· Città del Vaticano ·

Il primo obiettivo del nuovo arcivescovo di Karachi

Sradicare ogni divisione

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06 luglio 2021

Da pochi mesi c’è un “ragazzo” a guidare l’arcidiocesi di Karachi, una delle più popolose del Pakistan. La definizione è dello stesso neo arcivescovo, Benny Mario Travas, insediatosi nell’aprile scorso in una Chiesa locale che conta 190.000 battezzati su un totale di venti milioni di abitanti, un territorio di 1400 chilometri quadrati, quindici parrocchie e una cinquantina di sacerdoti. Il nuovo presule conosce come le sue tasche sfide e priorità e sa bene quali sono le esigenze della sua comunità che vive in un Paese dove la popolazione è quasi totalmente musulmana: «Io sono quello che, genericamente, si definisce un “ragazzo di Karachi”: qui sono nato e qui sono stato ordinato sacerdote, svolgendo il mio ministero per ventitré anni. Per questo non ho avuto bisogno di molto tempo per adattarmi». L’arcidiocesi di Karachi può essere considerata una delle punte di diamante di una “Chiesa in uscita” impegnata sul fronte del dialogo interreligioso, del sostegno ai poveri, dell’evangelizzazione. Lo si capisce anche dal desiderio che monsignor Travas ha svelato nel giorno dell’insediamento e che, in fondo, rappresenta un obiettivo del ministero pastorale: «Sradicare ogni divisione con il lavoro di squadra, pregando insieme e facendo del bene a tutti».

Questi primi mesi come arcivescovo di Karachi le hanno suggerito altre azioni?

Credo che sia necessario rafforzare la comunione della fratellanza sacerdotale e incoraggiare clero e religiosi a essere pastori “con l’odore delle pecore”. Poi occorre elevare lo standard delle scuole cattoliche introducendo in esse un senso di professionalità, competenza e amore per i poveri. Infine migliorare l’assistenza sanitaria per la gente di Karachi attraverso le nostre istituzioni sanitarie con l’attenzione particolare alla cura di anziani, disabili ed emarginati dalla società.

Qual è lo stato di salute della Chiesa nella sua arcidiocesi e quali sono le difficoltà e i punti di forza?

Sono stato per oltre cinque anni vescovo di Multan: la sfida maggiore è stata la povertà economica delle persone e il numero ridotto di cristiani, sparsi nel vasto territorio della diocesi. L’arcidiocesi di Karachi, invece, ha grandi risorse economiche e anche un ragguardevole numero di cristiani nell’intera città. In questo caso, le sfide sono la trasparenza e la responsabilità finanziaria. Ho chiara davanti a me la necessità di rafforzare le strutture all’interno delle istituzioni della nostra Chiesa affinché trasparenza e responsabilità siano visibili a tutti.

Uno dei suoi obiettivi è di sradicare ogni divisione: in che modo intende portare avanti questa missione? E quali sono gli altri obiettivi del suo ministero pastorale?

Per quanto riguarda lo sradicamento delle divisioni, ha colto nel segno. Noi abbiamo un’espressione locale per indicare questo fenomeno che chiamiamo “party bazi”: già nel mio precedente ministero episcopale a Multan avevo fatto mia la missione di sradicare ogni tipo di divisione e di “party bazi” dal clero e dai fedeli laici. Come farò a eliminare queste divisioni nell’arcidiocesi di Karachi? Prima di tutto, essendo vicino al mio clero, specialmente ai giovani, accompagnandoli nel loro cammino pastorale; in secondo luogo, trattando tutti con eguaglianza e giustizia, anche coloro che possono avere danneggiato l’arcidiocesi; infine, rivolgendomi a tutti con misericordia e compassione.

Quale importanza avrà il dialogo interreligioso nella sua arcidiocesi?

Il dialogo interreligioso è stato un impegno essenziale dell’arcivescovo di Karachi mio predecessore, il cardinale Joseph Coutts, un pioniere nell’avviare e mantenere buoni rapporti con tutti, di ogni ceto e appartenenza religiosa. Attraverso le nostre scuole e i nostri ospedali abbiamo grandi occasioni di dialogo con la comunità musulmana, che è maggioritaria, ma anche con tutte le comunità minoritarie che vivono a Karachi. Inoltre il mio ruolo mi offre l’opportunità di collaborare con i miei fratelli e sorelle protestanti per l’unità ecumenica. Grazie ai buoni rapporti esistenti tra i vescovi cattolici e protestanti, questo compito è molto facilitato e io continuerò a lavorare per l’unità tra tutte le denominazioni cristiane a Karachi.

La sua arcidiocesi è ricca di vocazioni e ci sono molti giovani religiosi e religiose: a cosa è dovuto tale successo?

Intanto ringraziamo Dio! I giovani di Karachi sono pieni di sincero fervore e amore nel desiderio di conoscere e compiere la volontà di Dio. È vero, negli ultimi anni l’arcidiocesi è stata benedetta con molti sacerdoti e suore giovani. Con questo dono, però, arrivano anche le sfide: queste vocazioni richiedono una seria formazione umana, spirituale, pastorale e accademica insieme a un accompagnamento pastorale e a una formazione permanente dei giovani sacerdoti e religiosi. Non avere ottemperato a tali necessità è stato causa di scandali nella Chiesa del Pakistan.

Quali strade pensa che la Chiesa debba intraprendere in Pakistan per portare pace, sicurezza e benessere per la popolazione?

Se guardo al passato e considero in quale misura la Chiesa sia stata capace di influenzare la società di questo Paese, analizzo anche il metodo seguito: la Chiesa offriva un’istruzione di buon livello e alla portata di tutti senza distinzione di colore della pelle, appartenenza di casta o di religione; e forniva una buona assistenza sanitaria a tutti, con compassione e amore, a costi bassissimi; i disabili e i reietti della società erano accuditi e seguiti con compassione e amore. Ecco, seguendo questa strada, la comunità cristiana ha dato testimonianza della sua missione a Karachi e io intendo continuare rafforzando tale “metodo” che sicuramente farà sì che il popolo del Pakistan guardi alla comunità cristiana di Karachi con rispetto e amore.

di Federico Piana