· Città del Vaticano ·

La morte in India, dopo 9 mesi di prigionia, del gesuita Stan Swamy

Una vita dedicata agli adivasi

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06 luglio 2021

Non l’ha ucciso il covid, l’hanno ucciso nove mesi di ingiusta prigionia. Un laconico annuncio dei gesuiti indiani riferisce della scomparsa di padre Stan Swamy, ottantaquattrenne religioso della Compagnia di Gesù arrestato nove mesi fa in base alla legge antiterrorismo dell’India, e morto ieri, 5 luglio, a Mumbai. Il decesso è avvenuto a nell’Holy Family Hospital, gestito dalla congregazione delle suore orsoline di Maria Immacolata, dove Swamy era stato ricoverato per ordine di un tribunale che aveva preso atto del deterioramento delle sue condizioni di salute in carcere. Il gesuita sì era stato contagiato dal covid, ma si era ripreso e riceveva assistenza necessaria e terapie adeguate dalle religiose che si prendevano cura di lui. Ma il suo fisico debilitato dalle austere e precarie condizioni di vita dietro le sbarre, ha improvvisamente ceduto. Come ha riferito Ian D’Souza, direttore dell’ospedale dov’era ricoverato, Swamy ha avuto un arresto cardiaco domenica scorsa ed è stato sottoposto a ventilazione assistita. Le sue condizioni si sono velocemente aggravate. Le cause della morte, ha asserito, sono da ricercare nell’insorgere di complicanze post-coronavirus, accanto al morbo di Parkinson di cui già era affetto. Nel carcere di Taloja, rilevano oggi i suoi confratelli, non ha ricevuto le cure mediche tempestive che gli erano necessarie. Si era infatti dovuto ricorre a un appello in tribunale per ottenere il processo di ospedalizzazione, dopo la negazione della libertà su cauzione e degli arresti domiciliari. I ritardi nel garantire le cure necessarie si sono rivelati probabilmente fatali, anche se lo stesso gesuita aveva riferito con lucidità: «Noto una lenta ma costante regressione di ogni funzione del mio corpo. Il carcere mi ha portato a una condizione in cui non sono in grado né di scrivere né di camminare da solo», rilevando un chiaro deperimento della sua salute. «Potrei soffrire, forse morire anche molto presto se il peggioramento delle mie condizioni dovessero andare avanti. Ma qualsiasi cosa accada voglio poter stare tra la mia gente», aveva detto ai giudici che dovevano disporne il ricovero, approvato soltanto il 29 maggio scorso.

Padre Swmay si è spento serenamente, continuando a invocare Dio e a tenere nel cuore e nella mente quella che definiva «la sua gente», ovvero i gruppi indigeni noti in India come “adivasi” (abitanti originari), cui aveva dedicato molti anni, soprattutto nell’opera di promozione sociale, formazione, istruzione, rendendoli destinatari privilegiati del suo apostolato, sempre con lo spirito evangelico del “farsi prossimo” a quanti sono i reietti e gli esclusi della società.

Nato il 26 aprile 1937 a Trichy, in Tamil Nadu, Swamy era entrato a far parte della Compagnia di Gesù, nella provincia di Jamshedpur, nello Stato del Jharkhand, il 30 maggio 1957 ed è stato ordinato sacerdote il 14 aprile 1970. Ha emesso i voti perpetui come gesuita il 22 aprile 1981. Ha lavorato nella pastorale sociale dal 1971 al 1974 e poi si e traferito all’Indian Social Institute di Bangalore nel 1975 dove è rimasto fino al 1991. È poi tornato nel Jharkhand per svolgere attività sociale nel centro di ricerca e formazione per i tribali annesso al St. Xavier Village nel distretto di West Singhbhum, collaborando con la Jharkhandi Organization for Human Rights dal 1996 al 2001. Un anno dopo è arrivato a Bagaicha, nei pressi di Ranchi, dove è rimasto accompagnando gli adivasi a livello sociale e pastorale.

Nove mesi fa è stato vittima di un’accusa che egli stesso e tutti i suoi confratelli hanno sempre bollato come assurda e rigettato fermamente: quella di aver cospirato contro lo Stato e di aver partecipato e incoraggiato azioni e manifestazioni di carattere sovversivo, perfino appoggiando i gruppi maoisti, autori di atti terroristici. Insieme ad altri leader sociali e membri di Ong, è stato arrestato l’8 ottobre 2020 a Ranchi e condotto a Mumbai dove la sera stessa un tribunale ne ha decretato l’arresto con l’accusa di aver promosso violenze avvenute quattro anni prima durante una manifestazione cui non era nemmeno presente.

Ora la sua vicenda terrena assumerà un carattere simbolico e il gesuita diventa punto di riferimento e preziosa ispirazione per tutti quei religiosi che fanno della prossimità ai poveri e ai diseredati il cuore della loro missione evangelica, portata avanti nel nome di Cristo, secondo quel «l’avete fatto e me» pronunciato da Gesù nel brano evangelico di Matteo, al capitolo 25.

Perfino la Bbc ne ha commemorato la figura, descrivendolo come «un pioniere nel campo del servizio sociale in India», e come persona che «ha combattuto per i diritti degli indigeni e la violazione dei loro diritti economici e sociali». Cedric Prakash, gesuita indiano che ne ha seguito da vicino la vicenda giudiziaria, lo definisce «un martire per la giustizia e la pace, che ha vissuto l’intera vita nel servizio appassionato e disinteressato ai fratelli e sorelle emarginati». Dicono avvocati, religiosi e leader sociali: il fatto che un religioso impegnato per la promozione sociale dei tribali venga imputato, con accuse false, ai sensi di una legge anti-terrorismo pone legittimi e gravi interrogativi sulla tenuta della democrazia e dello stato di diritto in India, laddove il potere politico utilizza scorciatoie e mezzi illeciti per liberarsi dei personaggi ritenuti scomodi.

di Paolo Affatato