· Città del Vaticano ·

Il racconto dell’assistente spirituale del porto di Civitavecchia

Alla solitudine si risponde
con la parola di Dio

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09 luglio 2021

«Per la gente di mare serve un’attenzione particolare, perché è un mondo particolare. Ma se non l’hai vissuto è difficile capirlo». Fabrizio Giannini invece quel mondo lo conosce bene: per 23 anni è stato comandante dei traghetti per la Sardegna e ora invece comanda la torre petrolifera al largo di Civitavecchia, dove attraccano le grandi petroliere che scaricano i prodotti per i depositi costieri e spesso portano anche i problemi di tanti marittimi. Ma con il mare e la sua gente Giannini ha a che fare ogni giorno anche per il suo essere diacono permanente dal 2015, e da tre anni responsabile dell’apostolato del mare della diocesi di Civitavecchia-Tarquinia e assistente spirituale del porto.

«Il mio impegno — racconta Giannini al nostro giornale — verte sull’assistenza spirituale ai marittimi. In questo tempo di pandemia è stato particolarmente intenso perché mi sono trovato davanti a marittimi rimasti sulle navi anche per 7-8 mesi, invece dei consueti 4, perché senza cambi dopo l’imbarco. E allora ho cercato di star loro vicino portando la parola di Dio, insieme a una parola di conforto, salendo a bordo delle navi quando è stato possibile. Le persone che navigano sono veramente sole, lontane da casa, dagli affetti, e allora bisogna cercare di portare anche della compagnia. E loro sono lì che aspettano e sono contenti quando ti vedono, perché capiscono che c’è qualcuno che non li ha dimenticati».

Quando è possibile, si sale sulle navi anche per celebrare messa, come ha fatto il vescovo di Civitavecchia-Tarquinia, monsignor Gianrico Ruzza, nell’ultimo Natale. Oppure mandando a tutti i marittimi una benedizione via radio, come lo stesso presule ha fatto il primo dell’anno, seguitando l’attenzione verso la gente di mare già del suo predecessore monsignor Luigi Marrucci, e come farà di nuovo l’11 luglio, per la Domenica del mare e per la preghiera per tutte le persone morte nel Mediterraneo.

«Durante la navigazione — riprende Giannini — purtroppo è difficile raggiungere anche tramite internet chi è imbarcato, per cui il mio lavoro pastorale inizia quando la nave è in rada o entra nel porto. L’altro giorno, ad esempio, il comandante di una nave mi ha chiesto di andare a bordo per celebrare una liturgia. Ma se la nave non entra, tipo quelle della boa petrolifera dove lavoro io e che sta a diverse miglia dal porto, allora il personale non può scendere a terra e quindi sono io che vado a bordo. I marittimi spesso hanno bisogno anche di alcune cose materiali e cerco di farmi interprete anche di questo. Ma quello che pesa di più sulle navi è la solitudine: chi sta sulle petroliere, sulle porta-container, ma fa anche determinati servizi sulle navi da crociera è sempre solo e non ha rapporti umani. In più, c’è il problema che devi convivere con altre decine di colleghi e non sempre è facile, non sempre vai d’accordo con tutti. Anche per questo cercano chi possa portare una parola, e mi chiamano».

Su tante navi gli stranieri sono la maggioranza e tra questi i non cristiani «ma il rapporto con loro è ottimo. Prendiamo le petroliere: a bordo ci sono soprattutto indiani e i cattolici sono contenti di vedermi, ma anche gli altri. Ricordo ad esempio l’ultima giornata del mare celebrata su una di queste navi: anche i non cristiani erano presenti alla liturgia per pregare insieme agli altri, come se ci fosse questo bisogno di condividere comunque un’unica fede, di sentirsi tutti fratelli».

L’ultimo periodo è stato difficile in particolare per i marittimi sulle navi da crociera, rimaste davanti al porto di Civitavecchia anche 11 mesi, senza che nessuno potesse scendere o salire, in particolare da quelle delle compagnie statunitensi. «Nei periodi “normali” queste grandi navi hanno un cappellano a bordo, anche se qualche compagnia adesso sta eliminando questa figura. Ma se i marittimi ci chiamano — aggiunge — siamo ben lieti di andare da loro e portare assistenza spirituale, anche perché i croceristi in genere vanno in chiesa quando scendono per le escursioni. Noi, ad esempio, ne vediamo sempre tanti in cattedrale, anche per la messa. Ma spesso è invece il marittimo che ci viene a cercare e che sa dove trovarci anche in porto, dove abbiamo allestito tre punti di incontro in altrettante chiese, fatti conoscere con dei volantini. È un’assistenza che diamo a tutta la gente di mare, compresi i pescatori imbarcati sui pescherecci, e adesso stiamo cercando dei volontari, anche perché io sono solo e sono un diacono, oltre ad avere l’impegno del lavoro e quello della famiglia».

A proposito, a casa come hanno preso la scelta di Fabrizio di diventare diacono permanente, una volta che ha smesso di andare per mare con i traghetti, anche se in mezzo al Tirreno è pur sempre rimasto con la boa petrolifera? «È stata una scelta condivisa da mia moglie, che lavora in casa e fa borse con l’uncinetto, e da mia figlia Rachele che lavora al museo diocesano, dopo la laurea in Archeologia. Abbiamo anche un altro figlio, che ora è in cielo, morto 9 anni fa, accadimento che ci ha stravolto la vita, ma ci ha anche insegnato tante cose. Io ho sempre frequentato gli ambienti ecclesiali, ma dopo essere tornato in pianta stabile a Civitavecchia e dopo la morte di mio figlio, è maturata in me la scelta di servire la Chiesa ancora più intensamente, proprio attraverso la mia vita, che è una vita del mare. È stata una chiamata che la mia famiglia ha condiviso, anche se non sempre — conclude — è facile coniugare le esigenze del ministero da diacono con quelle della famiglia e del lavoro». Ma poi la gente di mare chiama e si va, con quell’attenzione particolare a un mondo particolare che solo chi l’ha vissuto, e continua a viverlo, può capire.

di Igor Traboni