· Città del Vaticano ·

Thomas More/1
La storia del martire inglese riletta nell’anno di san Giuseppe

Un cuore di padre

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06 luglio 2021

Il 6 luglio 1535 veniva decapitato Tommaso Moro, martire della libertà di coscienza. È stato nella sua vita un umanista, scrittore, giurista, politico, avvocato, maestro del buon umore e campione dell’amicizia, un «uomo per tutte le stagioni» secondo l’amico Erasmo da Rotterdam (prima che questa espressione cambiasse significato in senso peggiorativo). Oggi avremmo voluto ricordarlo con un «Primo piano» ma due pagine non sono bastate: è talmente ricca la sua personalità, debordante la sua umanità, poliedrico il suo genio, che sia oggi che domani gli dedicheremo un focus ampio di due pagine. In particolare oggi abbiamo voluto parlare di Moro colto nei suoi affetti familiari: in questo anno dedicato alla paternità e alla figura di san Giuseppe, ci siamo concentrati sul “cuore di padre” di Tommaso Moro con gli articoli di Samperi e di Graziani mentre domani esploreremo le altre sfaccettature del prisma moreano. Entriamo quindi nel “poliedro Moro” per scoprire la forza profetica di uno spirito libero che ancora oggi rappresenta un seme fecondo per il presente e il futuro della Chiesa cattolica, per cui donò la vita, e di  tutta l’umanità.

Padre amato, padre nella tenerezza, padre nell’obbedienza, padre nell’accoglienza, padre dal coraggio creativo, padre lavoratore, padre nell’ombra. Sono le caratteristiche della paternità di san Giuseppe che papa Francesco ha voluto sottolineare nella sua lettera Patris corde con la quale ha indetto l’Anno di san Giuseppe. Ma queste sono anche le caratteristiche di quegli uomini che, seguendo l’esempio del santo di Nazareth hanno saputo incarnare le sue virtù nell’ambito familiare e domestico ed in particolare nel loro essere padri al servizio del progetto di Dio. Una testimonianza preziosa in una società in cui «spesso i figli sembrano essere orfani di padri» (Patris corde 7). Tra questi spicca la figura poliedrica di san Thomas More che fu avvocato, giudice, diplomatico, politico, letterato, filosofo, saggista e poeta, ma soprattutto padre di una famiglia numerosa che volle guidare sulle vie della santità con quella “tenerezza di padre” e quel “coraggio creativo” che papa Francesco ha attribuito al padre terreno di Gesù.

Noto come l’autore di Utopia e per la vicenda del suo martirio per mano del re Enrico viii , alla cui prepotenza non volle piegarsi per non disattendere il richiamo della coscienza, More è forse meno conosciuto per le sue vicende familiari che fanno di lui un unicum nel panorama del rinascimento cristiano. La testimonianza della sua famiglia impressionò l’umanista fiammingo Erasmo che, ospitato in casa More, ne rimase colpito al punto di parlare al comune amico Guillaume Budé di una «accademia platonica edificata su basi cristiane».

Dopo gli studi in giurisprudenza e un intenso periodo di discernimento vocazionale presso i Certosini di Londra dove mise al vaglio l’opportunità di intraprendere la vita religiosa, si fece chiaro per More che Dio lo chiamava a formare una famiglia.

Sposò Jane Colt che, prima di morire prematuramente a soli 23 anni, gli diede quattro figli: Margaret, Elizabeth, Cecily e John. In seconde nozze sposò Alice Middleton, vedova già madre di Alice Alington che More accolse in casa come una figlia così come fece con Margaret Giggs, adottata fin da piccola e cresciuta assieme ai propri figli. Fu dunque “padre nell’accoglienza”, premuroso allo stesso modo con tutti i figli, con gli inservienti e coi più poveri. La sua grande casa fu sempre aperta per ospitare chiunque avesse bisogno di alloggio e di calore umano. Una grande famiglia che Hans Holbein “il giovane” immortalò a futura memoria in un quadro di cui oggi restano solo bozze e riproduzioni, mentre l’originale si perse dopo la morte di More e la conseguente confisca di tutti i suoi beni da parte della Corona.

Come san Giuseppe, More fu innanzitutto un uomo dell’ascolto. Non solo esercitato nella relazione con i numerosi amici e con i poveri che a lui si rivolgevano per ottenere un giusto giudizio, ma soprattutto nell’ascolto della voce di Dio. Se per quattro volte l’angelo indicò a san Giuseppe la strada da percorrere, così More seppe ascoltare ed eseguire i suggerimenti di Dio manifestati nell’intimo della propria coscienza, trovando in essa quella luce che dissipa le tenebre e illumina i passi dei giusti. “Padre nell’obbedienza” seppe anteporre la volontà di Dio al proprio agio, ai propri progetti e ai propri desideri, fino a quando per la difesa della verità e della fede mise in pericolo la propria vita e quella dei suoi cari.

Fu quella coscienza che lo guidò per tutta la vita, nella scelta vocazionale, nel lavoro e nel minato campo politico, che egli volle coltivare, custodire e formare nei suoi figli attraverso un’istruzione completa che coprisse sia l’ambito intellettuale che quello spirituale. Lo fece con cura ed esigenza, esercitando quell’autorità sui figli che viene da Dio, prerogativa della potestà genitoriale, che oggi la società contemporanea sempre più combatte e svilisce. A questa missione si dedicò con “cuore di padre”, come custode e guida per i suoi figli, in modo particolare per le donne a lui affidate alle quali riservò un trattamento rivoluzionario per l’epoca. È noto infatti che More si dedicò all’istruzione delle mogli iniziandole alle lettere e alle arti. Ancora più evidente ed efficace fu il suo impegno nell’istruzione delle figlie che presto vennero annoverate tra le donne più colte dell’epoca Tudor, capaci di conversare e dialogare con gli umanisti del tempo in un’epoca in cui la cultura era appannaggio dei soli uomini. Un atteggiamento che lo stesso umanista Juan Luis Vives, uno dei più grandi pedagoghi e precettori cristiani dell’epoca rinascimentale, lodò nel suo De Institutione Foeminae Christianae (1523) uno dei più importanti trattati sull’educazione delle donne nel Rinascimento, dedicato alla regina Caterina d’Aragona.

Tutto questo senza pretendere di “trattenere, imprigionare o possedere” (Patris corde 7) i figli e senza mai tralasciare quella che considerava la base di ogni formazione: l’imitazione di Cristo e dunque l’esercizio delle virtù cristiane, inculcate prima di tutto con la propria esperienza di padre devoto e pio, assiduo nella preghiera e nei sacramenti. Così, come Giuseppe, mise in pratica l’antico precetto, espresso nello Shemà e ripreso da Gesù, di mettere in pratica ed insegnare ai figli la legge di Dio (Deuteronomio 6, 7; Isaia 38, 19; Matteo 5, 19).

Nonostante i numerosi impegni che spesso lo costringevano a Corte o fuori città per molto tempo, More non tralasciò mai la cura dei figli per il lavoro, né il lavoro per i figli. Fu infatti un “padre lavoratore” che seppe vivere con estremo equilibrio tra pubblico e privato, tra vita attiva e vita contemplativa, senza perdere mai il buon umore che lo ha sempre caratterizzato. Un lavoratore onesto, sempre dedito alla giustizia, seppe dare “a Cesare quel che è di Cesare” e “a Dio quel che è di Dio” (Matteo 22, 21), interpretando il lavoro come un servizio al bene comune e non come un mezzo per raggiungere prestigio, fama e ricchezze. Cose queste che non gli mancarono durante quei lunghi anni in cui la fiducia del sovrano lo portò a ricoprire la più alta e prestigiosa carica del Regno (primo laico in quel ruolo), quella di Lord Cancelliere d’Inghilterra.

Ma la storia gli riservò un giro inaspettato e More scelse di rinunciare al suo incarico per obbedire alla voce della coscienza. Caduto in disgrazia per aver rifiutato di firmare gli atti del Parlamento che decretavano la scissione da Roma e il riconoscimento della Corona come unica autorità spirituale, More non si abbandonò alla disperazione. Con sano realismo seppe prendere le redini familiari incoraggiando e confortando moglie, figli e domestici che dovette a malincuore congedare in un ridimensionamento economico che visse con estrema fiducia in Dio, disposto persino a dover elemosinare aiuto dagli altri certo che la vera vita non proviene dagli agi, dai possedimenti o dal denaro. «Potremo sempre andarcene con le nostre borse a chiedere la carità tutti insieme, cantando la Salve Regina di porta in porta, e aspettando che qualche anima buona, impietosita, ci faccia un po’ di elemosina: e così ce ne staremo ancora tutti insieme uniti e contenti». Così Thomas More dimostrò di saper mettere in pratica quel “coraggio creativo” col quale san Giuseppe affrontò le difficoltà, i pericoli e gli imprevisti della vita, trasformando «un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza» (Patris corde C, 5). Imprigionato nella London Tower guadagnò una libertà interiore che pochi prigionieri hanno potuto vantare; visse come “padre nell’ombra”, “decentrandosi” per lasciare spazio e Dio, in un silenzio eloquente e nel dono di sé, affidando a Dio la sua sorte e quella dei propri figli.

Come san Giuseppe, Thomas More «ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca» (Patris corde, 2). Fu infatti nel momento più duro e doloroso della sua esistenza che rinunciò espressamente ad ogni onore e conforto per dedicare la propria vita a Dio, il cui primato non volle sostituire con nessun tesoro mondano. Questo dunque l’insegnamento che il martire inglese volle lasciare ai propri figli: il primato della vita interiore, la centralità della coscienza come luogo del discernimento, dell’incontro tra l’uomo e Dio e la realizzazione della volontà di Dio come unica vera “utopia” per la quale valga la pena dedicare la propria esistenza.

di Miguel Quartero Samperi
Autore di «Tommaso Moro. La luce della coscienza», Studium, 2019.