L'OSSERVATORE ROMANO
160 anni di storia guardando il futuro

Ricominciare ogni giorno
partendo dalla verità

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02 luglio 2021

Un giornale è un modo d’intendere il mondo. E il modo in cui lo fa «L’Osservatore Romano» è discreto, riservato, efficace e preciso. Una lettura attenta di questo giornale, che compie 160 anni, presuppone per il lettore — sia esperto sia profano — capire il pensiero e la linea editoriale di un’istituzione tanto complessa com’è il Vaticano.

Tanto complessa come il mondo in cui viviamo. Per comprenderlo — o almeno cercare di farlo — occorre avvicinarsi ad esso con umiltà e attenzione. Ma anche con coraggio e mente aperta per affrontare i dibattiti necessari. È così che «L’Osservatore Romano» si avvicina alla realtà: basti pensare al supplemento «donne chiesa mondo». Ed è questo il modo più onesto di farlo rispetto al nostro mestiere, ma soprattutto rispetto ai nostri lettori.

Professionalità, criterio, eccellenza, umiltà, onestà, trasparenza, coraggio e precisione sono alcuni degli ingredienti base per fare un buon giornalismo. Se a tutto ciò applichiamo il tono adeguato — un tono che rispetti i lettori, che non dica loro ciò che devono pensare e che cerchi di formare un’opinione pubblica critica — il risultato è un mezzo di comunicazione che funge da punto di riferimento sensato e pacato in un contesto in cui il rumore sembra acquistare ogni giorno più spazio.

«Che tu possa vivere in tempi interessanti» dice un’antica maledizione cinese. Forse potrebbe non suonare tanto come una maledizione per i giornalisti ma, di certo, dietro tutto quel che sta accadendo c’è qualcosa che trascende l’attualità. Una costante sensazione di scontro, di conflitto latente, di posizioni contrastanti che non trovano spazio per il dibattito, di negazione della differenza. Un eccesso di uso di parole come “nemico” o il ritorno dell’insulto nella sfera pubblica e politica. Il linguaggio del tempo in cui viviamo invia segnali preoccupanti.

Papa Francesco nella sua ultima enciclica Fratelli tutti ha orientato verso la fratellanza: «La storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali». E ha poi aggiunto, riferendosi alla pandemia: «Al di là delle varie risposte che hanno dato i diversi Paesi, è apparsa evidente l’incapacità di agire insieme. Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti».

Noi media, come pilastro fondamentale della società, dobbiamo essere consapevoli del ruolo che svolgiamo in questo momento d’incertezza e di paura. E anche dell’importanza di saper coniugare l’eccitazione professionale del momento con il servizio pubblico. I nostri lettori ricorrono a noi cercando una guida per comprendere ciò che sta accadendo. E ciò che sta succedendo non è semplice da spiegare. La realtà, come la vita, è molto complessa. I populismi cercano di spiegarla a grandi linee: esponendo certezze che non hanno, ma che sì giungono a una società bisognosa di appigli.

Noi mezzi di comunicazione siamo quello che pubblichiamo. Ma anche quello che non pubblichiamo. Ogni giorno distilliamo la realtà per migliaia di persone. E ogni giorno dobbiamo ricominciare partendo dalla verità. «[…] la verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Tutt’e tre unite, sono essenziali per costruire la pace e, d’altra parte, ciascuna di esse impedisce che le altre siano alterate. […] La verità non deve, di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono. Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi. […] Ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci “diminuisce” come persone. […] La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio, e la morte altra morte. Dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile», ha detto il Papa nella sua enciclica.

Noi giornalisti dobbiamo raccontare la verità. E farlo con rigore, professionalità, onestà e indipendenza; indipendenza anche dalle nostre opinioni e dai nostri pregiudizi personali. Mescolando questi ingredienti, difenderemo la libertà d’informazione e di pensiero, contribuendo a formare lettori critici e, in definitiva, consolidando le società democratiche avanzate.

La missione principale di un giornale è servire i cittadini. Oggi, oltre ad offrire informazione di qualità e imparziale, un giornalismo vibrante e la difesa dei valori democratici che ci uniscono, dobbiamo anche assumerci la responsabilità di fungere da punto d’incontro e contribuire a utilizzare un tono che permetta il dialogo e lo scambio d’idee, per quanto antitetiche esse siano.

di Javier Moreno,
direttore di «El País»


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