierluigi Sassi