· Città del Vaticano ·

Il vescovo di Kalookan nuovo presidente dell’episcopato filippino

Chiesa che abbraccia e salva

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12 luglio 2021

Nel suo cuore e nella sua mente c’è una visione di Chiesa “ospedale da campo”: una comunità che non mette in secondo piano la sua responsabilità sociale ma che, in nome del Vangelo, vive la prossimità e testimonia all’umanità l’amore misericordioso del Padre. Pablo Virgilio David, sessantaduenne vescovo di Kalookan, nell’area metropolitana di Manila, è stato eletto presidente della Conferenza episcopale filippina, incarico che diverrà esecutivo il 1° dicembre. Non è certo un periodo facile per guidare la Chiesa nella nazione considerata “il polmone cattolico” dell’Asia: la pandemia pone sfide cruciali a livello pastorale e mette in discussione l’opera e la missione delle comunità, chiamate a reinventarsi, a ricalibrare le proprie attività, a ricercare una propria via per annunciare e rendere presente il messaggio di Cristo in una società ferita, segnata da sofferenze e difficoltà.

Parte da qui la riflessione che monsignor David condivide con «L’Osservatore Romano» raccontando la sua esperienza pastorale in una fase storica che mette alla prova i battezzati, la loro vita, la loro chiamata a evangelizzare. «Nella mia diocesi di Kalookan — rileva — il primo desiderio è stato rispondere concretamente all’emergenza, aiutando i malati e le loro famiglie. Abbiamo organizzato gruppi di volontari che si impegnano ad assistere i pazienti infettati dal covid-19, siano essi sintomatici o asintomatici, in quarantena a casa o in strutture pubbliche, oppure negli ospedali. I volontari offrono assistenza sanitaria online, consulenza e primo soccorso psicologico, accompagnamento materiale e conforto spirituale dei pazienti e delle loro famiglie».

Mentre nei mesi passati è stato difficile o a volte vietato (causa i diversi lockdown) incontrarsi di persona, «abbiamo incoraggiato a creare comunità ecclesiali virtuali, che hanno proseguito nella lectio divina, nella preghiera comunitaria del rosario, nello studio della Bibbia grazie a piattaforme digitali di teleconferenza». Le risorse e le possibilità del mondo virtuale sono state sfruttate al massimo: «Se da un lato non mancano webinar e liturgie trasmesse in streaming, abbiamo utilizzato app di marketing digitale per rifornire le nostre dispense comunitarie, aiutando gli agricoltori a trovare un mercato per i loro prodotti e venendo incontro alle necessità dei più poveri. Abbiamo usato mezzi digitali anche per accogliere donazioni per i nostri programmi pastorali e sociali: in tal modo la Chiesa ha detto al mondo che è presente e viva, e con lei lo è il messaggio di Cristo, che porta amore, di speranza e consolazione», osserva il neo presidente dell’episcopato filippino. Proprio per dare un segno tangibile di vitalità, «le nostre Chiese sono sempre rimaste aperte per i fedeli che, rispettando le misure di precauzione anti-covid, hanno voluto partecipare fisicamente alle attività parrocchiali, nonostante le restrizioni. Accanto alle liturgie e alla celebrazione dei sacramenti, programmi di formazione e di azione sociale non si sono mai fermati, ma hanno percorso nuove strade e sviluppato modalità creative». Il fine, sottolinea il vescovo, è sempre quello di vivere, secondo la felice definizione di Papa Francesco, «come un ospedale da campo dopo la battaglia, curando le ferite psicologiche e spirituali, offrendo prossimità a quanti sono nel bisogno, donando l’amore misericordioso del Padre che abbraccia, salva e consola ogni uomo».

Sacerdote dal 1983, David è un biblista e, dopo il dottorato in teologia all’università di Lovanio, in Belgio, è stato chiamato all’interno della Conferenza episcopale a presiedere la Commissione episcopale sull’apostolato biblico. Questo apostolato non lo ha mai considerato come una forma accademica, solo culturale o di carattere spirituale, tutt’altro: già da vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di San Fernando (carica che ha ricoperto per circa quattordici anni, fino al gennaio 2016), e poi da vescovo di Kalookan, ha sempre coniugato teologia e vita, caratterizzando il suo ministero per l’impegno e il servizio a favore dei poveri e «per il suo coraggio nel parlare e agire contro i mali dell’ingiustizia e della violenza», come afferma la motivazione del premio «Bukas Palad», prestigioso riconoscimento assegnatogli dall’università gesuita Ateneo de Manila. Fin dal 2016, infatti, quella di monsignor David è stata una delle voci ecclesiali che ha apertamente criticato la “guerra contro la droga”, ovvero l’offensiva lanciata dal presidente della Repubblica Rodrigo Duterte che, condotta con metodi violenti dalle forze dell’ordine, ha fatto, secondo le organizzazioni non governative, oltre 30.000 vittime, soprattutto tra le fasce sociali più povere, nelle periferie delle grandi città.

Non ha indugiato, David, a sensibilizzare sacerdoti, religiosi e laici cristiani per accompagnare le famiglie delle vittime, spendendosi per la difesa della dignità umana, della giustizia e dello stato di diritto. L’obiettivo di contribuire a liberare la società dal virus della droga è condivisibile, spiega, ma «non lo è l’approccio violento della campagna anti-droga, che calpesta i diritti individuali e le garanzie del sistema democratico, cercando poi di imporre il silenzio a ogni voce critica». Il presule stesso è stato bersaglio di una campagna diffamatoria, basata su un’ingiusta accusa che lo ha visto, in un gruppo di trentasei fra leader sociali, avvocati e religiosi, imputato per sedizione: una mossa intimidatoria per scoraggiare ogni dissenso verso il governo. Sgonfiatasi quella bolla, il vescovo che si appresta a guidare la Conferenza episcopale filippina rimarca le radici di quell’impegno: la volontà di andare senza titubanze verso le “periferie esistenziali” che la Chiesa è chiamata a incontrare, portando la luce del Vangelo. A partire dalla gente che vive nelle vaste baraccopoli, segnate da degrado e miseria, che a Kalookan, nella parte settentrionale della città metropolitana di Manila, sono una realtà che non si può ignorare.

Con questo spirito Pablo Virgilio David, avviando un nuovo esperimento pastorale, ha voluto creare delle “stazioni missionarie” all’interno delle baraccopoli, dove sacerdoti e consacrati stabiliscono la propria residenza, scegliendo di condividere la propria vita con la gente di quei quartieri. Per «ripartire dagli ultimi», dice, in quanto solo «quando la Chiesa si fa piccola, fragile, debole, in quella debolezza emerge la grazia di Cristo, la forza del suo Spirito».

di Paolo Affatato