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Hic sunt leones

La piaga del jihadismo
nel Sahel

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09 luglio 2021

Alla vigilia del G7 in Cornovaglia (Uk), il 10 giugno scorso, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che il suo governo opererà una «profonda trasformazione» della propria presenza militare nel Sahel che prevede tra l’altro la chiusura definitiva dell’operazione militare Barkhane. L’intento è quello di puntare a una maggiore integrazione con i contingenti internazionali impegnati nella regione saheliana, sia locali (in particolare il G5 Sahel), come anche dei partner occidentali, che finora hanno offerto soprattutto supporto logistico e di intelligence (Stati Uniti) e assistenza in training e logistica (Europa).

In sostanza, Parigi chiude la propria missione anti-terrorismo Barkhane — lanciata otto anni fa dall’ex presidente francese François Hollande — per puntare a un rafforzamento della missione congiunta Takuba (dal nome della tipica scimitarra tuareg), una task force lanciata nel gennaio del 2020 e fortemente voluta da Macron, che prevede, in una logica di cooperazione securitaria internazionale, una particolare attenzione all’area geografica compresa tra il Mali centro-orientale, il Burkina Faso settentrionale e la regione sud-occidentale del Niger, attuale epicentro dell’insicurezza che attanaglia il Sahel, dove negli ultimi 5/6 anni si sono concentrati i principali gruppi jihadisti.

È bene ricordare che la presenza militare francese nel Sahel affonda le radici nel passato. Nel lontano 1986, nel vicino Ciad, venne lanciata l’operazione Épervier e nel 2013 la missione Serval, dispiegata in Mali durante la crisi armata fra l’esercito regolare di Bamako e una coalizione di gruppi armati islamisti che avevano occupato l’Azawad. Nel 2014, Serval e Épervier vennero chiuse e convogliate nell’operazione Barkhane, finalizzata alla messa in sicurezza di tutti i Paesi del G5 Sahel, vale a dire Mali, Mauritania, Niger, Burkina Faso e Ciad (Force Conjointe du G5 Sahel).

Costituita inizialmente da 3.000/3.500 uomini, Barkhane, arrivò gradualmente agli attuali 5.100 uomini, con l’obiettivo di contrastare la mobilità dei gruppi terroristici, tagliando i rifornimenti che giungevano dal Nord Africa e rafforzando i presidi nelle zone di confine. Stando ai resoconti militari, Barkhane ha avuto non poco filo da torcere. Molto complessa e articolata è infatti la composizione della galassia islamista. Da una parte è attivo il Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans (Gsim), un cartello di organizzazioni su base etnica fortemente indipendenti tra loro, di ispirazione salafita-jihadista e ai cui vertici spicca un tuareg del calibro di Iyadh ag Ghaly; dall’altra vengono sempre più allo scoperto le componenti dello Stato islamico nelle sue due principali diramazioni: quella dello Islamic State in the Greater Sahara (Isbs) e dell’Islamic State West African Province (Iswap).

Non v’è dubbio, dunque, che lo scenario è molto complesso e comunque riconducibile nella sua espansione tentacolare alla recente escalation jihadista in Burkina Faso, nel settore orientale della Repubblica Democratica del Congo, nel nord della Nigeria e addirittura più a meridione, nel Mozambico settentrionale. La Francia ha riscosso dei successi significativi nella lotta al terrorismo, soprattutto con l’utilizzo di tecnologie di guerra remota (droni armati) che hanno portato all’uccisione nel giugno dello scorso anno di Abdelmalek Droukdel, emiro di Aqmi (Al-Qaida au Maghreb islamique) e di alcuni suoi luogotenenti. Rimane il fatto che l’Eliseo avvertiva da tempo l’esigenza di condividere la lotta al terrorismo, notevolmente onerosa, con i partner occidentali a fronte di una minaccia non più soltanto circoscritta nell’Azawad, ma sempre più estesa a livello regionale. Dunque, la chiusura della missione Barkhane non deve essere intesa, politicamente parlando, come un disimpegno da parte della Francia nel Sahel, ma come espressione di un rinnovato impegno in un ambito più internazionale come quello offerto da Takuba, ma anche sostenendo la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma) e la missione europea di addestramento Eutm. Secondo le previsioni, con la chiusura di Barkhane, nell’estate del prossimo anno non dovrebbero essere dispiegati in Mali più di 3.500 soldati francesi e nel 2023 ne dovrebbero restare sul campo circa 2.500.

Naturalmente non è facile fare previsioni perché sulla futura entità, in termini numerici, del contingente francese (non solo in Mali, ma anche in Niger e in Ciad); molto dipenderà da chi siederà all’Eliseo a quella data. Nel frattempo sono giunti due segnali positivi che non vanno sottovalutati. Il primo è venuto lo scorso 28 giugno dalla conferenza ministeriale di Roma in cui Macron, sulla questione saheliana, facendo leva su multilateralismo e collaborazione internazionale, ha ricevuto il sostegno dei membri della Coalizione globale anti-Isis per condividere gli oneri della lotta al terrorismo nel Sahel.

Naturalmente, guardando al futuro, molto dipenderà dalla capacità di passare dalle parole ai fatti. Quando infatti la Francia aveva promosso la task-force di forze speciali Takuba in occasione del vertice di Pau del gennaio 2020 (alla presenza del segretario generale Onu, António Guterres, dell’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Unione europea, Josep Borrell, del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, del presidente della Commissione dell’Unione africana, Moussa Faki Mahamat, oltre che dei capi di Stato del G5 Sahel), aveva pronosticato un contingente paneuropeo di 2 mila uomini. Ad oggi è riuscita a mobilitarne sul campo solo 600: metà francesi, gli altri estoni, cechi, svedesi e italiani.

La seconda nota positiva riguarda la ripresa, da parte della Francia, del dialogo con il governo maliano. Dopo aver sospeso la sua cooperazione bilaterale a seguito del colpo di Stato in Mali del maggio scorso, il ministero della difesa francese ha diramato un comunicato nel quale tra l’altro si legge: «A seguito delle consultazioni con le autorità di transizione maliane e i Paesi della regione, la Francia prende atto degli impegni delle autorità di transizione maliane» approvati dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) e «ha deciso di riprendere le operazioni militari congiunte nonché missioni consultive nazionali, sospese dallo scorso 3 giugno». La Francia, si legge sempre nel comunicato, rimane «pienamente impegnata», con i suoi alleati europei e americani, al fianco dei Paesi del Sahel e delle missioni internazionali per combattere i gruppi jihadisti che sono presenti nella regione.

Rimane il fatto che se, da una parte, è evidente che occorre garantire l’incolumità delle popolazioni civili nel Sahel, che spesso sono sottoposte a vessazioni d’ogni genere dal delirio dell’estremismo islamista, dall’altra è necessario considerare che il jihadismo trova terreno fertile perché è alimentato dalle ingiustizie, dalla povertà e dalla miseria. Migliaia di giovani senza lavoro cercano una speranza in una forma estrema di religiosità che li porta a prendere le armi contro chiunque non professi la loro fede. È la testimonianza di un padre bianco, da 52 anni missionario in Mali, il quale descrive così all’agenzia missionaria Fides l’estremismo islamico che sta incendiando il Sahel. Nel suo ministero, il sacerdote ha conosciuto alcuni miliziani: «Molti giovani senza speranza si sono buttati nelle braccia delle reti jihadiste. In esse cercano uno strumento di rivalsa delle loro frustrazioni. Dicono di lottare contro gli occidentali e contro i cristiani che sono causa della loro miseria. Lo ripeto il jihadismo si combatte sconfiggendo in primo luogo la povertà diffusa».

di Giulio Albanese