· Città del Vaticano ·

Da Pirandello (poeta) a Pedro Salinas

Il canto delle onde ballerine

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06 luglio 2021

Un’ironia sferzante tiene a bada ogni rischio di commozione in Guardando il mare poesia scritta da un Luigi Pirandello 38enne, amaro fino allo sberleffo, allergico al dannunzianesimo di maniera che andava di moda ai suoi tempi e insofferente del fonosimbolismo stucchevole degli epigoni di Pascoli.

«E sei vivo anche tu, come son io:/tu per molto, io per poco, e ne son lieto — scrive nell’agosto del 1905 durante un soggiorno sulla Riviera Ligure, nel suo messaggio semiserio rivolto al mare — Ma ti vedo e ti penso, io: tu non vedi/e non pensi, beato! Fino ai piedi/vieni con un sommesso fragorío/a stendermi le spume, mansueto/Come un mercante di merletti… Bravo!/Uno ne stendi, e tosto lo ritrai,/ed ecco un altro, e un altro ancora… Scempio/fai cosí della tua grandezza, ignavo?/Tenta, prova altri scherzi… non ne sai?/Ma ingoiati la terra, per esempio!».

Un mercante di merletti, rapido nell’esporre la merce, niente di più, chiosa il poeta, ma con un fulmen in clausola che suona quasi come un’imprecazione, accentuato dalla sonorità scura del dittongo contenuto nell’imperativo.

Nessuna fusione panica con la natura, nessuna ricerca di un sublime pericolosamente confinante con il ridicolo; il Pirandello di Fuori di chiave (la raccolta di versi uscita nel 1912) sta «dalla parte del Risaotto al pomidauro di Scarfoglio piuttosto che «con l’ampollosità dannunziana di Isaotta Guttadauro» chiosa un anonimo commentatore in un forum online, offrendo questa poesia poco nota al popolo del web.

Scarfoglio, chi era costui? E che c’entra un risotto al pomodoro pieno di dittonghi con Gabriele D’Annunzio?

Meglio aggiungere qualche informazione biografica, visto che si tratta di un “minore” raramente presente nelle antologie, citato soprattutto in quanto marito di Matilde Serao.

A partire dal 16 ottobre 1886, Edoardo Scarfoglio pubblica in cinque puntate una serie di liriche riunite sotto il titolo di Risaotto al pomidauro, con lo pseudonimo Raphael Panunzio. L’uscita del testo, parodia dell’annunciata Isaotta Guttadauro di Gabriele D’Annunzio, provoca la risposta piccata del vate.

E un duello verbale, proseguito a colpi di elzeviri sulle colonne dei giornali, che si trasformerà ben presto in un duello all’arma bianca. Senza riuscire a scalfire, comunque, l’amicizia tra i due, precursori delle più moderne strategie di promozione di se stessi e marketing letterario, attenti a non farsi sfuggire nessuna opportunità di pubblicità a costo zero.

Ma torniamo alla contemplazione del mare. Non temono i toni alti e le similitudini ambiziose con il mistero della creazione i versi di Pedro Salinas nella raccolta Il contemplato. Mare. Poema. Tema con variazioni composta a Puerto Rico e pubblicata nel 1946, variazioni sul tema del mutevole azzurro dell’oceano in quindici tappe.

Il mare è nei suoi versi una lente privilegiata, un prisma lucente e cangiante attraverso cui lasciarsi raggiungere dall’incanto dell’esistenza: immagine di una inspiegabile, tenace gioia che torna a visitare la terra, ad ogni onda («il mare non alleva fonti d’ombra; / è tutto per la luce», e più avanti «che bella fine, per le onde: / muoiono ballerine»). Per capire meglio la profondità di questo dialogo incessante tra contemplante e contemplato, è utile ricordare qualche verso tratto dalla raccolta La voz a ti debida: «Tutto dice di sì. / Sì del cielo, l’azzurro, / e sì, l’azzurro del mare, / mari, cieli, azzurri / con spume e con brezze, / giubili monosillabi / senza sosta ripetono. / Un sì risponde sì / a un altro sì. Grandi dialoghi / ripetuti si odono / al di sopra del mare / da un mondo all’altro: sì». Cielo e mare sono una cosa sola e culminano in una sillaba che assomiglia a un grido di gioia. Una felicità conquistata per contagio, regalata dalla contemplazione, cifra riconoscibilissima della poesia di Salinas, certo che «ogni buon poema culmina in illuminazioni», generando una fonte inesauribile di meraviglia.

Per questo la distesa che ha solo l’orizzonte per confine si tinge di “azzurro paradiso”, e il mare geografico assume su di sé i nomi di tutti i mari che si distendono davanti all’uomo, interrogandolo costantemente su se stesso, lasciandoloawake for ever in a sweet unrest, «sveglio per sempre in una dolce inquietudine» come scrive John Keats (di cui celebriamo quest’anno il bicentenario della morte) nella splendida Bright Star , affascinato dal sussurro costante di una distesa d’acqua che mormora intorno a lui, «keeps eternal whisperings around» (On the sea).

«Tu che hai occhi stanchi e addolorati — qui Keats si rivolge direttamente al lettore — Nutrili dell’immensità del mare/Tu che le orecchie hai stordite dal rumore volgare/O troppo sazie di troppo ricche melodie /Ascolta, sino a trasalire, ciò che dicono le vecchie caverne».

di Silvia Guidi