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Approfondimenti
Critica la situazione in Canada e Sud America

Clima, ancora alta l’emergenza

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02 luglio 2021

Fra i momenti segnanti dell’anno 2019 si possono senz’altro ricordare le imponenti manifestazioni organizzate dal movimento #FridaysForFuture, fondato da Greta Thunberg. Centinaia di migliaia di persone hanno sfilato nelle piazze di diverse città in tutto il mondo per riportare l’attenzione collettiva sul problema del cambiamento climatico. Poi è arrivata la pandemia di Covid-19, e, come moltissime altre iniziative, anche le proteste di #FridaysForFuture sono state costrette a fermarsi, mentre l’emergenza sanitaria soppiantava il cambiamento climatico fra le priorità della popolazione mondiale.

Meno di due anni dopo, mentre la vita sembra tornare lentamente verso una normalità a lungo attesa, il riscaldamento globale è ricomparso nelle agende dei governi mondiali. Lo scorso 29 giugno, la città canadese di Lytton, nella provincia occidentale della Columbia Britannica, registrava una temperatura massima di 49,5 C°, la più alta nella storia del Paese. Negli stessi giorni, più di 100 località nella stessa area hanno riportato massime senza precedenti, superiori di 10-15 C° rispetto alla media. Secondo i meteorologi, questi avvenimenti dipendono dalla cosiddetta “heat dome”, letteralmente “cupola di calore”, ovvero un fenomeno caratterizzato da una pressione atmosferica estremamente alta, un cielo limpido e una temperatura fuori dal comune. L’evento, appena concluso, ha interessato anche alcuni territori statunitensi della costa nordoccidentale, in particolare Washington e l’Oregon, dove il caldo ha raggiunto livelli senza precedenti.

Il governo della Columbia Britannica ha adottato una serie di provvedimenti inediti al fine di contenere i danni derivanti da questo fenomeno. In diverse città le scuole sono state chiuse e gli abitanti sono stati invitati a rimanere in casa nelle ore più calde e ad assistere le persone in condizioni di salute più precarie, come anziani e malati, mentre venivano emanati allerta per possibili allagamenti causati dallo scioglimento dei ghiacciai.

È stato inoltre schierato un numero straordinario di forze dell’ordine. Fra il 25 e il 28 giugno, sono stati registrati ben 233 decessi improvvisi nella regione, molti dei quali dovuti a colpi di calore e disidratazioni. Il Dipartimento dell’ambiente del governo canadese ha dichiarato che l’ondata di calore durerà per tutta la settimana, e che il cambiamento climatico rende questi fenomeni sempre più estremi e imprevedibili.

L’allerta meteo riguarda inoltre un’area più estesa di quella interessata dalla “heat dome”, che affligge la parte settentrionale del continente americano. Anche diversi Paesi dell’America Latina si trovano infatti costretti a fronteggiare emergenze legate all’ambiente. Lo scorso 29 giugno, il governo dell’Honduras ha emanato uno stato di allerta di 48 ore nella Valle Sula a causa delle violente alluvioni in corso, che potrebbero causare frane e allagamenti. Molti abitanti della zona sono stati costretti a effettuare evacuazioni preventive, mentre altri sei dipartimenti in tutto il Paese sono stati messi sotto osservazione per lo stesso motivo.

Ancora più critica è la situazione nella quale versa il Brasile ormai da più di un mese. All’inizio di maggio, l’esteso stato di Amazonas è stato colpito da una serie di alluvioni che hanno causato allagamenti in 52 città. In 25 di queste è stato inoltre dichiarato lo stato di emergenza, mentre il fiume Rio Negro raggiungeva il suo massimo livello di profondità (quasi 30 metri) all’inizio di giugno. Nella sola capitale Manaus, circa 4.200 abitazioni sono state allagate, e si calcola che i danni causati dalle piogge torrenziali abbiano afflitto oltre 450.000 persone in tutto lo stato. Gli esperti nazionali prevedono inoltre un ulteriore innalzamento dei livelli delle acque, che dovrebbe concludersi entro la prima metà di luglio.

Oltre alle conseguenze più immediate come le vittime e gli sfollati, questi fenomeni causano anche danni impressionanti a livello economico e sulle infrastrutture. Temperature eccessivamente alte possono infatti devastare le coltivazioni e aumentare la probabilità di incendi, mentre le alluvioni possono causare la chiusura di servizi essenziali in un Paese. Nello stato di Amazonas, numerosi centri di vaccinazione contro il Covid-19 sono stati evacuati a causa dell’allerta meteo, rallentando notevolmente la campagna.

Gli esperti di clima concordano ormai quasi unanimemente nell’indicare le attività industriali come la maggiore determinante del cambiamento climatico: nel 2013, un gruppo di ricercatori provenienti da diverse università statunitensi analizzò le temperature mondiali degli ultimi 11.000 anni, concludendo che il pianeta si è riscaldato più velocemente nel xx Secolo che in qualsiasi altro periodo storico dalla fine dell’ultima era glaciale. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), la temperatura media globale è superiore di 1,2 C° rispetto all’era preindustriale, mentre la concentrazione di anidride carbonica (Co2) nell’atmosfera, che all’epoca si aggirava sulle 280 ppm, ha raggiunto a maggio 2021 le 415 ppm. Anche le previsioni future non sono rassicuranti: uno studio recentemente pubblicato da due ricercatori olandesi ha infatti mostrato che l’innalzamento del livello del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacciai rischia di minacciare fino a 410 milioni di persone nel 2100.

Diverse iniziative a livello nazionale e sovranazionale sono state istituite per contrastare questo allarmante fenomeno: ad aprile 2021, il primo ministro canadese Justin Trudeau ha presentato un piano climatico finalizzato a raggiungere un consumo netto di energia nullo entro il 2050, mentre l’Unione europea ha approvato lo scorso 28 giugno un accordo vincolante per tutti gli stati membri al fine di raggiungere lo stesso obiettivo. A oggi sono inoltre state indette oltre 1.500 cause legali contro aziende di combustibili fossili, un numero probabilmente destinato ad aumentare nei prossimi anni a causa del comprovato effetto delle loro attività sul cambiamento climatico.

di Giovanni Benedetti