· Città del Vaticano ·

La settimana di Papa Francesco

Il magistero

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01 luglio 2021

Venerdì 25


In cammino dal conflitto alla comunione

Nel giorno della commemorazione della Confessio Augustana siete venuti a perché cresca l’unità tra di noi. Questo cammino si fa soltanto in crisi: la crisi  ci aiuta a maturare quel che stiamo cercando. Una crisi è una benedizione del Signore. All’epoca, la Confessio rappresentò il tentativo di sventare la minaccia di una scissione nel cristianesimo occidentale.

Un solo Dio

Nel primo articolo, la Confessio Augustana professa la fede nel Dio uno e trino, richiamandosi al Concilio di Nicea.
Il credo di Nicea è espressione vincolante di fede non solo per i Cattolici e i Luterani, ma anche per i fratelli Ortodossi e per molte altre comunità cristiane. È un tesoro comune.

Un solo battesimo

Tutto quello che la grazia di Dio ci sta dando la gioia di sperimentare e condividere — il crescente superamento delle divisioni, la progressiva guarigione della memoria, la collaborazione riconciliata e fraterna — trova fondamento nell’«unico battesimo per la remissione dei peccati».
Vorrei incoraggiare coloro che sono impegnati nel dialogo cattolico-luterano a proseguire con fiducia nella preghiera incessante, nell’esercizio della carità condivisa e nella passione per la ricerca volta a una maggiore unità.

Un solo corpo

La Regola di Taizé contiene una bella esortazione: «Abbiate la passione dell’unità del Corpo di Cristo».
La passione per l’unità matura attraverso la sofferenza che si prova davanti alle ferite che abbiamo inferto al Corpo di Cristo.
Quando avvertiamo dolore per la divisione, ci avviciniamo a quello che Gesù sperimenta, continuando a vedere i suoi discepoli disuniti, le sue vesti lacerate.
Mi avete regalato una patena e un calice provenienti da Taizé. Questi doni, evocano partecipazione alla Passione del Signore.
Anche noi viviamo una sorta di passione, nel suo duplice significato: da una parte sofferenza, perché non è ancora possibile radunarci attorno allo stesso altare, allo stesso calice; dall’altra, ardore nel servire la causa dell’unità, per la quale il Signore ha pregato e offerto la vita.
La prossima tappa riguarderà la comprensione degli stretti legami tra Chiesa, ministero ed Eucaristia.
Sarà importante guardare con umiltà spirituale e teologica alle circostanze che portarono alle divisioni, nella fiducia che, se è impossibile annullare le tristi vicende del passato, è possibile rileggerle all’interno di una storia riconciliata.
La vostra Assemblea Generale nel 2023 potrebbe essere un passo importante per purificare la memoria e valorizzare tanti tesori spirituali, che il Signore ha disposto per tutti lungo i secoli.
Vi invito a pregare insieme, ciascuno nella propria lingua, il Padre Nostro per il ristabilimento della piena unità tra i cristiani. Il modo di farla, lo lasciamo allo Spirito che è creativo e anche poeta.

(Discorso alla Federazione luterana mondiale)

Oltre lo stigma con cui viene marchiata la malattia mentale

Non manchi il potenziamento del sistema sanitario di tutela della malattia mentale, anche mediante il sostegno alle realtà impegnate nella ricerca scientifica su tali patologie e si promuovano Associazioni di volontariato accanto a malati e familiari.
La professionalità medica trae beneficio dalla cura integrale della persona.
Curare il prossimo non è solo un lavoro qualificato, ma una vera e propria missione, che si realizza quando la conoscenza scientifica incontra la pienezza dell’umanità e si traduce nella tenerezza che sa avvicinare e prendere a cuore gli altri.
Auspico una rinnovata sensibilità nei confronti di chi soffre disagi di salute mentale, per infondere  fiducia in tanti fratelli e sorelle segnati dalla fragilità.
Favorire il pieno superamento dello stigma con cui è stata spesso marchiata la malattia mentale e far prevalere la cultura della comunità sulla mentalità dello scarto, secondo cui si prestano cure e attenzioni maggiori a chi apporta vantaggi produttivi, dimenticando che quanti soffrono fanno risplendere, nelle loro esistenze ferite, la bellezza insopprimibile della dignità umana.
La pandemia ha posto gli operatori sanitari di fronte a enormi sfide, mostrando la necessità di disporre formule appropriate di assistenza sanitaria per non lasciare indietro nessuno e prendersi cura di tutti in modo inclusivo e partecipato.

(Messaggio alla seconda Conferenza nazionale
organizzata dal ministero della salute italiano)

Domenica 27


La malattia più grande è la mancanza di amore

Oggi nel Vangelo (Mc 5, 21-43) Gesù si imbatte nelle nostre due situazioni più drammatiche, la morte e la malattia. Da esse libera una bambina, che muore mentre il padre è andato a chiedere aiuto; e una donna, che ha perdite di sangue.
Gesù si lascia toccare dal nostro dolore e dalla nostra morte, e opera due segni di guarigione per dirci che la morte non è la fine. Egli vince questo nemico, dal quale non possiamo liberarci da soli.
Concentriamoci, però, in questo periodo in cui la malattia è ancora al centro delle cronache, sull’altro segno, la guarigione della donna.
La malattia più grande della vita, qual è? Il cancro? La tubercolosi? La pandemia? No. La malattia più grande è la mancanza di amore, è non riuscire ad amare.
Questa povera donna era malata sì delle perdite di sangue, ma, per conseguenza, di mancanza di amore, perché non poteva essere socialmente con gli altri. E la guarigione che più conta è quella degli affetti.
Ma come trovarla? Noi possiamo pensare ai nostri affetti: sono ammalati o sono in buona salute? Sono malati? Gesù è capace di guarirli.
La storia di questa donna senza nome, nella quale possiamo vederci tutti, è esemplare... Anche noi ci buttiamo in rimedi sbagliati per saziare la nostra mancanza di amore.
Pensiamo che a renderci felici siano il successo e i soldi, ma l’amore non si compra, è gratuito. Ci rifugiamo nel virtuale, ma l’amore è concreto.
Non ci accettiamo come siamo e ci nascondiamo dietro i trucchi dell’esteriorità, ma l’amore non è apparenza. Cerchiamo soluzioni da maghi da santoni, per poi trovarci senza soldi e senza pace.
La donna, finalmente, sceglie Gesù e si butta tra la folla per toccare il mantello... cioè cerca il contatto diretto, fisico... Soprattutto in questo tempo, abbiamo capito quanto siano importanti il contatto, le relazioni. Lo stesso vale con Gesù.
A volte ci accontentiamo di osservare qualche precetto e ripetere preghiere come  pappagalli, ma il Signore attende che lo incontriamo, che gli apriamo il cuore.
Perché, entrando in intimità con Gesù, veniamo guariti nei nostri affetti.
Gesù non... si arresta di fronte alle ferite e agli errori del passato, ma va oltre i peccati e i pregiudizi.
Tutti abbiamo una storia, e ognuno, nel suo segreto, conosce bene le cose brutte della propria storia. Ma Gesù le guarda per guarirle.
Invece a noi piace guardare le cose brutte degli altri. Quante volte, cadiamo nel chiacchiericcio, che è sparlare, “spellare” gli altri.
Sorella, fratello, lascia che Gesù guardi e guarisca il tuo cuore. Anch’io devo fare questo: lasciare che Gesù guardi il mio cuore e lo guarisca.
E se hai già provato il suo sguardo tenero su di te, imitalo, e fai come Lui.
Guardati attorno: tante persone che ti vivono accanto si sentono ferite e sole.
Gesù chiede uno sguardo che non si fermi all’esteriorità, ma vada al cuore; uno sguardo non giudicante — finiamo di giudicare gli altri —, ma accogliente.
Portare una carezza ai feriti nel cuore che incontriamo. E non giudicare la realtà personale, sociale, degli altri.
Dio ama tutti! Lasciate vivere gli altri e cercate di avvicinarvi con amore.

Vicino alla Repubblica Ceca colpita da un uragano

Assicuro la mia vicinanza alle popolazioni del sud-est della Repubblica Ceca colpite da un forte uragano. Prego per i defunti, i feriti e quanti hanno dovuto lasciare le case, gravemente danneggiate.

(Angelus in piazza San Pietro)

Pace per il Medio Oriente

Sin dall’inizio del mio Pontificato ho cercato di rendermi vicino alle vostre sofferenze, sia facendomi pellegrino dapprima in Terra Santa, poi in Egitto, negli Emirati Arabi Uniti e infine pochi mesi fa in Iraq, sia invitando la Chiesa intera alla preghiera e alla solidarietà concreta per la Siria, il Libano, tanto provati dalla guerra e dall’instabilità sociale, politica ed economica.
La Sacra Famiglia a  cui avete scelto di consacrare il Medio Oriente rappresenta bene la vostra identità e missione.
Per custodire il Verbo fatto carne, Giuseppe e Maria si mettono in cammino, recandosi in
Egitto, unendo all’umiltà della nascita a Betlemme l’indigenza di persone costrette ad emigrare.
In questo modo rimangono fedeli alla loro vocazione e anticipano quel destino di esclusione e persecuzione che sarà di Gesù adulto.
La consacrazione alla Sacra Famiglia convoca ciascuno di voi a riscoprire la vocazione di essere cristiani in Medio Oriente, non solo chiedendo il giusto riconoscimento dei vostri diritti in quanto cittadini originari di quelle amate terre, ma vivendo la missione di custodi e testimoni delle prime origini apostoliche.
In Iraq ho utilizzato l’immagine del tappeto, che le mani sapienti degli uomini e delle donne del Medio Oriente sanno intessere creando geometrie e preziose immagini, frutto però dell’intreccio di numerosi fili che soltanto stando fianco a fianco diventano un capolavoro.
Se la violenza, l’invidia, la divisione, possono giungere a strappare anche solo uno di quei fili, tutto l’insieme viene ferito e deturpato.
In quel momento, progetti e accordi umani possono ben poco se non confidiamo nella potenza risanatrice di Dio.
Non cercate di dissetarvi alle sorgenti avvelenate dell’odio, ma lasciate irrigare i solchi del campo dei vostri cuori dalla rugiada dello Spirito, come hanno fatto i grandi santi delle vostre rispettive tradizioni: copta, maronita, melkita, siriaca, armena, caldea, latina.
Quante civiltà e dominazioni sono sorte, fiorite e poi cadute, con le loro opere mirabili e le conquiste: tutto è passato. La Parola di Dio invece ha continuato a rimanere lampada che illumina i nostri passi.
Siate il sale delle vostre terre, date sapore alla vita sociale desiderosi di contribuire alla costruzione del bene comune.

(Lettera ai patriarchi cattolici in occasione
della consacrazione della regione mediorientale
 alla Sacra famiglia)

Mercoledì 30


Paolo apostolo vero

Nella Lettera ai Galati abbiamo visto che questi cristiani si vengono a trovare in conflitto su come vivere la fede.
Paolo inizia a scrivere la sua Lettera ricordando loro i rapporti trascorsi, il disagio per la lontananza e l’immutato amore che nutre per ciascuno di loro.
Non manca di far notare comunque la sua preoccupazione perché i Galati abbiano a seguire la giusta strada: è la preoccupazione di un padre, che ha generato le comunità nella fede.
Il suo intento è ribadire la novità del Vangelo, che i Galati hanno ricevuto dalla sua predicazione.

“Vola alto”

Paolo è un profondo conoscitore del mistero di Cristo... Non segue le basse argomentazioni utilizzate dai suoi detrattori.  “Vola alto” e indica anche a noi come comportarci quando si creano conflitti all’interno della comunità.
Solo verso la fine della Lettera viene esplicitato che il nocciolo della diatriba è quello della circoncisione, dunque della principale tradizione giudaica.
Paolo sceglie la strada di andare più in profondità, perché la posta in gioco è la verità del Vangelo e la libertà dei cristiani, che ne è parte integrante.
Non si ferma alla superficie dei problemi, dei conflitti, come spesso siamo tentati di fare noi per trovare subito una soluzione che illude di mettere tutti d’accordo con un compromesso.

Gesù non è un uomo-Dio di compromessi

Paolo ama Gesù e sa che Gesù non è un uomo-Dio di compromessi. Non è così che funziona con il Vangelo e l’Apostolo ha scelto di seguire la via più impegnativa.
Egli si sente in dovere di ricordare di essere un vero apostolo non per proprio merito, ma per la chiamata di Dio.
Racconta la storia della sua vocazione e conversione, coincisa con l’apparizione di Cristo Risorto durante il viaggio verso Damasco.
È interessante osservare quanto afferma della sua vita precedente... era un vero fariseo zelante...
Insiste nel sottolineare che aveva ferocemente perseguitato la Chiesa ed  era stato un «bestemmiatore, un violento». [Ma] evidenzia [anche] la misericordia di Dio nei suoi confronti, che lo porta a una trasformazione radicale.
Si è convertito, è cambiato il cuore. Paolo mette così in evidenza la verità della sua vocazione attraverso l’impressionante contrasto che si era venuto a creare nella sua vita.
Paolo è libero per annunciare il Vangelo e libero per confessare i suoi peccati.
Ripensando a questa sua storia, Paolo è pieno di meraviglia e di riconoscenza.
Era stato educato per essere un irreprensibile osservante della Legge mosaica, e le circostanze lo avevano portato a combattere i discepoli di Cristo.
Tuttavia, Dio, con la sua grazia, gli aveva rivelato suo Figlio morto e risorto, perché ne diventasse annunciatore in mezzo ai pagani. 
Lo tocchiamo con mano ogni giorno. Non dobbiamo mai dimenticare il tempo e il modo in cui Dio è entrato nella nostra vita: tenere fisso nel cuore e nella mente quell’incontro con la grazia, quando Dio ha cambiato la nostra esistenza.
Quante volte davanti alle grandi opere del Signore, viene spontanea la domanda: com’è possibile che Dio si serva di un peccatore, di una persona fragile e debole, per realizzare la sua volontà?
Non c’è nulla di casuale, perché tutto è stato preparato nel disegno di Dio. Lui tesse la storia di ognuno di noi e se noi corrispondiamo con fiducia al suo piano di salvezza, ce ne accorgiamo.
La chiamata comporta sempre una missione a cui siamo destinati; per questo ci viene chiesto di prepararci con serietà, sapendo che è Dio stesso che ci invia e ci sostiene con la sua grazia.

Il primato della grazia

Lasciamoci condurre da questa consapevolezza: il primato della grazia trasforma l’esistenza e la rende degna di essere posta al servizio del Vangelo. Il primato della grazia copre tutti i peccati, cambia i cuori, cambia la vita, ci fa vedere strade nuove.

Saluti ai tedeschi

Oggi celebriamo la festa dei primi martiri della Chiesa Romana, che testimoniarono la fede con l’offerta della vita. Il Signore conceda anche a noi la grazia di sostenere con coraggio e fermezza la fede tramandataci da Apostoli e santi.

Agli slovacchi

Saluto i partecipanti al Pellegrinaggio di ringraziamento dell’Eparchia di Košice, che celebra il 350° anniversario del pianto miracoloso dell’icona della Madonna di Klokočov.

In vacanza sui sentieri di Dio

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana... Auguro che il periodo estivo sia occasione per approfondire la propria relazione con Dio e seguirlo più liberamente sul sentiero dei Suoi comandamenti.

L’autista del Papa

Qui, in Vaticano, c’è tanta varietà di gente che lavora: i preti, i cardinali, le suore, tanti laici, tanti; e oggi io vorrei soffermarmi per ringraziare un laico, che oggi va in pensione, Renzo Cestiè. Ha incominciato a lavorare a 14 anni, veniva in bicicletta. Oggi è l’autista del Papa. È una di quelle persone che porta avanti la Chiesa con il suo lavoro, con la sua benevolenza e con la sua preghiera. Approfitto dell’opportunità per ringraziare tutti i laici che lavorano con noi in Vaticano.

(Udienza generale)