· Città del Vaticano ·

In una nota i vescovi condannano l’attentato

La via del dialogo
è l’unica percorribile

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08 luglio 2021

Un omicidio «inammissibile e rivoltante», che segna «una svolta spiacevole nella storia del nostro popolo», sempre più dettata dalla violenza. Così i vescovi di Haiti commentano e condannano l’assassinio del presidente della Repubblica, Jovenel Moïse, e il ferimento della moglie Martine da parte di un commando armato che è entrato nella loro abitazione nella notte tra martedì e mercoledì. La première dame è stata trasferita in elicottero in un ospedale di Miami dove è ricoverata in condizioni «critiche ma stabili». Secondo le ultime notizie, quattro dei presunti responsabili del delitto, probabilmente “mercenari stranieri”, sarebbero stati uccisi e altri due arrestati dalle forze dell’ordine haitiane. Ha subito assunto pieni poteri il primo ministro Claude Joseph, invitando la popolazione alla calma e assicurando che la situazione è sotto controllo.

Nei giorni precedenti Moïse aveva deciso di nominare come primo ministro Ariel Henry. Il presidente governava per decreto e senza un parlamento, dopo il rinvio delle elezioni politiche del 2019, provocando crescenti proteste tra la popolazione. Il Paese è alle prese con una gravissima crisi economica, è nell’insicurezza e nella violenza, mentre aumentano i contagi da covid-19.

«Deponete le armi, scegliete la vita, scegliete di vivere insieme fraternamente nell’interesse di tutti e nell’interesse di Haiti»: questo l’appello accorato dei vescovi. La Conferenza episcopale haitiana presenta sincere condoglianze ai familiari della coppia presidenziale e prega affinché «l’anima del defunto riposi in pace» e la moglie «ritrovi rapidamente la salute». Questo triste evento «viene a segnare una svolta spiacevole della storia del nostro popolo sfortunatamente dettata dalla scelta deliberata di usare violenza, da qualche tempo, in molti settori della popolazione, come metodo di sopravvivenza e di regolamento dei conti», affermano i presuli, sottolineando che «la violenza non può che generare violenza e condurre all’odio. Non aiuterà mai il nostro Paese a uscire da questa impasse politica, che non potrà essere risolta se non attraverso il dialogo, il consenso, lo spirito del compromesso, a favore dell’interesse superiore della nazione, per il bene comune del Paese».

Ancora una volta l’episcopato invita «i figli e le figlie del Paese a superare l’orgoglio e gli interessi dei gruppi per cercare insieme, intorno a un tavolo, la soluzione tanto attesa dalla popolazione, dettata dall’amore per Haiti e dai valori del popolo».

È passato poco tempo da quando, nel mese di aprile, la Chiesa haitiana è stata costretta a indire uno sciopero generale di tutte le realtà cattoliche, con il suono simbolico delle campane, per chiedere la liberazione dei religiosi, delle suore e dei familiari di un sacerdote haitiano (in totale dieci persone) rapiti da una gang locale. Gli ostaggi sono stati poi tutti rilasciati nell’arco di venti giorni, ma la piaga dei sequestri a scopo di estorsione colpisce inesorabilmente tutti i settori della popolazione, anche i più poveri.

«Il brutale assassinio del presidente fa seguito a un crescendo di violenza perpetrata dalle bande armate, che stanno proliferando nel Paese facendo leva sul senso di impunità generale e sull’assenza di istituzioni in grado di porre argine a questa instabilità», conferma Clara Zampaglione, operatrice di Caritas Italiana ad Haiti: «Il Paese è allo stremo, la popolazione è in ginocchio, c’è un senso di anarchia generale sullo sfondo di una crisi politica ed economica aggravata da una nuova ondata di covid-19». Già da più di un mese, prosegue la responsabile, «in alcune zone della capitale è in corso una guerra tra bande per il controllo del territorio, questi conflitti armati stanno paralizzando la città con il blocco delle principali vie d’accesso e stanno esacerbando la crisi umanitaria in un Paese dove quasi la metà della popolazione sta affrontando un’insicurezza alimentare elevata e acuta».

In questo momento la situazione a Port-au-Prince e in tutto lo Stato è molto tesa: «La circolazione è nulla e le strade della capitale sono vuote; c’è una preoccupata attesa di quello che accadrà nelle prossime ore e giorni», conclude Clara Zampaglione.

di Patrizia Caiffa