· Città del Vaticano ·

Il contestato passaggio dall’americano all’inglese

«Il testo me lo avete incasinato»

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02 luglio 2021

Era facile agli scatti d’ira Ernest Hemingway. Di conseguenza quando vide che alcuni suoi libri, scritti in americano, venivano, in alcune parti, “riscritti” in inglese dallo staff di casi editrici del Regno Unito, non poteva non andare, fedele al suo aspro carattere, su tutte le furie. E il suo risentimento non veniva espresso mitigandolo con velature diplomatiche: al contrario, Ernest dava fuoco alle polveri, come il guastatore Robert, l’indimenticabile protagonista di Per chi suona la campana (interpretato sul grande schermo da un altrettanto indimenticabile Gary Cooper).

Nella sua ampia collezione di lettere si trovano vergati fogli in cui lo scrittore mette nero su bianco la sua disapprovazione per un’operazione editoriale ritenuta lesiva della sua opera e della sua precisa identità. «Prima di scrivere — sottolinea — prendo le mie decisioni una volta per tutte (bloody decisions) in base alle quali scelgo che cosa scrivere e che cosa non scrivere. Quindi non voglio assolutamente che il mio libro venga incasinato (bollixed up)».

Esemplare, in merito, è il caso di Morte nel pomeriggio (1932), romanzo dedicato alle corride in Spagna. In una lettera del 19 novembre 1932 Hemingway così tuonava: «Tutto il piacere che derivava dal fatto che il libro vene pubblicato in Inghilterra è stato completamente cancellato dagli interventi e dalle modifiche apportate al testo». Modifiche di carattere lessicale che non aggiungevano nulla all’economia del prodotto: al contrario, ne inficiavano la vera natura.

George Bernard Shaw soleva dire che tra americani e inglesi c’è un valore che li accomuna più di altri e che, al contempo, li separa più di altri: la lingua. Su questo intrigante discrimine si misura la tenuta stilistica delle opere di Hemingway. In americano, il testo punta ad acquistare una maggiore dinamicità, una sbrigliata spigliatezza; in inglese, gli stessi passaggi tendono a contrarre un rigore e un’asciuttezza che possono condizionare un’atmosfera in cui a dominare è il sentimento. Come quello, palpitante e martellante, del torero, drappo rosso alla mano, di fronte al toro.

In più di una missiva (come pure in qualche intervista) Hemingway aveva insistito nel divulgare un suo intimo convincimento: ciò che conta in un romanzo non sono tanto le parole quanto l’atmosfera che quelle parole, o altre, creano. In questo senso, netta è la differenza di concezione stilistica rispetto a Vladimir Nabokov, il quale affermava senza riserve che missione precipua del vero scrittore è scegliere quella parola, unica ed insostituibile, capace di creare la giusta atmosfera e il giusto contesto.

Ma la concezione, stilistica e narrativa, di Hemingway non è, per questa ragione, meno severa e meno sorvegliata. In fin dei conti, quello che importa è il risultato finale: un’opera che sia plausibile e credibile. Per raggiungere tale obiettivo, non si accettano compromessi, che potrebbero invece insinuarsi ed attecchire se il passaggio dall’americano all’inglese finisse per alimentarli e incoraggiarli. Certo è che il romanzo Morte nel pomeriggio non era nato sotto i migliori auspici. Quando venne pubblicato, l’accoglienza della critica fu tiepida, in taluni casi anche ostile. In una recensione del «New York Times» si dichiara che il romanzo, «a parte qualche apprezzabile spunto, è sostanzialmente gibberish (farfugliamento)». Heming-way non la prese bene e in una lettera al poeta ed amico Archibald Mac-Leish scrisse: «Il recensore è così ottuso che non sa distinguere il toro da un torero».

di Gabriele Nicolò