· Città del Vaticano ·

«I ragazzi della via Pascoli» di Pino Roveredo

Quei bambini
eravamo noi

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03 luglio 2021

«Ogni mattina, dietro le nuvole, direzione cielo, il padrone dell’Universo (...) va nel magazzino delle nascite: un enorme capannone stracolmo fino al soffitto di sacchi stivati. Ne prende uno a caso, (...) apre il sacco e (...) poi una alla volta prende le creature che deve mandare sulla Terra, delegando la consegna alle ali larghe delle cicogne. (...) Il bambino scelto per l’ultima destinazione ero io, e il consimile che si aggrappò alle mie minuscole natiche era mio fratello gemello».

Inizia come una fiaba l’ultimo libro di Pino Roveredo I ragazzi della via Pascoli edito da Bompiani (Milano, 2021, pagine 128, euro 13), un racconto splendido che si dipana col linguaggio leggero e disarmante dell’infanzia, dove la sensibilità dei vinti ha luce propria e il dolore lancinante del piccolo protagonista, non è rimosso, ma ha la vitalità della voglia di futuro, degli alberi rivolti al sole, del fiato per capriole di gioco.

La cicogna fa scivolare Pino e il fratello Rino a Trieste, nella casa del silenzio: mamma Evelina e papà Sisto sono sordomuti da sempre. Una casa, quella di via Soncini, poverissima, ma i bambini vi crescono appagati, con l’affetto dei genitori e con il linguaggio dei segni. «Lì per comunicare bisogna avere l’educazione della presenza e la cortesia dell’attenzione. I sordomuti parlano con le mani e ascoltano con gli occhi» (Mandami a dire, 2005). Pino e Rino conoscono anche il linguaggio della voce, per i giochi e per il mondo.

Il lavoro dei genitori è precario e malpagato, ma si mangia con «la sbobba» del refettorio comunale, capita ogni tanto di andare al cinema e di perdere metà del film a spiegare la trama a Evelina e Sisto, nel rione sono «i figli dei muti», ma più per comodità che per pregiudizio, di notte si dorme «nel sonno dei sereni». È la vita che conoscono e a loro piace.

Ma la povertà con due genitori sordomuti pone delle domande alle quali la fantasia delle regole sociali trova solo risposte punitive, dirompenti, che sconvolgono la vita dei personaggi «con la potenza dell’arroganza». Una zia da sempre estranea alla loro vita, ma benintenzionata, ha «il consiglio giusto», come canterebbe Fabrizio de André: per il loro bene, i bambini saranno sottratti ai genitori e affidati a un collegio. Con l’ingresso nell’Istituto dei poveri della via Pascoli prende avvio la seconda parte del romanzo, nella fiaba compaiono i cattivi: «La vita di prima era stata uno scherzo», ora Pino e Rino sono due dei trecento ragazzi che vivono là dentro «a completa disposizione delle mani e dell’umore degli assistenti», l’infanzia viene strappata via, «ci vestimmo di un abito lungo sette anni».

Si deve marciare, dire signorsì signornò, a tavola è proibita l’acqua, è sempre proibito parlare, nell’ora di ricreazione si può giocare a calcio, ma col divieto assoluto di toccare il pallone con i piedi altrimenti si rovinano le scarpe, s’imparano le mortificazioni assurde, le canagliate gratuite, le punizioni fisiche e morali di una disciplina ottusa che alimenta la rabbia e un unico pensiero: «Io qui non ci sto, giuro che scapperò».

Meteore gentili e fugaci le poche presenze femminili, la delicata suor Pina, la maestra Lesi. E soprattutto, nel reparto femminile dell’Istituto, Giuliana, un’emozione. Con lei non c’è mai stato neanche un saluto, ma solo a vederla «dimenticavo il posto, il trattamento le malvagità». È bella Giuliana, «scura fuori e rosa miracolo dentro», sempre allegra, luminosa. Ma una mattina rimbalza la notizia, Giuliana è morta, un attacco cardiaco se l’è portata via, di notte. Anche piangere è proibito, non è da soldati, si piange solo di nascosto, senza far rumore, di notte sotto le coperte. Ma quella volta, per Giuliana, «piansi tutto il giorno» e per una volta gli assistenti lo lasciano stare nel suo dolore, nel suo pianto libero e inconsolabile.

Chi non sarebbe mai scappato, nemmeno nei sogni, erano gli anziani del Gerocomio alloggiati al primo piano. Pino ha il compito di andare a vendere le bibite nel loro reparto, conosce Tino, l’ex alpino e Maria Pia che cammina con le stampelle e Marina entrata all’Istituto dei poveri a sei anni, quando ancora Trieste era un dominio austriaco e le condizioni di vita erano ancora più spaventose. Esistenze negate, relegate ai margini, quelle nell’Istituto, ma basta che la vita mostri uno spiraglio di umanità, di bello, perché qualcosa riprenda a scorrere.

Nel suo impietoso e straordinario romanzo d’esordio Capriole in salita (1996), l’autore racconta di quei nonni acquisiti che «al nostro passaggio ci lanciavano baci, caramelle, benedizioni che non capivamo, ma che ci rendevano felici, forse per l’inconsapevole solidarietà di quel nostro domicilio comune».

di Nicla Bettazzi