· Città del Vaticano ·

Il metodo della comunità Rondine

Gomito a gomito
con il “nemico”

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05 luglio 2021

«Quando ti ho visto la prima volta non ho voluto stringerti la mano; quando ti ho salutato per l’ultima volta ho scelto di abbracciarti». Questa riflessione dell’azerbaijana Elmira sull’atteggiamento da lei tenuto nei confronti di un giovane armeno descrive nel modo migliore il percorso di rigenerazione dei rapporti da lei vissuto presso la comunità di Rondine, a pochi chilometri da Arezzo, nei due anni trascorsi presso la World House della Cittadella della Pace. Dopo la partecipazione alla manifestazione per la celebrazione del settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, al Palazzo di Vetro dell’Onu in rappresentanza dell’Italia, il 10 dicembre 2018, e la cerimonia del 9 ottobre 2020, nella quale Liliana Segre ha testimoniato per l’ultima volta in pubblico la propria esperienza nei lager nazisti, Rondine è ormai ben conosciuta, non solo in Italia, da quanti lavorano per la costruzione della pace nel mondo.

Il recente L’approccio relazionale al conflitto. Quattro lezioni sul Metodo Rondine di Franco Vaccari, presidente dell’istituzione fin dalla nascita nel 1998, fornisce la presentazione più completa fino a ora sviluppato di quella complessa teoria-prassi che sta alla base dell’attività della Cittadela della Pace. A fondamento di tutto rimane l’intuizione originaria, la risposta fornita alla richiesta proveniente dalla Cecenia di accogliere in Italia alcuni studenti, che a causa della guerra in corso con la Russia non potevano recarsi a Mosca per completare gli studi. L’unica condizione posta dagli aretini per fornire ai giovani ceceni l’ospitalità di cui avevano bisogno fu che insieme a loro giungessero anche studenti russi, così che la frequentazione dell’Università italiana e la vita in comune a Rondine costituisse l’occasione per la messa in discussione di un’ostilità in apparenza insuperabile.

Da allora coppie di “nemici” sono giunte nel piccolo borgo da tutto il mondo, dall’Asia e dal Centro America, dall’Africa e dall’Europa, per studiare e conoscersi, sempre per attivare il processo di conoscenza e quindi di decostruzione del nemico, di messa in comune del dolore, che porta alla comprensione e poi alla condivisione. Fino a scoprire che il nemico è a volte colui che meglio ci capisce.

A fianco dell’esperienza dell’incontro e della vita gomito a gomito con il “nemico” il Metodo Rondine ha sviluppato una riflessione antropologica e psicologica, di lontana derivazione junghiana, che fornisce una strumentazione utile per comprendere quanto accade nelle relazioni tra i giovani della World House e indirizzarlo nei suoi passaggi critici.

Come esplicitato dal titolo del volume, alla base del Metodo si trova una riconsiderazione del conflitto, con la sua distinzione dalla guerra e il conseguente recupero della dimensione positiva che possiede, in quanto strumento di crescita, di riconoscimento e accettazione delle differenze altrui. «L’esperienza del conflitto» scrive Vaccari «è l’esame di maturità che costituisce il soggetto nei confronti di sé e del mondo adulto, per esplorare le proprie potenzialità e non conformarsi indiscriminatamente alle richieste sociali». Niente di astrattamente irenico, invece una prassi di riconoscimento delle differenze e dei contrasti che nello stesso tempo denuncia la disumanità della guerra e la necessità del recupero di una dimensione di rapporto umano con chi non deve essere definito genericamente come nemico.

Il successo del Metodo Rondine non si manifesta esclusivamente nella capacità di testimonianza: tra i risultati conseguiti dai giovani che hanno completato il percorso formativo previsto, e hanno così ottenuto la qualifica di Rondini d’Oro, si segnala l’intervento effettuato in Sierra Leone per le elezioni presidenziali del 2018. Un percorso svolto da sette “ex nemici” africani insieme ad altre Rondini d’Oro ha preparato popolazione e leader politici locali a una campagna elettorale non violenta e all’accettazione del risultato delle urne, con la visita capillare delle periferie più remote del Paese, mostrando esempi di dialogo non violento tra etnie avversarie. Guardando Rondine, viene spontaneo pensare alla parabola del granello di senape.

di Sergio Valzania