· Città del Vaticano ·

Silvia e Giulia: storia di una rappacificazione inattesa

Quel perdono
che non ti aspetti

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03 luglio 2021

«La calunnia uccide, sempre, è un cancro diabolico, che nasce dalla volontà di distruggere la reputazione di una persona». Le parole di Papa Francesco, pronunciate nel corso della catechesi dell’udienza  del 25 settembre 2019, fanno da opportuno sfondo alla vicenda di Giulia e Silvia, due donne che, grazie alla mediazione della Caritas di Bergamo a cui sono state affidate dal giudice di pace, sono riuscite a riconciliarsi e perfino a diventare buone amiche. È una delle storie a lieto fine della “giustizia riparativa”, quella che, su base volontaria, permette l’incontro tra la vittima e l’autore del reato per scambiarsi il proprio vissuto e soprattutto comprendere il punto di vista dell’altro.

Tutto comincia con un insulto che Silvia rivolge a Giulia; quest’ultima decide di querelarla. L’ingiuria, così come viene descritta all’articolo 594 del Codice penale «offende l’onore e il decoro di una persona presente» e, racconta Silvia, «quando mi hanno notificato la querela sono caduta dalle nuvole. Sapevo di non aver ammazzato nessuno, ma prova tu a spiegare ai tuoi figli, di 10 e 8 anni, e a tuo marito che rischi fino a otto mesi di carcere e 688 euro di multa più i danni, che oltretutto faresti fatica a pagare, per una parolaccia di cui ti ricordi appena».

Un’offesa, peraltro, che non è altro che l’epilogo di pettegolezzi, ripicche, dispetti, calunnie appunto. Storie di pessimo vicinato nell’ambito di una comunità che aveva già condannato Giulia, colpevole, secondo i dirimpettai e la sorella della stessa Silvia, di maltrattamenti e di violenze nei confronti dei figli. Tanto da chiamare in causa «Telefono Azzurro» e le autorità competenti. Le accuse si rivelano false e per Silvia comincia il calvario durato un anno e mezzo.

In tribunale, il giorno della sentenza, sono una di fronte all’altra in attesa del pronunciamento del giudice. Ma a un tratto l’avvocato di Giulia interviene dicendo: «Propongo di procedere con una mediazione penale». L’idea era quella di utilizzare uno degli strumenti operativi messi a disposizione dal decreto legislativo n. 274 del 2000 che può essere adottato per tutti i reati procedibili a querela di parte, come l’ingiuria, la diffamazione, la minaccia semplice, le percosse, le lesioni personali lievissime, il danneggiamento. Il giudice accoglie l’istanza e da lì comincia un’altra storia. Questa volta a tinte blu.

Il percorso per Silvia appare fin dall’inizio tortuoso. Racconta di digiuni ripetuti e di tanti gesti di autolesionismo, del progressivo allontanamento dal marito e dai figli. «Non potevo occuparmi più di loro», spiega. Ma grazie ai mediatori della Caritas le due donne decidono di incontrarsi: «All’inizio non potevo immaginare tutta la sofferenza che avevo procurato a Giulia e alla sua famiglia», rivela Silvia. «Avevo in mente il mio dolore e quello dei miei figli. Sapevo di avere delle responsabilità, ma c’è voluto l’incontro con Giulia per toccare il suo dramma e riconoscerlo come mio». In pratica si configura lo scenario in cui l’incontro tra vittima e autore del reato realizza in concreto l’eliminazione delle conseguenze derivanti dal comportamento delittuoso e coniuga, al tempo stesso, sicurezza e riabilitazione all’interno di un circolo virtuoso: «A differenza di Giulia, che sapeva di essere nel giusto, io mi sentivo in una posizione critica. Eppure mi rendevo conto che, se io avevo la mano tesa verso di lei, lei l’aveva ancora di più nei miei confronti».

Ma a Silvia non basta e intende andare oltre: vuole chiedere perdono anche ai familiari della sua ex rivale. L’intervento dei volontari fa ancora una volta la differenza. Oggi le due donne si frequentano, prendono spesso un caffè insieme e si scambiano consigli sui figli. La cosa più bella che hanno condiviso al termine della storia? Il fazzoletto che ha asciugato le lacrime di gioia di entrambe quando il giudice di pace ha dichiarato la remissione della querela e la fine del procedimento penale. Giulia e Silvia erano sedute in tribunale vicine e si tenevano per mano.

di Davide Dionisi