· Città del Vaticano ·

«Una vacanza romana», l’ultimo romanzo di Ferruccio Parazzoli

E un giorno, credi,
questa guerra finirà

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10 luglio 2021

È stato detto che anche se nei suoi romanzi è abituato ad attraversare il tempo e lo spazio, Ferruccio Parazzoli in qualche modo parte sempre da Milano. Lo fa anche in quest’ultima fatica narrativa tutta ambientata nella Capitale (dove è nato nel 1935), come denunciato fin dal titolo: Una vacanza romana (Rizzoli, 2021, pp. 224, 17 euro). La vicenda prende infatti le mosse nella città di Ambrogio bombardata, dalla quale i tre protagonisti, Matteo, Nora e Otello, si allontanano per raggiungere Roma, dove vengono travolti dagli eventi bellici cui l’8 settembre 1943 dà il tragico abbrivio.

Nella città aperta agli attentati, ai rastrellamenti, alle incursioni aree, al coprifuoco, alla fame e all’attesa di un ritorno a una vita normale, Matteo vive e racconta una storia che fluisce fra centro e periferia, fra “personale e politico”, muovendosi sul terreno della fragile relazione sentimentale con Nora — che si interrompe laddove incomincia quella di lei con Otello — e negli spazi disseminati di macerie, pattugliati da biciclette corsare di partigiani e da occhiute squadre armate di tedeschi. Osservando perplesso l’intrepido engagement nella lotta armata dei due compagni d’avventura, in continuazione si domanda, e domanda loro, se la guerriglia urbana ch’essi promuovono e mettono in atto non si riduca in ultima analisi a un ulteriore tributo di sangue imposto alla già stremata popolazione: «Se loro ammazzavano i nazisti, i nazisti ammazzavano loro; se non li trovavano, si rifacevano sui civili, dieci per ogni tedesco ucciso. A mio parere il conto non tornava».

Naturalmente il personaggio di una narrazione letteraria, come ebbe a spiegare lo stesso Parazzoli in un saggio di teoria e pratica del racconto, «anche quando è protagonista, non può mai essere presente come totalmente emerso, ma solo con una maggiore o minore parte di sé; c’è sempre una parte che, seppure presente, resta sommersa: è quanto si usa definire “spessore” del personaggio» (Inventare il mondo, Milano 2009). Così anche il profilo dell’io narrante Matteo non prende forma esclusivamente sulla base dell’esplicita contrapposizione ideologica con i suoi compagni, e quindi nel quadro delle sue obiezioni sulla moralità delle azioni partigiane e in quello delle sue amare e lucide riflessioni sul rapporto fra storia dei potenti e storia degli indifesi, in cui i conti non tornano mai; ma è plasmato implicitamente, e ultimamente, dal confronto con quanto gli accade di vivere giorno per giorno a Roma in quei complessi e dolorosi frangenti, come, per esempio, l’inaspettata amicizia con un ragazzo ebreo cui si trova a dar rifugio dalle persecuzioni naziste, o l’incontro con un sacerdote impegnato nel cercare un riparo agli oppressi e ai fuggiaschi che gli chiedono aiuto. «La scrittura non è mai convenzionale, è sempre un’altra cosa, anche rispetto al romanzo», ebbe a dire Parazzoli in un’intervista di qualche anno fa, aggiungendo che «scrivere è sempre più un andare alla deriva, tessere che si giustappongono l’una all’altra, un puzzle che si ricompone alla perfezione...».

Accade anche nella scrittura di questo romanzo, nelle cui drammatiche pieghe balena il riflesso di un filo d’oro, fatto di preghiera e miracoli, in cui si impiglia la vita di alcuni personaggi che parevano destinati ad andare alla deriva delle tragiche, cruente convenzioni della violenza umana. E a Roma, in quei mesi bui, furono davvero molte le vicende di speranza che per grazia di Dio ebbero l’ultima parola sulle brutte possibilità della storia.

di Paolo Mattei