· Città del Vaticano ·

Bailamme

Dal tesoro della lunga storia
di questo giornale

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09 luglio 2021

Il 9 luglio 1961 sulle pagine de «L’Osservatore Romano» usciva il primo numero della rubrica settimanale Bailamme a firma di don Giuseppe De Luca, il grande sacerdote lucano, figura centrale della cultura italiana del ’900. L’ultimo numero di Bailamme uscì il 18 marzo 1962, il giorno prima della morte di De Luca.

Quest’anno speciale, il centosessantesimo dalla nascita de «L’Osservatore Romano», è l’occasione per far rinascere questa rubrica, e fare quindi come lo scriba di cui parla Gesù nel Vangelo secondo Matteo: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52).

Bailamme è una bella cosa “antica” che fa parte del tesoro di questa lunga storia e ora viene “estratta” per riprendere vita. Sessant’anni fa De Luca attingeva, a sua volta, al tesoro della sua grande cultura letteraria e in questi “pensieri del sabato sera” ritroviamo tanta letteratura che non è mostrata, sfoggiata, ma intrecciata inscindibilmente con la vita perché di questo si tratta: don Giuseppe intraprende dialoghi, pone domande al lettore, partendo spesso da un brano letterario o chiamando in causa un autore ma per scendere più in profondità e andare a toccare lì, nel nervo scoperto dell’esistenza umana vista sempre come mistero. E gli autori che chiama in rassegna sono tanti e, da lui, ben conosciuti, come ad esempio Bloy e Bousset, Chesterton e Dostoevskij, Leopardi e Manzoni e Graham Greene («il più grande romanziere inglese vivente») e poi Newman e sant’Agostino.

Insomma riprendere Bailamme è un’impresa non da poco, vista l’altezza del precedente, ma vale la pena accettare la sfida e poi non sarò da solo: se Giuseppe De Luca fu un corsaro solitario, questa volta io chiederò aiuto ad una compagnia di diverse e belle firme che, settimanalmente, mi daranno una mano per dare nuova linfa ad una grande storia, interrottasi troppo presto, alla quale è bello dare una nuova possibilità. E quindi non mi resta altro che augurare al lettore: buona lettura!

Urgono poeti


«Il poeta può mutare la faccia del mondo,» scrive don Giuseppe De Luca il 9 luglio 1961, nel primo numero di Bailamme, storica rubrica settimanale di questo giornale. È una bella affermazione, semplice e potente, solo parzialmente mitigata dal resto della frase: «Ma non può dare un parere sensato». Il sacerdote lucano sta parlando di Manzoni, del “suo” Manzoni, e ne sta elogiando il suo essere poeta, realizzando così un elogio della follia (del poeta). L’elogio, la pazzia, Erasmo e Tommaso Moro torneranno insieme a Manzoni ogni tanto a vistare queste vecchie pagine di Bailamme, ma ora, oggi, sessant’anni dopo, parliamo non tanto di loro ma della forza creativa del poeta, anche perché l’affermazione di De Luca si sposa perfettamente con la predicazione di Papa Francesco. Il poeta, già la parola lo indica, è qualcuno collegato con il fare, il creare (poièo in greco significa “fare”) e la creatività è un concetto che, chi ascolta la parola del Papa se n’è ormai accorto, è molto caro al Pontefice. Tornando dal viaggio in Giappone, nel novembre del 2019, disse che quello che riscontrava in Occidente, rispetto all’Oriente, era un “deficit di poesia”: «Penso che all’Occidente manchi un po’ di poesia in più».

Il cristiano deve essere creativo secondo Bergoglio, non può essere diversamente. La scrittrice cattolica Flannery O’Connor ci teneva a precisare che lei era un’artista non “benché”, ma proprio “in quanto” cattolica. Se uno è creativo, è un artista, allora può mutare la faccia del mondo. Papa Francesco lo sa molto bene che è solo lo Spirito Santo che può «rinnovare la faccia della terra» (Sal 102, 30) ma sa che questo può avvenire se gli uomini si lasciano ispirare da quel “soffio” e collaborano alla creazione divina. Il poeta, come il profeta, non è un uomo che parla ma un uomo che ascolta, tende l’orecchio al soffio dello Spirito; il poeta è quindi un uomo ispirato che diventa strumento della continua opera creativa di Dio. Le parole del poeta, come quelle del profeta, sono colte e accolte dagli uomini che sono ispirati dallo stesso Spirito che li ha mossi a parlare.

Ecco perché ha ragione don De Luca quando aggiunge che il poeta «non può dare un parere sensato». In effetti chi lo capisce il poeta/profeta? Pochi, poiché le loro parole sembrano prive di senso oppure appartenere a un senso diverso, più profondo o più alto. Di questo senso ha bisogno il mondo per cambiare, non del senso comune, mondano. Non della pace del mondo ma di un’altra pace, quella di Gesù: «Vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27). Per ottenere questa pace di cui il mondo ha sete, c’è bisogno non di buon senso ma di buoni poeti.

E siamo tutti chiamati a diventarlo.

di Andrea Monda