· Città del Vaticano ·

Un ricordo del Maestro Morricone

Il bambino senza camicia

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07 luglio 2021

Un anno fa, il 6 luglio 2020, moriva Ennio Morricone. Spero mi perdonerete se, nel proseguimento di questo articolo, parlerò in prima persona. Ma uno dei ricordi più belli della mia infanzia è legato proprio al Maestro Morricone. Tanti anni fa ho avuto il privilegio d’incontrarlo. E credo che questo ricordo possa essere rappresentativo per raccontare l’uomo, prima ancora che l’artista e il compositore. Ennio Morricone, prima ancora che “il Maestro” o “Morricone”.

Era il luglio del 2009. Io avevo dieci anni. Innamorato dei film di Sergio Leone, dal pomeriggio alla sera mi dedicavo alla vita da cowboy. In sella a un cavalluccio a dondolo, con una Colt nella fondina e un bastoncino di liquirizia tra le labbra, fingevo di attraversare il West. Ovviamente, la colonna sonora era firmata Morricone. Il Maestro, in quei giorni, avrebbe tenuto un concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma in viale Pietro de Coubertin. Pur non avendo i biglietti, con mio padre avevamo pensato di andare sul posto per cercare d’incontrare Morricone prima del concerto. Sfacciati ma speranzosi, mano nella mano, chiediamo informazioni alla reception. Gli addetti ci indicano il piano in cui si trova il Maestro. Saliamo le scale, la tensione cresce, il sudore scorre.

Ma il Maestro non può riceverci immediatamente. Dobbiamo aspettare. Gong. Primo colpo di scena. Primo ricordo. Nitido, malinconico, bello. C’era un lungo corridoio con la moquette grigia e le pareti bianche. Ai lati del corridoio, una serie di porte. Dentro le stanze i singoli componenti dell’orchestra provavano i pezzi di repertorio. Una tromba e Il Forte. Uno scacciapensieri e Il clan dei siciliani. La mitica armonica e C’era una volta il west. In quel luogo c’era tutta la musica di Ennio Morricone. Tutta la colonna sonora della mia infanzia. Attraversando quel corridoio, mi avvicinavo prima ad una stanza e poi all’altra. Con la mano accarezzavo la porta, mi mettevo in ascolto. Inconsapevolmente, attivavo il pulsante delle emozioni. Ma non il pulsante delle emozioni istantanee. Ero troppo piccolo e, che io ricordi, in quel momento l’ansia d’incontrare Morricone copriva tutto il resto. Piuttosto, accendevo il pulsante delle emozioni del futuro. Quelle che vivo ogni volta che ricordo quel giorno. Quelle che sto vivendo adesso, mentre trascrivo per la prima volta su carta questa esperienza. Era un’attesa unica, mistica, armoniosa. Capace di generare, oggi, emozioni che variano dalla gioia alla nostalgia fino all’estasi. Proprio come un brano di Morricone. Straordinario in ogni sua nota, adatto a suscitare le emozioni più diverse e sconosciute, realizzatore dell’infinito.

Poi, improvvisamente, un altro gong. Secondo colpo di scena. Secondo ricordo. Altrettanto nitido e bello. Si apre la porta e lo vedo. Il Maestro ispiratore di tutto, accompagnatore della vita, protettore della sensibilità. Ecco Ennio Morricone. Elegantissimo, silenzioso, sorridente. Noi ci presentiamo e Morricone rimane se stesso anche di fronte a due sconosciuti. Tira fuori la sua dolce severità tipicamente romana. «Certo che gli poteva mettere una camicetta a ‘sto ragazzino. E lei, una cravatta…», dice a mio padre. Il resto di quella breve chiacchierata me lo ha portato via il tempo e l’emozione, per me ingestibile, del momento. Ma ricordo un’altra immagine legata a quel giorno: l’affetto familiare di cui Morricone era circondato. Lo ha sempre affermato nelle interviste, io ne sono stato casualmente testimone. Prima di uscire dal camerino, il Maestro ha salutato sua moglie Maria con un bacio sulla fronte. Poi ha percorso i metri che lo separavano dal palco accompagnato dai figli. Anche a me e a mio padre ha chiesto di seguirlo, perché voleva che vedessimo il concerto in platea, pur non avendo i biglietti. Così è stato.

Torniamo al presente. Proprio ieri il Comune di Roma ha intitolato l’Auditorium Parco della Musica ad Ennio Morricone. La Cavea, la Sala di Santa Cecilia, la Festa del cinema di Roma: ogni amante della musica del Maestro non può non essere legato a quel luogo magico. A me, di quell’incontro avvenuto proprio all’Auditorium, oggi non resta solo un disco autografato e le tante immagini che ho provato a raccontare in queste righe. Ricordo anche tanti insegnamenti che un uomo come Morricone, al di là dell’artista, mi ha indirettamente dato. L’importanza dei principi. Il rispetto del prossimo. La straordinarietà della semplicità. Famiglia, umiltà, rigore, dolcezza, professionalità. E anche la fede in Dio. Profonda, radicata, trasmessa dalla famiglia. «La musica è vicina a Dio», ha affermato il Maestro tempo fa in un’intervista. Dire tutto in poche parole. Per il resto c’è l’arte. La musica, la fotografia, il cinema. Ma questo non è un foglio illustrativo per arrivare al successo nella propria disciplina. È, piuttosto, un modello da osservare, rispettare, seguire, per essere una persona migliore. Ennio Morricone è stato uno straordinario artista perché, prima di tutto, era uno straordinario uomo.

di Guglielmo Gallone