· Città del Vaticano ·

11 luglio Domenica del mare
Messaggio del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale

Non semplice forza lavoro
ma risorsa per il mondo

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09 luglio 2021

La pandemia da covid-19 ha colpito duramente le centinaia di migliaia di marittimi che sono stati costretti a rimanere a bordo delle navi e a lavorare più del solito. È il grido di allarme contenuto nel messaggio — firmato dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, e da monsignor Bruno Marie Duffé, rispettivamente, prefetto e segretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale — per la Domenica del mare 2021, che si celebra in tutto il mondo l’11 luglio. Il testo sottolinea come alla data del settembre 2020 erano circa 400.000 i marittimi bloccati in mare a causa del covid-19 e alcuni di essi mancavano da casa da ben 18 mesi.

La pandemia, si legge nel messaggio, ha causato questa prolungata presenza a bordo, che si è ripercossa non solo su di loro ma anche sulla vita quotidiana delle loro famiglie. Infatti, i problemi di «isolamento, solitudine, separazione e ansia per la famiglia e i propri cari lontani migliaia di chilometri, insieme all’incertezza del proprio futuro, hanno aumentato lo stress fisico e psicologico a bordo delle navi, a volte con conseguenze tragiche».

Il messaggio porta anche all’attenzione dell’opinione pubblica un dato di fatto significativo: sebbene questa sia la seconda Domenica del mare celebrata nel contesto della pandemia e il mondo si è fermato, le navi «non hanno mai smesso di trasportare da un porto all’altro attrezzature mediche e medicinali essenziali per sostenere la lotta contro la diffusione del virus». Ciò sta a sottolineare come «l’industria marittima sia una parte vitale dell’economia globale». Infatti, circa il 90% del commercio mondiale si muove grazie alle navi o, più precisamente, agli 1,7 milioni di marittimi che vi lavorano.

Da qui l’appello agli armatori, alle società di gestione, agli agenti e ai reclutatori, affinché considerino i membri d’equipaggio più di una semplice «forza lavoro» e si ricordino che «sono esseri umani». Viene poi sollecitato lo sviluppo di pratiche lavorative basate «sulla dignità umana piuttosto che sul profitto» e si invoca la piena disponibilità di tutto quanto necessario «per migliorare il benessere mentale, fisico e spirituale dei marittimi».

Un’altra piaga che affligge i lavoratori del mare è senza dubbio la pirateria. Nel testo si ricorda che dal gennaio 2021 sono stati segnalati 38 atti di pirateria, con 33 navi abbordate, due tentativi di attacco, due navi contro cui è stato aperto il fuoco e una dirottata. «Pur se gli atti segnalati potrebbero essere diminuiti — si sottolinea — la violenza contro l’equipaggio è in aumento». Si tratta di «sconfortanti richiami alla fragilità di un’industria marittima, già messa alla prova dalla pandemia». Tuttavia, i marittimi hanno «il diritto di svolgere il proprio lavoro senza correre il rischio di essere rapiti, feriti o addirittura uccisi». Inoltre la pirateria, oltre a sconvolgere «l’economia globale, mette sotto considerevole stress questi lavoratori e le loro famiglie con la costante minaccia di rischi e pericoli». Pertanto, il messaggio si rivolge a tutti i governi e alle organizzazioni, chiedendo loro di «individuare soluzioni durature al flagello della pirateria», consapevoli della necessità di affrontare «il problema fondamentale della diseguaglianza nella distribuzione dei beni tra i Paesi e dello sfruttamento delle risorse naturali». Inoltre, si legge ancora nel testo, gli armatori dovrebbero adottare «tutte le misure preventive necessarie per garantire la sicurezza non solo delle navi e del loro carico, ma soprattutto dei marittimi».

Nel messaggio si menziona poi la Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti (Itf), che ha segnalato «un raddoppio delle navi abbandonate», passate da 40 nel 2019 a 85 nel 2020. L’abbandono, si spiega, avviene per una serie di diversi motivi. Quello più comune «è la decisione deliberata di un armatore di sbarazzarsi di una nave che non ritiene più economicamente sostenibile, equipaggio compreso». Bloccato in un «Paese straniero, con salari non pagati, nessuna prospettiva di guadagno immediato e senza cibo, l’equipaggio abbandonato si trova in condizioni disumane e le famiglie subiscono conseguenze finanziarie immediate e devastanti».

Al fine di prevenire le «tragiche conseguenze dell’abbandono in mare», si chiede allora «la piena attuazione dei nuovi obblighi previsti dalla convenzione sul lavoro marittimo (Mlc 2006), adottata nel 2014 ed entrata in vigore nel 2017». Gli armatori, si sottolinea, sono tenuti «ad avere un’assicurazione obbligatoria a copertura dell’abbandono in mare, per il pagamento delle spese comprendenti vitto, acqua potabile, cure mediche e costi di rimpatrio».

Nel messaggio si fa riferimento anche al fatto che «il numero dei naufragi e degli incidenti marittimi è in calo»; ma, si osserva, «anche uno solo è troppo, soprattutto quando i marittimi vengono feriti, muoiono, sono dispersi in mare o vengono ingiustamente criminalizzati e detenuti a tempo indeterminato». Queste sciagure talvolta «sono provocate dalle forze della natura», ma ci sono troppi «casi di negligenza da parte di coloro che preferiscono privilegiare il profitto rispetto alla sicurezza». Unico sostegno per i marittimi e per i pescatori, i cappellani e i volontari della Stella Maris, che hanno adattato costantemente il loro ministero al mutare delle circostanze.