· Città del Vaticano ·

Testimonianze

Un business plan di fede, speranza, carità

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02 ottobre 2021

L’esempio delle Suore Francescane Missionarie di Cristo


Sono trascorsi più di cent’anni da quando Teresa di Gesù Crocifisso, al secolo Faustina Zavagli, si precipitò nella Cappella di Sant’Onofrio a Rimini. Di fronte all’altare maggiore, si prostrò ai piedi della grande tela della Crocifissione, opera della scuola di Guido Reni. Con gli occhi fissi sulle braccia spalancate di Cristo, la religiosa gli aprì il suo cuore carico d’angoscia. I soldi erano finiti. Le casse della fraternità erano state prosciugate dalla necessità di far studiare le troppe bimbe a cui la miseria negava l’istruzione. Il giorno successivo non ci sarebbe stato modo di comprare il cibo per le piccole, provenienti dalle zone più povere del riminese e accolte in quella prima casa, accanto alla chiesetta. Teresa di Gesù Crocifisso le aveva pensate tutte. Da quando aveva cominciato, nel 1882, quasi cinquantenne, dopo aver dovuto rinunciare alla vita contemplativa di monaca agostiniana per questioni di salute, la creatività non le era certo mancata. Quella volta, però, si sentiva in un vicolo cieco. Così si era rivolta al Crocifisso: «Signore, pensaci tu». In caso contrario, non le sarebbe rimasta altra scelta che vendere il prezioso quadro. Non fu necessario. Riportano le testimonianze che, poco dopo, la fondatrice delle Suore francescane missionarie di Cristo trovò la cifra di cui aveva necessità per mettere in pratica l’intuizione verso cui lo Spirito la stava conducendo: dare educazione e opportunità a quante ne venivano private dall’ingiustizia.

Quando passa di fronte al dipinto — tuttora al suo posto — pensa spesso a quell’episodio suor Lorella Chiaruzzi che, tre anni fa, è stata chiamata a guidare l’istituto come madre superiora. Le tocca, dunque, il compito che fu di Teresa, la pioniera. Incluso il fardello di dover garantire il sostentamento di una famiglia piccola ma non troppo: 158 sorelle sparse tra Italia, America Latina e Africa. Tenendo fede al testamento di quel Francesco del cui carisma si nutre l’istituto: «Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio».

«Slancio, inventiva e fiducia nella Provvidenza sono, dunque, i cardini del nostro business plan per portare avanti l’impresa», scherza suor Lorella. Se per spirito e missione ha poco da spartire, per numeri la congregazione somiglia in effetti a un’azienda di medie dimensioni che, per tenersi in piedi, deve trovare risorse con cui pagare un centinaio di dipendenti, mantenere le proprie strutture, pensarne di nuove, adempiere agli obblighi burocratici e fiscali. Oltre a garantire il mantenimento delle religiose. Non sorprende, dunque, che suor Lorella, di tanto in tanto, senta la stessa angoscia di Teresa di fronte al Crocifisso. «Eh già, lo devo ammettere: le questioni economiche mi danno un bel po’ di pensieri». Certo, a tenere i conti è l’economa generale con il supporto di due funzionarie e un commercialista. Ogni fraternità, inoltre, ha una propria contabilità. La superiora, inoltre, è coadiuvata nel governo da quattro sorelle, nel segno della sinodalità. Le questioni che finiscono sulla scrivania della superiora sono, però, tante. Naturale con cinque scuole – tra infanzia e primarie – due case di riposo e una struttura per gruppi in autogestione da mandare avanti solo nel riminese. Poi ci sono il noviziato di Assisi, lo studentato di Roma e la recente esperienza intercongregazionale nella Diocesi di Spoleto. E le missioni a Crato, nel Ceará brasiliano, in Etiopia – dove le religiose sono presenti dal 1972 – e in Tanzania, dal 2003. In programma c’è anche una nuova esperienza in Mozambico, in via di definizione. Le realtà estere si mantengono principalmente con il lavoro dei campi e le micro-imprese — un forno, ad esempio — create per produrre un piccolo reddito, oltre che per dare lavoro ai più vulnerabili della collettività, soprattutto donne. «Solo la realtà brasiliana, tuttavia, è completamente autonoma, grazie al salario minimo che ricevono le tre sorelle per il servizio pastorale in parrocchia. Le altre si industriano, ma i numeri sono maggiori e le opere più impegnative. Hanno, pertanto, ancora necessità del sostegno dell’Italia. Con collette, donazioni di benefattori e mercatini solidali. E soprattutto con il fondo del segretariato missionario che si va assottigliando sempre più». Ogni anno, dunque, dalla casa madre di via Bonsi a Rimini partono circa quarantamila euro per le otto comunità nel sud e nordest dell’Etiopia e le tre della Tanzania, dove le Suore francescane missionarie di Cristo hanno realizzato ambulatori, centri per l’infanzia, scuole. Una cifra consistente eppure niente a paragone delle spese per finanziare le opere italiane. Nel 2019, si sono aggirate intorno ai 4,8 milioni di euro, a fronte di 4,5 milioni di entrate. Queste ultime provengono principalmente dalle rette delle case di riposo e delle scuole paritarie. Soprattutto queste ultime, però, arrancano da vari anni: le nascite calano e i costi per il pagamento del personale lievitano a causa dell’inversione della proporzione tra religiose reclutate dall’interno e dipendenti laici.

L’urto del Covid si è abbattuto, dunque, su realtà già fragili, innescando una scossa tellurica. «I genitori dei bambini sono stati generosi. Tanti hanno voluto pagare la retta anche se la didattica dei più piccoli era ferma. Abbiamo, però, dovuto comunque chiudere due piccole scuole per l’infanzia e una casa di esercizi. Alcuni dei nostri ospiti anziani, inoltre, sono morti a causa del virus, nella seconda ondata. Anche le case di riposo, dunque, galleggiano a malapena. Per fortuna in passato avevamo fatto qualche investimento. E stipulato un fondo pensionistico da cui è possibile ritirare in anticipo alcune somme nel caso, sempre più frequente, di necessità. La nostra principale fonte di reddito ormai sono le pensioni delle cinquanta sorelle che le percepiscono, su un totale di 69 residenti in Italia. In ogni fraternità, le risorse sono in comune e, grazie alle pensionate, andiamo avanti tutte».

Le cifre, tuttavia, non sono alte dato che i due terzi di loro percepiscono il cosiddetto “assegno sociale” di massimo 650 euro, un aiuto per chi non ha potuto completare il percorso contributivo. Come le religiose, spostate ciclicamente di servizio in servizio. Far quadrare i conti diventa ormai una sfida. Tanto che suor Lorella ha qualche volta la tentazione di seguire l’esempio di un’anziana sorella e mettere la statua di san Giuseppe contro il muro nella speranza di convincerlo a intercedere per superare le difficoltà. «Peggio di questa crisi, tuttavia, c’è solo il dramma di sprecarla» afferma suor Lorella, parafrasando papa Francesco. «Il Covid ci sta costringendo a prendere atto di una serie di problemi già presenti. Per affrontarli, con coraggio e apertura al nuovo. E un pizzico di intraprendenza, come quella delle sorelle del dopoguerra che si mantenevano lavorando nelle colonie estive. La pandemia può rivelarsi una grande opportunità di “purificazione”. A lungo, le differenti congregazioni hanno fatto le medesime cose. Forse è il momento di tornare alle origini del carisma, di rinunciare a quanto non gli è proprio. Di chiudere ciò che non è più utile, senza rimpianti. Oltretuttto stiamo facendo una grande esperienza di Provvidenza». Sono molti gli esempi elencati dalla madre superiora. Dai pacchi cibo avanzati dalla Protezione civile all’imprevisto regalo di un’azienda con cui scavare un pozzo in missione. «È questo a darci la forza di andare avanti», conclude suor Lorella che, invece di girare la statua di san Giuseppe, nei momenti di difficoltà, cammina all’alba sulla spiaggia di Rimini. «Mi ripeto — conclude — Lorella, la congregazione non è tua. Esiste da 136 anni perché il Signore la vuole. Respira, risolverà Lui, come sempre».

di Lucia Capuzzi