· Città del Vaticano ·

Atlante - Cronache di un mondo globalizzato

Siamo uomini
o cyberoggetti?

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02 luglio 2021

L’intelligenza artificiale gestisce lavoratori in porti e fabbriche
dal Belgio alla Thailandia 


Intelligenza artificiale versus Maradona. Un’applicazione coreana, basata sull’Ia e da oggi a disposizione del consumatore digitale globale, afferma di poter fare quello che nessun umano (neppure Pelè ) si sarebbe mai sognato: prevedere da dove, come e con che ispirazione, Dieguito avrebbe prodotto uno dei suoi capolavori di istinto e sentimento che per Ia sono riassumibili come azioni di gioco molto efficienti.

L’applicazione che vorrebbe sconfiggere Maradona, prevenendone gli schemi, è stata presentata al Mobile World Congress in corso a Barcellona, interessante squarcio su un futuro molto prossimo nel quale Ia gestirà l’accesso a diritti del genere umano come salute, istruzione, mobilità: e non va dimenticato il mondo del lavoro perché in questo caso l’ascesa di Ia è già realtà, ad esempio sulle piattaforme organizzative che danno il ritmo a raiders e lavoratori della logistica.

Secondo l’amministratore delegato di uno dei principali fornitori di soluzioni tecnologiche per Internet mobile — intervenuto da remoto a Barcellona — il mondo del lavoro sarebbe, addirittura, il laboratorio di un futuro già in corso in alcuni porti, fattorie e fabbriche fra Belgio, Austria, Cina, Thailandia dove si sperimenta l’intelligenza artificiale come direttore d’orchestra dell’attività umana. Tutte le potenzialità della Rete, tutte le abilità tecnologiche — ha detto — sono ormai in grado di dialogare e cooperare fra loro e con l’uomo al fine di produrre meglio e di più. Glielo consente il 5 g , la tecnologia iperveloce per i cellulari, già messa alla prova in «quindici settori industriali» in giro per il pianeta. «Il confine fra fisico e virtuale — ha concluso l’amministratore delegato — è sempre più sfumato. E noi dobbiamo alimentare la digitalizzazione dotandola di intelligenza».

Intelligenza artificiale, ipervelocità, uomo e macchine connessi: il futuro prossimo descritto nella vetrina globale aperta a Barcellona, sarà fatto di reti virtuali che collegheranno, al massimo dell’efficienza, miliardi di oggetti «intelligenti», alcuni dei quali già sono nelle nostre case e nelle nostre vite. Caldaie, telefoni, giocattoli, automobili, frigoriferi, tv, dialogheranno fra loro e con le persone. È la cosiddetta Internet delle cose che, però, è qualcosa di più che un eccezionale strumento che potremo prendere in mano per modificare la realtà, come mille altre volte nella Storia dai tempi della ruota e dell’aratro. Noi saremo, o potremo essere, parte dello strumento.

Nell’Internet delle cose, infatti, l’uomo può, sì, entrare da protagonista. Ma anche da cosa fra le cose. L’alternativa che si apre — cosa o protagonista — è già nei fatti. Grazie all’intelligenza artificiale è stato, infatti, inventato il gemello digitale che riproduce persone fisiche o sistemi di produzione in un avatar che non è una semplice copia; è un clone vivo, un altro sé, sempre in aggiornamento e sviluppo, nutrito di dati personali ed informazioni attinti da qualunque banca dati raggiungibile da Internet. Nasce allo scopo di rendere efficiente la produzione di un sistema. L’idea successiva è stata che anche l’uomo si può considerare un sistema complesso di produzione. I suoi sensi possono essere potenziati — dicono i visionari del digitale — con la realtà aumentata, con le capacità di previsione, il controllo a distanza, i sensori collegati al gemello virtuale che viene definito, non a caso, anche «cyberoggetto». E nel nome sta il rischio da valutare; uomo cosa fra le cose, in un sistema di produzione efficiente; o uomo beneficiario di un eccezionale cambio tecnologico nell’uso delle cose.

Gli esperimenti sulle filiere di produzione, messi in opera da un paio d’anni grazie a stazioni radio per 5 g , hanno dato molte soddisfazioni. La produzione, dove l’intelligenza artificiale gestisce il lavoro, sarebbe aumentata del 40%, i difetti sarebbero scesi del 20. E la manodopera impiegata sarebbe diminuita del 40% (si parla sempre di dati diffusi all’evento internazionale di Barcellona).

C’è — ci si chiede però — un costo umano per questo successo, promesso dal mondo che produce e vende soluzioni tecnologiche? A sentire l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità delle Nazioni Unite) c’è. Ed occorre, con urgenza, un codice etico condiviso che regolamenti l’uso dell’Intelligenza artificiale. L’Oms, nel rapporto «Ethics and governance of artificial intelligence for health» parla di salute e di diritto di accesso universale alle cure. Ma il ragionamento funziona a maggior ragione per il mondo del lavoro.

I rischi, per l’Oms, sono il controllo sociale oppressivo, l’uso dei dati personali a fini di profitto, la discriminazione dei deboli e dei diversi (è noto ormai, infatti, che l’Intelligenza artificiale, per come si è alimentata finora, è intollerante e perfino razzista, spesso misogina). Se non regolamentata Ia rischia di essere una pessima compagna di viaggio.

Al solito la realtà sfreccia ed il legislatore è ancora ad inventare la ruota. Ia , nel frattempo, si prepara a passare da esperimento sociale a normalità. Fra le sue pretese e le sue scommesse, s’è detto, quella di prevedere l’uomo. Un esempio è l’app che aumenta la realtà di un campo di calcio e ci propone la possibilità di prevedere le azioni, le valutazioni, le conclusioni a rete di un campione. Se i programmatori avessero visto la finale di coppa Uefa del 1989, Napoli-Stoccarda, forse sarebbero meno fiduciosi. Diego Maradona usò tutto il suo genio e la sua determinazione non per segnare il gol decisivo, come vorrebbe un algoritmo, ma perché lo facesse il suo amico, Ciro Ferrara. Irriducibile, imprevedibile, generosità del numero 10. È il paradosso Maradona che ancora batte l’Intelligenza artificiale. E che ci fa chiedere, con un altro grande figlio di Napoli, Totò: «Siamo uomini o cyberoggetti?».

di Chiara Graziani