· Città del Vaticano ·

Tra letteratura e medicina

Le parole guariscono

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01 luglio 2021

Cosa fa uno scrittore? Si prende cura delle parole. Le coltiva in silenzio (le parole ne hanno bisogno). Prepara il terreno, lo dissoda, prima di seminarle. Si china sulla pagina con «quell’umile cura» (Giuseppe Pontiggia), in virtù della quale rinuncia ad avverbi logori, attributi ridondanti, non sprofonda in “sabbie immobili” (espressioni svuotate di significato, manomesse al punto di significare il loro contrario).

La sua massima aspirazione è dare vita a pagine curate, «dove ogni parola è a casa, al suo posto per sostenere le altre» (Thomas S. Eliot). Una pagina curata è un edificio stabile, resiste alle intemperie; è spazio accogliente, lo si abita volentieri.

Lo scrittore è un contadino, un architetto. Uno scrittore si accorge (e ne soffre) quando le parole perdono il loro spirito vitale. Scrivendo si adopera per restituirglielo. Ogni parola è insieme di relazioni: «Quaternità perfetta di un parlante che parla a qualcuno emettendo alcuni suoni carichi di senso» (Raimon Panikkar). Quando si spezza uno di questi legami (per inabilità, «sciatteria» — direbbe Ray-mond Carver —, o volontà di manipolazione), la parola perde il suo spirito. Può diventare nociva, phàrmakon in quanto veleno: «Il parlare scorretto non è solo cosa per sé sconveniente ma fa male anche alle anime» (Platone). Può essere contagiosa, scatenare «un’epidemia pestilenziale» del linguaggio (Italo Calvino). Per fortuna, sappiamo dove trovare gli anticorpi: nella letteratura.

La letteratura insegna a prendersi cura delle parole. Non solo. Le parole, a loro volta, possono prendersi cura di noi. Le parole curano.

Nell’ultimo decennio si sta riscoprendo il valore della narrazione in ambito medico. Si è affermata anche in Italia la “medicina narrativa”. L’iniziatrice, Rita Charon, è un medico che ha sentito il bisogno di studiare letteratura per essere un medico migliore. Ed ha fondato, nel 2000, presso la Columbia University, il primo Program of Narrative Medicine.

Cosa offre la letteratura alla medicina di più (invece) dei farmaci, delle cure specialistiche? La malattia non è solo un insieme di sintomi, una condizione anormale dell’organismo umano; è un’esperienza complessa che coinvolge corpo, anima, psiche del paziente, e la comunità di cui è membro. Non a caso la lingua inglese ha tre parole per dire malattia: desease, illness e sickness.

La prima definisce la malattia nella sua dimensione oggettiva, dal punto di vista scientifico, considerandola un insieme di disordini organici. La seconda la definisce nella sua dimensione soggettiva, da cui la percepisce il paziente, con i suoi risvolti psicologici ed emotivi. La terza parola riguarda la dimensione sociale della malattia, il modo in cui il malato viene riconosciuto nella società. Possiamo immaginarli come i tre assi di uno spazio in cui la malattia andrebbe affrontata.

In questa prospettiva tridimensionale la letteratura fa tre cose preziose per la medicina. La prima è dare parole alla malattia in quanto illness. Attraverso un linguaggio metaforico, carico di emozioni e descrizioni, offre alla medicina pagine che possono essere considerate «cartelle cliniche parallele» (Rita Charon), complementari a quelle mediche e non meno preziose per capire la malattia. Affianca al freddo dato, la parola emotiva.

La seconda cosa è rappresentare la malattia nella sua complessità, ovvero nei suoi molteplici rapporti: tra paziente e malattia, medico e malattia, medico e paziente, paziente e società… Quando una persona si ammala, si ammala con lei un pezzo di comunità (famiglia, amici, colleghi), che andrebbe parimenti coinvolta nella cura.

La terza cosa è far sperimentare: la letteratura produce esperienza, permette di entrare nel mondo della malattia e di immedesimarsi con punti di vista diversi (medico, paziente, società). Offre un’esperienza (letteraria) che veicola conoscenza.

Fare questo vuol dire prendere parte al processo di cura; vuol dire ridurre la distanza tra sani e malati. «Anche attraverso le cure e gli sforzi della scienza in suo soccorso, il mondo malato viene soltanto sfiorato da quello sano, impedendo lo stabilirsi di un rapporto umano e approfondendo sempre più il solco che divide questi due mondi», scriveva Franco Basaglia in merito alla malattia mentale.

Qui il rapporto tra parola, malattia e cura è cruciale. Quando sono la mente e l’anima ad ammalarsi, il linguaggio può diventare inafferrabile, esplodere nel delirio o pietrificarsi nel silenzio (dell’afasia, della vergogna, dell’esclusione): estremi che la letteratura da sempre ha cercato di ascoltare, ridando voce e dignità al malato. Pensiamo alle maschere pirandelliane, ai romanzi manicomiali di Mario Tobino, ai versi e diari di Alda Merini, fino ai recentissimi Tutto chiede salvezza (Mondadori, 2020) di Daniele Mencarelli (struggente racconto di un trattamento sanitario obbligatorio) e Adesso che sei qui (Guanda, 2021) di Mariapia Veladiano (storia illuminata di Alzheimer) — entrambi recensisti da questo giornale. Libri come questi (solo negli ultimi sei anni sono state pubblicate più di venti narrazioni del disagio mentale) ci avvicinano alla malattia, la mettono in scena, aiutano a capire. E lo fanno con le parole, parole di cui lo scrittore si è preso cura. Per noi.

È anche un po’ medico lo scrittore? In particolare quando scrive di malattia? Forse lo è al quadrato: insegna a prendersi cura di parole che curano.

di Stefano Radaelli